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Fonte: Squilibrio.it
Il lavoro forzato in Myanmar (Birmania)
di Valentina Piattelli In Myanmar è al governo un regime militare che da anni governa tramite il terrore. La vincitrice delle ultime elezioni libere, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, è agli arresti domiciliari da anni.
Un milione e mezzo di persone sono fuggite dal Myanmar e vivono in campi profughi lungo il confine del paese.
Il regime militare birmano utilizza diffusamente il lavoro forzato di milioni di persone (uomini, donne, bambini e anziani, spesso appartenenti a minoranze etniche) costretti a costruire strade, ferrovie e altri lavori pubblici, in condizioni disumane. Molti sono costretti ad arruolarsi, anche fra i bambini, tanto che il Myanmar è il paese con il più alto numero di bambini soldato al mondo (circa 50.000).
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni al Myanmar e in tutto il mondo gruppi di pressione cercano di convincere le compagnie che ancora commerciano con questo paese a ritirare i propri investimenti. Fra le aziende si segnalano: Texaco, Levi Strauss, Motorola. Ericsson, Pepsico, Heineken, Carlsberg, Amoco, Liz Claiborne, C&A, Triumph International, Premier Oil e tante altre.
L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro, l’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL - ILO), ha accusato la Birmania di “crimini contro l’umanità” per il diffuso uso del lavoro forzato.
Nel 1999 il regime militare ha formalmente abolito il lavoro forzato, ma da varie parti giungono segnalazioni che esso è ancora praticato.
Recentemente tre birmani sono stati condannati a morte per aver contattato l’ILO e aver denunciato che il lavoro forzato è ancora in uso nel paese. Si tratta di Min Kyi, Aye Myint e Shwe Manh
Il 19 marzo funzionari dell’ILO avevano parlato con questi tre uomini nella prigione di Insein, con il permesso delle autorità carcerarie. I tre avevano raccontato di essere stati torturati per molti giorni.
"Nessuno dovrebbe essere processato per aver avuto contatti con l’ILO" ha detto un portavoce dell’organizzazione.
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Messaggero, 29 dicembre 2005
TORTURE
AI DETENUTI POLITICI IN MYANMAR
ROMA
Pestaggi che in vari casi portano alla morte, scosse elettriche su tutto il
corpo, in particolare sui genitali, pressioni sul corpo con elettrodi fino
a quando la carne non viene tolta, bruciature con sigarette e accendini,
restrizione dei movimenti fino a molti mesi utilizzando corde attorno al
collo e alle anche, percosse sulla stessa parte del corpo, una al secondo
per molte ore (là, in Birmania, la chiamano ”tortura tic toc”.
Sono le tecniche preferite dal regime militare della Birmania per torturare
i detenuti politici. La denuncia viene da Aapp (Assistance association for
political prisoners), una organizzazione statunitense per i diritti umani.
Nel rapporto dell’associazione vengono illustrati nei particolari i
metodi di tortura utilizzati nei famigerati centri per gli interrogatori.
Il rapporto rivela anche la catena di comando e i nomi dei responsabili
delle torture. Il ministro dell’Interno, il ministro d della Difesa e
il ministro degli Esteri, formano un comitato responsabile della
supervisione dei prigionieri politici. La tortura è eseguita dal
servizio di intelligence militare e dalla ”Special Branch” del
ministero dell’Interno. La più nota prigioniera politica
è Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace.
Sottofondo: Carmina (Orff)
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