Google Inserisci i termini di ricerca Invia modulo di ricerca
 
Web www.dittatori.it


DITTATORI.IT

INTERAZIONI

Sito a cura di
Amedeo Lomonaco >>>

SALAZAR

 • Biografia 

 • Cronologia 

 • Il '900 portoghese 

 • La dittatura 

 • Foto di Salazar

 • Rivoluzione dei garofani

DOCUMENTI VIDEO 

 • Antonio Salazar

 



RIVOLUZIONE DEI GAROFANI IN PORTOGALLO (PRIMA PARTE)

Fonte: Storia in network

di Goffredo Adinolfi

Il 24 aprile del 1974 Lisbona viveva una giornata tutto sommato tranquilla. Sì per quanto possa essere tranquilla la giornata di un paese che da tredici anni è in guerra. Già, perché il Portogallo rimaneva l'unica nazione europea a mantenere un impero coloniale. I possedimenti del piccolo paese lusitano erano immensi e si distribuivano da Macao alle isole di Capo Verde, passando per l'Angola, il Mozambico e la Guinea Bissau. Ma il Portogallo del 24 aprile 1974 non deteneva solo questo record. Era anche una delle ultime dittature europee nate nel periodo tra le due guerre mondiali, l'unica che ha avuto una successione, dalle mani di António Oliveira Salazar, il fondatore, a quelle di Marcelo Caetano, il delfino.
Quel 24 aprile del 1974 molti giovani si stavano probabilmente imbarcando per raggiungere il fronte africano, tutti i diciottenni erano obbligati a partire, per tre anni. Molti disertavano, ma il 24 aprile del 1974 era diventato più difficile riparare all'estero, fino al 1973, prima della crisi del petrolio, «là fuori» era facile trovare lavoro, ma adesso no, adesso anche in Europa la situazione si era fatta difficile. Fino al settantatre i giovani scappavano, scappavano dalla guerra e scappavano da un paese povero, molto povero, uno tra i paesi più poveri d'Europa. In pochi anni Parigi divenne la seconda città con il più alto numero di portoghesi dopo Lisbona.
Sì, la situazione era tranquilla, tranquilla nel senso che dal luglio del 1932 poco era

Clicca sulla immagine per ingrandire

Il simbolo della rivoluzione

cambiato. Salazar aveva deciso che il Portogallo non meritava una democrazia e così tutti i partiti furono aboliti, da allora nulla era cambiato e se si era contro due erano le ipotesi: la prigione o l'esilio.
Eppure, nonostante le apparenze, non tutto era poi così statico, quella sera a Lisbona un gruppetto di capitani, verso la mezzanotte, irrompe negli studi di Radio Renascênça, la radio cattolica, occupa gli spazi e obbliga il deejay a mettere una canzone, non una canzone qualsiasi, una marcia. Ovvio si potrebbe pensare, ma tanto ovvio non è perché quella marcia non era una marcia militare, era una canzone di José Afonso, un cantautore, uno chansonnier, chiaramente inviso al governo come tutti gli chansonnier.
Anche quella marcia era stata censurata perché il 24 aprile del 1974 il Secretariado Nacional de Informação aveva il potere di censurare tutto quello che non gli era gradito, e quella marcia che parla di fratellanza e di un popolo al potere proprio non gli piaceva. Il titolo della canzone era Grandola ed era il segnale dell'ultima rivoluzione del secolo XX, era l'inizio della rivoluzione dei garofani: 25 aprile 1974.
Il regime di Salazar
Ma forse siamo andati troppo avanti, meglio fare ora un passo indietro per cercare di capire i momenti essenziali della vita di un paese che dopo la morte del nazi-fascismo, nel 1945, sopravvisse per trent'anni in una sorta di solitudine forzata. E il Portogallo dopo la seconda guerra mondiale era davvero un paese solo, solo e chiuso a qualsiasi infiltrazione dall'esterno, il Portogallo e il suo impero coloniale. Si potrebbe obiettare che era rimasta la Spagna, è vero, ma Lisbona storicamente, guarda sempre con grande diffidenza verso quello che succede a Madrid. Erano alleati degli americani, sì, ma da lì arrivava anche la corruzione alle sane tradizioni portoghesi: rock & roll, una società individualista e consumista, no!, il regime di Salazar decisamente non amava molto gli americani e a quell'alleanza aveva ceduto per mere questioni di opportunità: sapeva che ben difficilmente, senza l'appoggio degli Stati Uniti, avrebbe potuto sopravvivere. Anche la Gran Bretagna tutto sommato guardava con occhio benevolo alla dittatura portoghese, dopotutto, per Londra, la democrazia non era una questione per i popoli latini.
In Portogallo dopo l'otto di maggio del 1945 cambia poco, su quella fascia occidentale d'Europa, dove la terra finisce e inizia il mare, era caduto l'oblio. La costituzione corporativa rimane inalterata con tutti i suoi corollari: sindacato unico, economia sotto rigido controllo dello stato, rifiuto del multipartitismo. In una parola tutto doveva essere sottomesso ai supremi interessi della nazione. Che poi risulta difficile capire quali fossero questi interessi visto che sicuramente i beneficiari non erano certamente i cittadini i quali, nella maggior parte dei casi, subivano una situazione che si faceva via via sempre più insopportabile.
Abolita la libertà sindacale, unico sindacato ammesso rimane quello di regime. Impossibile quindi per i lavoratori organizzarsi al di fuori dalle organizzazioni dello stato e obiettivo dei sindacati nazionali non era tanto quello di tutelare gli interessi di una parte della società - i lavoratori - perché uno stato corporativo non prevede l'esistenza al suo interno di classi. Il conflitto era considerato dall'Estado Novo, come paradossalmente Salazar continuava a chiamare il suo regime, il peggior nemico. Il senso del sindacato in uno stato corporativo era esattamente quello opposto, ovvero inquadrare i lavoratori all'interno dell'ideologia dello stato o, se vogliamo, di portare lo stato fin dentro le fabbriche.
Per contrastare qualsiasi forma di opposizione due erano le armi: la propaganda e la violenza. La propaganda, posta di fronte a indici di sviluppo economico decisamente scarsi era poco credibile, soprattutto perché mancando il conflitto nel Portogallo di Salazar, prima, e di Marcello Caetano, poi, mancava del tutto una politica redistributiva del reddito. In parole povere, in Portogallo aumentava il Prodotto Interno Lordo, ma non aumentava il reddito delle persone.
Meglio la repressione quindi, e su questo non si può certo dire che Salazar risparmiasse energie. La polizia politica (PIDE), aiutata anche da addestratori della CIA, era riuscita a

Clicca sulla immagine per ingrandire

Marcelo Gaetano

mettere in piedi una fittissima rete di informatori, cittadini normali, che, pagati dallo stato, raccontavano ai poliziotti ciò che i loro amici, parenti e conoscenti facevano. In sostanza ogni cittadino era controllato, doveva sentirsi controllato anche se non lo era, doveva capire che qualsiasi comportamento anticonformista non era tollerato dallo stato. Il sospetto che amici, colleghi e parenti potessero essere delatori era sufficiente per diffondere l'idea di un controllo onnipresente: guai farsi scappare una frase inopportuna!
Per dare sembianze democratiche al suo paese, Salazar non ha mai mancato di organizzare elezioni «libere»: «tanto libere quanto nella libera Inghilterra», con libero accesso anche alle opposizioni. Sì insomma quando mancava poco alla data fissata Salazar permetteva che si allargassero le maglie della censura. Ovviamente le opposizioni non avevano nessuna possibilità di vincere, anche se, nel 1958, il generale Humberto Delgado, andò vicino a sconfiggere alle presidenziali il candidato del regime Amerigo Tomas. Quello fu un momento difficile per il regime, non tanto perché Humberto Delgado fosse andato vicino a vincere le elezioni, ma perché intorno a Delgado, per la prima volta, migliaia di cittadini sfidarono apertamente il regime. Le elezioni le vinse Tomas il candidato del regime e ci fu chi, cinicamente, disse che in fondo le elezioni servivano al regime per aggiornare gli schedari degli oppositori.

La «crisi» economica
A rigore non si dovrebbe parlare di crisi economica, anzi, la grande parte degli indicatori economici portoghesi ci mostrano un paese in forte sviluppo. Dopo gli anni della stagnazione, 1930-1948, il regime promuove piani di sviluppo industriale, segno che, all'interno del governo, gli equilibri tra i fautori di un'economia basata sull'agricoltura e quelli che auspicavano uno industriale erano definitivamente cambiati.
Già, in Portogallo tutto sembrava rimanere uguale, ma sotto la coltre delle fitte nebbie oceaniche si nascondeva un profondo e inarrestabile cambiamento. Salazar aveva sempre avuto paura di sconvolgimenti troppo bruschi e una industrializzazione troppo rapida era indubbio che avrebbe determinato l'alterazione degli equilibri su cui si basava il regime.
Così fu, nel giro di pochi anni la dittatura portoghese non riuscì a sottrarsi alle grandi linee di sviluppo degli altri paesi europei, come l'Italia. L'industrializzazione provocò cambiamenti impressionanti, il peso dell'agricoltura scemava di anno in anno, le persone emigravano dalle remote e inaccessibili zone agricole verso le città e verso le zone della costa. L'interno del paese si svuotava, ed è comprensibile, perché l'agricoltura portoghese era poco redditizia, chi ci lavorava era destinato a rimanere disoccupato per lunghi periodi dell'anno. Niente a che vedere con le fabbriche di Lisbona dove il salario, se pur basso, era pur sempre costante.
Se i lavoratori dovevano sottomettersi alle esigenze dei supremi interessi della nazione, anche il settore economico non sfuggiva a questa rigida interpretazione del cosiddetto stato organico. Le linee di sviluppo erano segnate rigidamente dal governo. I risultati di questo processo erano piuttosto lusinghieri, il paese cresceva del 4,5% ogni anno, ma è uno sviluppo fittizio, basato non tanto sullo sviluppo delle tecnologie e sulla produzione di manufatti competitivi, bensì su mano d'opera a bassissimo costo e su misure di protezione doganale.
Praticamente nessun investimento era fatto per lo sviluppo degli indici di vita delle persone: sanità e educazione in particolare. L'emigrazione sarà il secondo terremoto per il regime portoghese. Tra il 1960 e il 1973 emigrano verso Francia e Germania più di un milione di persone, complessivamente nel dopoguerra a lasciare il Portogallo sono due milioni di persone su una popolazione complessiva di meno di dieci milioni. A cercare fortuna erano chiaramente i giovani, generalmente le persone più intraprendenti della società. Evidentemente i tassi di sviluppo del Prodotto Interno Lordo non dovevano essere poi così rosei se tante persone abbandonavano il proprio paese. E proprio i racconti degli emigranti facevano scendere ulteriormente la fiducia nei confronti del regime. «Là fuori» si viveva meglio, decisamente meglio, si innescava così un circolo vizioso: più gente emigrava e più persone erano successivamente indotte a lasciare un paese incapace di investire sullo sviluppo dei consumi e quindi sui livelli di vita delle persone.
Già, gli indici di sviluppo erano lusinghieri, la disoccupazione era praticamente inesistente, eppure tutti scappavano, appena potevano, dal paese del «boom economico» e della «piena occupazione», ma soprattutto i giovani scappavano dal paese della miseria.

Continua >>>  

 

?


SALAZAR




ANNUNCI GOOGLE