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ABDUL AZIZ SAUD

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Fonte: www.ilcassetto.it

Wahabismo

Perché si tratta di un termine sbagliato dal punto di vista teologico. Il pensiero di al-Wahab nel XVII secolo e la sua influenza nell’Arabia Saudita di oggi


Oggi è divenuto sinonimo di “fondamentalismo islamico” e viene usato spesso a sproposito dai media occidentali. Per molti osservatori europei e nordamericani, il wahabismo è una dottrina rigidamente intollerante, fautrice di un ritorno all’Islam delle origini. Il termine deriva da Muhammad bin Abd al-Wahhab, religioso vissuto all’inizio del XVIII secolo, alleato di Muhammad bin Saud, principe di un’oasi della regione del Neged, capostipite della casa che nel XX secolo unificherà l’Arabia e che tuttora governa il Paese.

Il contesto storico di al-Wahhab
L’insegnamento di al-Wahhab è una reazione all’Islam imperiale degli Ottomani e un richiamo al nazionalismo arabo. È la prima grande riforma dell’Islam contemporaneo. A partire dal XIV secolo, l’Islam è sempre più assimilato al potere, sia esso dei califfi o dei sultani. La penisola araba, in cui l’Islam era nato, era ormai la periferia di un impero immenso. Al-Wahab nasce nel 1703 non lontano da dove oggi sorge Riyadh e studia poi a Bassora, Baghdad e Damasco.

L’assunto teologico fondamentale della sua dottrina è l’affermazione del tawhid, l’assoluta unità di Dio e la lotta contro tutte le forme devianti di culto. In particolare, al-Wahhab crede che molti musulmani ignorino il vero significato della fede e vivano di fatto nella jahiliyya, ovvero “epoca dell’ignoranza”, termine con il quale si identifica il mondo prima dell’avvento dell’Islam.

Il testo giuridico di riferimento di al-Wahhab e dei suoi seguaci è al-Siyasa al-shar‘iyya, di Ibn Taymiyya, giurista e teologo vissuto tra il 1263 e il 1328, durante la dinastia abasside. Per Ibn Taymiyya il Corano e la Sunna sono le fonti della legge divina e i risultati ottenuti dalla dottrina successiva alle prime tre generazioni dell’islam vanno rifiutati. Il buon governo è l’adeguamento della prassi politica e giuridica ai fondamentali principi della sharia, la legge islamica.

L’opera più importante di al-Wahhab è il Kitabal-Tawhid (“L’unicità divina”), scritto nel 1730. si tratta di una raccolta di citazioni dal Corano e dalla Sunna. Ogni capitolo si conclude con una sorta di riassunto e invito alla meditazione. Il concetto di base è l’affermazione dell’unicità divina che deve regolare ogni comportamento umano. Dal punto di vista politico, il libro è un’accusa esplicita ai “sovrani che si allontanano dalla retta via e si definiscono re dei re”. Non esiste legittimità democratica; l’unica legittimità viene dal rispetto della legge divina. È un’accusa chiarissima al sultano di Istanbul e proprio per questo il wahabismo diventa l’ideologia dell’unificazione araba.

Ma i sauditi non si definiscono wahabiti
Non chiamate mai wahabita un cittadino saudita, potrebbe arrabbiarsi di brutto. Persino il principe Salman bin Abdelaziz in un discorso ufficiale nel 1998 si scagliò contro “coloro che ci definiscono wahabiti”.

Si tratta di un termine sbagliato innanzitutto dal punto di vista telogico. L’Islam rifiuta ogni intermediazione tra Dio e il credente. Per questo, anche il termine “maomettano” è illegittimo se usato come sinonimo di musulmano. Proprio perché soltanto Dio deve essere adorato. Nella professione di fede musulmana si afferma: “Nessun dio se non Dio”, “la ilaha illa Allah”.

Nemmeno Muhammad bin Abd al-Wahhab è una figura esclusiva di riferimento per i credenti. I sauditi preferiscono perciò presentarsi come “salafiti”, cioè successori dei salaf, i compagni del Profeta, oppure muwahhidin, sostenitori dell’unicità di Dio.

Inizialmente “wahabita” era un termine offensivo con cui gli egiziani e gli arabi dell’Higiaz definivano i seguaci di al-Saud. L’espressione viene poi ripresa dai diplomatici europei che alla fine del XVIII secolo guardano con interesse a tutte le forze che si oppongono all’Impero Ottomano. Italinski, console russo a Istanbul, scrive nel 1803: “La Porta teme il movimento ribelle di alcune tribù arabe, movimento chiamato ‘wahabismo’ che conta circa sessantamila uomini. Progettano di impadronirsi della Mecca e Medina intendono fondare una religione monoteista che sfida la religione maomettana (sic)”. Come vediamo, un errore dopo l’altro. Ma il termine ha fortuna. Nel 1806 Jean Raymond scrive per il ministro degli Esteri francesi un Resoconto sull’origine dei wahabiti. Nello stesso anno, Louis Alexandre de Corancez, console di Francia ad Aleppo, scrive una Storia dei wahabiti. Tanto interesse è frutto dell’attenzione di Napoleone Bonaparte in persona, intenzionato ad allearsi con l’emiro al-Saud contro gli Ottomani. Non se ne farà nulla, perché un emissario di Bonaparte non riesce a raggiungere Addiriyah, capitale del primo regno saudita. Napoleone, come sappiamo, esce definitivamente di scena a Waterloo il 18 giugno 1815. Il regno saudita crolla l’11 settembre 1818 per mano dell’esercito egiziano.

Wahabismo nel mondo
Vengono comunemente definiti wahabiti i ceceni, i Talebani afgani e gli ulema della madrasse pakistane. In realtà, è una grossa approssimazione perché non siamo di fronte all’esportazione di un’ideologia. Certamente, l’Arabia Saudita negli ultimi venticinque anni ha finanziato gruppi religiosi un po’ in tutta l’Asia con il preciso intento di ricavarne un ritorno politico. Ma è sbagliato immaginare che dietro tutto ciò ci sia una dottrina intollerante e aggressiva. La divisione in buoni e cattivi è una semplificazione che non aiuta a capire mai nulla, nemmeno  l’Islam.

di Antonello Sacchetti

 

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