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di
Varotto Luisa
Chiusa
la breve parentesi della dominazione italiana, l’Etiopia cerca di
ricostruirsi attorno alla sua fama di oasi di libertà dentro il deserto
della penetrazione europea. Il 5 maggio 1941 Hailè Selassiè torna
dal suo esilio ed entra trionfante nella capitale. Passato l’entusiasmo,
il negus deve guardare ai problemi interni. Prima fra tutte è la
preoccupazione per l’integrità nazionale e per i rapporti con le
potenze straniere.
Poco
disposto a rinunciare alla sua autorità, non accetta l’ingerenza
degli inglesi in Eritrea, così preferisce cercare di recuperare i
rapporti con l’Italia. In primo luogo utilizza la presenza italiana come
elemento di pressione politica sugli inglesi; in secondo luogo smentisce
l’improbabile vendetta etiopica sugli italiani, sbandierata dagli inglesi
per trovare appoggi in campo internazionale; infine non dimentica che
l’Italia tiene in ostaggio ancora molte personalità etiopiche. Nel
1950 però, con l’inizio dell’amministrazione fiduciaria
dell’Italia in Somalia, il negus si trova a dover accettare la vicinanza
degli italiani, che in questo compito sono appoggiati alla Gran Bretagna e agli
Stati Uniti, rendendo vani i progetti etiopici
di relazioni diversificate con le potenze coloniali. Per quanto riguarda
il territorio, tra il 1948 e il 1954, la Gran Bretagna restituisce prima
l’Ogaden e poi l’Haud e nel 1952 inizia la federazione tra Etiopia
ed Eritrea.
Hailè
Selassiè dal 1954 inizia una serie di viaggi in Europa, Asia e Americhe;
riesce a ottenere nel 1959 un prestito di 400 milioni di rubli
dall’Unione Sovietica senza rompere il patto di mutua difesa che dal 1953
lo lega agli Stati Uniti. L’Italia non è però compresa tra
i suoi viaggi e il previsto riavvicinamento non si verifica perché: 1)
l’Italia non accetta la federazione tra Eritrea ed Etiopia; 2) in Somalia
tornano gli italiani; 3) vi è un ritardo nei pagamenti dei danni di
guerra. “E’ soltanto il 5 marzo 1956, a cinque anni dalla ripresa
delle relazioni diplomatiche con Addis Abeba, a nove dalla firma del trattato
di pace di Parigi, a più di venti dall’aggressione fascista, che
Roma paga il suo debito materiale all’Etiopia.”
In
politica Hailè Selassiè continua la sua opera di riforma,
concedendo nel 1955 una nuova Costituzione che prevede l’istituzione di
una Camera dei deputati eletta a suffragio universale, ma che non è
ancora voce di un pluralismo politico. Le riforme, infatti, sono smentite dalla
realtà che è ancora marcatamente feudale: il negus detiene tutto
il potere, circondato da un’élite
aristocratica, militare e religiosa copta molto potente. Critico è anche
l’atteggiamento della giovane generazione di colti che tornano dalle
università straniere, dei giovani ufficiali dell’esercito che
aspirerebbero a riforme più radicali. Gli anni ’50 sono per il
despota illuminato gli anni dell’apogeo politico, ma allo stesso tempo si
sente isolato. Egli perde infatti alcuni collaboratori e il suo figlio
prediletto: “Cassa, il consigliere retrogrado, ma utile per tenere a bada
la Chiesa e l’aristocrazia. Immirù, il nobile progressista, che
avrebbe voluto un’Etiopia diversa. Maconnen, il principe senza ambizioni
e per questo più spontaneo e leale.”
Le
riforme stesse avranno come conseguenza una trasformazione del sistema
economico e sociale che sarà fatale all’imperatore. Compaiono le
prime industrie, l’utilizzo intensivo dei terreni per
l’esportazione, l’espropriazione delle terre; anche se lo sviluppo
è ancora troppo lento, frenato da una struttura feudale che non contiene
in sé i semi del cambiamento, perché caratterizzata da un centro in tensione
permanente con delle regioni a questo preesistenti. Al nord vi è una
popolazione contadina indipendente, soggetta al potere centrale solo per il
pagamento delle tasse, mentre al sud non vi sono obbligazioni feudali, né
collegamenti con il centro, si tratta quindi di un'occupazione. Lo sviluppo si
concentra nella città, ma è finanziato dal surplus agricolo delle
regioni, creando così un inevitabile motivo di attrito.
Dal
punto di vista sociale le riforme portano alla progressiva nascita di un ceto
borghese che si trova a contrapporsi a un’aristocrazia ormai in declino.
Nasce in questi anni anche la classe operaia che si organizza nella CELU (Confederation
of Ethiopian Labour Unions) appoggiata dai sindacati americani, ma costretta
alla clandestinità fino al 1963.
Il
1960 è, come per tutta l’Africa, un anno cruciale per
l’impero. Germanè Neuay,
uomo progressista conoscitore sia della democrazia americana che del
marxismo-leninismo, insieme al fratello Menghistu, comandante militare,
organizzano un colpo di stato. L’occasione propizia arriva il 13
dicembre, mentre Hailè Selassiè si trova in Brasile. Il 14
dicembre controllano già Addis Abeba e costituiscono un nuovo governo
presieduto da ras Immrù, un nobile liberale. Il colpo di stato è
destinato però a fallire subito, perché l’esercito è
ancora fedele all’imperatore, appoggiato inoltre dal suo popolo e dagli
Stati Uniti.
Da
questa rivolta il negus sembra trarre alcuni insegnamenti utili, perciò
concede maggiore autonomia al Parlamento, amplia le funzioni del Primo
Ministro, rinnova la pubblica amministrazione
e favorisce la nascita dei primi sindacati. “Il bilancio, tutto
sommato positivo per Hailè Selassiè, rivela però un
elemento particolarmente inquietante: la parte più evoluta della gioventù
etiopica della capitale (studenti, funzionari, intellettuali) ha simpatizzato
con i cospiratori, anche se non si è battuta al loro fianco.” Egli
teme l’indebolimento del potere centrale e le spinte secessioniste
dell’Ogaden, del Bale e dell’Eritrea. Proprio per questo commette
il tragico errore di abolire lo statuto federale dell’Eritrea,
annettendola all’Etiopia il 14 novembre 1962, tra l’indifferenza
delle diplomazie straniere. L’élite
eritrea ha avuto la colpa di non saper approfittare degli ambiti di
autonomia concessi, mentre l’Etiopia non ha provveduto alla creazione
degli organi federali e ha imposto pesanti dazi. L’annessione non può
non incontrare forti resistenze che sfoceranno nella guerra dei trent’anni
tra Eritrea ed Etiopia. Questo atto è oltretutto in contrasto con la
politica estera imperiale di mediazione, di unità del continente
africano e non-allineamento, che promuoverà la riunione ad Addis Abeba,
il 23 maggio 1963, di trenta capi di stato da cui nascerà la Carta
dell’Organizzazione dell’Unità Africana.
Nonostante
le incertezze degli anni ’60 la comunità italiana in Etiopia
raggiunge l’apice del successo economico senza ricevere aiuti dalla
madrepatria. I rapporti diplomatici tra i due stati sono assai tesi a causa
dell’improvvisa annessione dell’Eritrea, oltretutto Hailè
Selassiè si vede sempre negare il viaggio in Italia. Solo nel novembre
1970, dopo un viaggio di Aldo Moro ad Addis Abeba, il negus visita
l’Italia e torna in patria soddisfatto, grazie anche all’ingente
prestito ottenuto.
Nel
1972-73 il paese subisce un duro colpo con una carestia che si fa sentire
soprattutto nelle province del Tigrè e del Wollo: già da tre anni
c’è una grave siccità e il paese soffre per la contrazione
dei trasporti nel Mar Rosso. Il potere centrale non dà importanza a
questa situazione, perché i contadini delle regioni lontane non riescono a
imporre le loro richieste. I ritardi negli aiuti, il riformismo troppo timido
di un imperatore che non vuole lasciare il potere, cozzano contro
un’esigenza di cambiamento che farà sentire la sua tragica forza
un anno più tardi. “Il fatto nuovo è che, a differenza di
quanto era successo nei precedenti movimenti e sollevazioni contro il potere
assoluto dell’imperatore, la grande carestia e la volontà del
potere di nasconderla ha permesso che si stabilisse un legame concreto tra la
contestazione delle élites e la
rabbia delle masse contadine.”
La
situazione precipita il 12 gennaio 1974, con l’ammutinamento della IV
Divisione di stanza a Neghelle. In pochi giorni seguono altre ribellioni e
scioperi, ufficialmente a causa dell’aumento del prezzo della benzina e
di una controversa riforma della scuola. In realtà la protesta ha radici
talmente profonde che nemmeno il nuovo governo di Endalkachew Makonnen, pur
tentando alcune riforme, riesce a fermarla. Chi riesce a smuovere la situazione
è l’esercito con la sua forte organizzazione e con una base molto
vicina al movimento popolare. Emerge infatti il Derg (sigla amharica per
Consiglio Amministrativo Militare Provvisorio) che subito nomina capo del
governo Michael Imru, un governo senza autorità, che nella seconda metà
del 1974 vedrà crollare tutte le istituzioni imperiali. Il 12 settembre
Hailè Selassiè viene destituito e arrestato, la
Costituzione sospesa e il parlamento sciolto. Anche la CELU viene sciolta,
perché proponeva elezioni democratiche e un governo rappresentativo. Dal Derg
nasce il Consiglio amministrativo militare provvisorio, presieduto dal gen.
Aman Andom, che diventa contemporaneamente Primo ministro e Ministro della
Difesa. Il potere si concentra tutto nelle mani del Derg e contemporaneamente
inizia la repressione degli oppositori politici che porterà, dopo
l’assassinio del gen. Tafari Benti, alla leadership del colonnello
Menghistu Haile Mariam.
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