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Josif Vissarionovič Džugashvili (in russo: Иосиф Виссарионович Сталин), il cui vero nome era Ioseb Jughashvili, detto Stalin (in russo, "uomo d'acciaio") fu un rivoluzionario bolscevico, capo del Partito Comunista e dell'Unione Sovietica. (nato a Gori, Tiblisi, Georgia nel 1878 e morto a Mosca, Russia il 5 marzo 1953). Secondo i registri della chiesa parrocchiale di Gori la sua data di nascita è il 6 dicembre del 1878, ma egli dichiarava di essere nato il 21 dicembre 1879 e in tale data veniva
festeggiato ufficialmente il suo anniversario nell'Unione Sovietica.
Carriera iniziale
Nato da Vissarion Džugashvili (1850 - 1890?) e da Ekaterina Geladze (1858 - 1937), una famiglia di umili condizioni sociali (il padre era ciabattino e la madre lavandaia), grazie a una borsa di studio poté frequentare il seminario teologico ortodosso di Tiblisi.
Il contatto, però, con le idee e con l'ambiente dei deportati politici lo avvicinò alle dottrine socialiste. Entrato, così, nel movimento marxista clandestino di Tbilisi nel 1898, allora rappresentato dal Partito socialdemocratico (POSDR), lavorò per qualche tempo al locale osservatorio astronomico. Ma soprattutto cominciò, da allora, un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale, che lo portò ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.
Stalin a 15 anni, nel 1894
Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla
conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.
Passato a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire, ma fu ripreso e internato (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riuscì progressivamente a imporre la sua personalità e a emergere come dirigente di livello nazionale, tanto da essere chiamato da Lenin, nel 1912, a far parte del Comitato centrale del partito.
Nello stesso anno contribuì a far rinascere a Pietroburgo la Pravda, mentre definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma). Tornato a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, Stalin, insieme a L. Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi
di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito del regime sovietico.
Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali; in queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte. Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui accusava Stalin di
anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento.
Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a G. Zinovev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Leon Trotsky, ostile alla NEP e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva invece che la
"rivoluzione permanente" era una pura utopia e che la Russia doveva puntare alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").
Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1927, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trotzkij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinovev).
Sottofondo: Inno sovietico
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