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TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE DELL'AJA PER I CRIMINI COMMESSI NELLA EX JUGOSLAVIA (PRIMA PARTE)

Il Tribunale dell'Aja ed i crimini di guerra nella ex Jugoslavia

Fonte: Osservatorio dei Balcani, Martino Lombezzi

25.04.2005 - Il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per la Ex Jugoslavia, costituito all'inizio del 1993 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come risposta giuridica ai crimini della guerra di Bosnia, rappresenta una novità assoluta nel panorama internazionale.

Sebbene molte volte auspicato, mai era stato creato dall'ONU un organismo sovranazionale incaricato di punire i responsabili delle violenze di un conflitto. Non era nemmeno mai successo che un procuratore si trovasse ad indagare sugli eventi di una guerra nel pieno corso del loro svolgimento. Il Consiglio di Sicurezza nello stabilire questo Tribunale (e quello suo gemello per il Ruanda) ha creato un organismo finora inedito, dotato di un'autorità propria e di funzioni che esso stesso non possiede. Se i suoi poteri sono limitati nello spazio (il territorio della ex Jugoslavia) e nel tempo (persegue i crimini commessi a partire dal '91), essi scavalcano la giurisdizione nazionale degli stati a cui si rivolgono, e non sono formalmente soggetti al controllo né di altri stati né dello stesso Consiglio di Sicurezza.

Esso è un organo "which operates entirely outside the control of the constituents of the legal system which it addresses" (che opera in piena autonomia dai costituenti il sistema giuridio al quale si riferisce). Se dal punto di vista giuridico ci troviamo quindi di fronte a qualcosa di molto avanzato sulla strada di un nuovo ordinamento internazionale, basato sulla legalità e sulla giustizia, sul rule of law, ripercorrere la storia della creazione del Tribunale dell'Aja porta a valutare questa esperienza in termini più contraddittori.

L'esigenza di riparare in qualche misura ai torti della guerra è stata avvertita fortemente, e lo è tutt'ora, sia dalle società colpite dalla violenza che dall'opinione pubblica internazionale. A guerra in corso, tuttavia, la costituzione di un tribunale appare essere stata più un palliativo, sostituto di un'azione più decisa e potenzialmente rischiosa da parte della comunità internazionale. La scelta di costituire il Tribunale dell'Aja sembra
collocarsi nel solco della modalità ineffettiva e retorica, fondata più su posizioni di principio che sull'analisi degli avvenimenti con cui l'ONU ha affrontato il conflitto bosniaco. Condannando senza saper intervenire, facendo azione di presenza sul campo salvo poi ritrovarsi ostaggio di questa stessa politica al momento di effettuare scelte diverse o cambiamenti di strategia, ergendosi a protezione di una popolazione che non era poi in grado di difendere, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha raggiunto in quell'occasione uno dei punti più bassi della sua storia.

Durante un processo all'Aja

Nel 1993 il Tribunale dell'Aja "era nato da una reazione di panico dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza"3 (Lawrence Wesclher, "Il diritto internazionale umanitario. Una panoramica", in Roy Gutman, e David Rieff, (a cura di), Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Contrasto- Internazionale, 1999) ; la sensazione è che dietro una decisione di tale portata storica ci sia stato da parte degli stati europei molto più calcolo politico, scarsa lungimiranza e una buona dose di cattiva coscienza, che non l'urgenza morale di fronte alle violenze in corso. Ciò nonostante, l'istituzione in sé si è emancipata dall'essere uno spauracchio agitato da mediatori impotenti. Nel corso degli anni si è sviluppata, fino ad arrivare ad essere pienamente operativa nel '95-'96. E' diventata un attore politico presente sul campo e percepito come tale quando con l'incriminazione di Karadzic e Mladic li ha resi inaccettabili come interlocutori ai colloqui di pace, quando le truppe SFOR hanno portato a termine i primi arresti di accusati in Bosnia, ma soprattutto con la crisi del Kosovo: allora le sue azioni sono state proiettate sulla scena internazionale, diventando determinanti per il corso degli eventi. Non c'è più stato in seguito un momento di ribalta politica e mediatica di tale rilevanza come quando nel maggio '99, nel mezzo dei bombardamenti NATO, Milosevic è stato accusato di crimini contro l'umanità.

Adesso che anche sull'arresto del leader serbo e sul suo trasferimento all'Aja si sono spenti i riflettori, il Tribunale continua il suo lavoro in silenzio. Esso da manipolo di giudici senza stipendio è oggi diventato un gigante, con un centinaio di atti d'accusa pubblici e almeno altrettanti segreti, più di mille impiegati e un centinaio di migliaia di dollari all'anno di bilancio.

Pensando a questa istituzione, si tendono a prendere in considerazione più le altisonanti ed astratte norme giuridiche del diritto umanitario, la prospettiva di una Corte Penale Internazionale, il mito di un mondo governato in base a principi di giustizia, che non i crimini commessi pochi anni or sono in un vicino angolo del nostro continente. Si fatica ad accostare l'atmosfera sonnacchiosa di un tranquillo borgo olandese con le valli aspre e boscose della Bosnia, o con le alte montagne che circondano il Kosovo. Si immagina il Tribunale dell'Aja come un'entità vagamente asettica, un organismo che incarna una giustizia assoluta, perdendo così di vista il suo
concreto oggetto di indagine. Nelle aule del Tribunale sembrano incontrarsi due mondi lontani: la raffinata cultura giuridica della civile Europa deve fare i conti con la barbarie balcanica. Le sue categorie interpretative devono dare un senso all'irrazionalità della violenza interetnica. Suggestionati da questa visione, ci si dimentica che l'Aja e Sarajevo, Belgrado, Pristina sono sullo stesso continente, distanti poche centinaia di chilometri. Si fatica ad accettare che la pulizia etnica nei Balcani è frutto di idee politiche moderne tanto quanto i principi alla base della giustizia internazionale. Dal
lavoro dei procuratori invece emerge proprio la modernità di quanto accaduto oltre Adriatico, e la razionalità con cui gli obbiettivi politici dei nazionalisti sono stati perseguiti.

Continua; seconda parte >>>

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