Humberto González Briceño.
Attivista sociale, membro della direzione della Asociación Nacional de
Consumidores (ANC) e del gruppo venezuelano di appoggio al Comité por la
Anulación de la Deuda del Tercer Mundo (CADTM, Belgio)
La rivoluzione Chavista va
definendo in ogni azione il suo proprio stile e contenuto nonostante le sue
ambiguità e indefinizioni. Nel 1992 il colonnello Hugo Chavez sembrava
la voce di una insurrezione rivoluzionaria con una piattaforma radicale per il
cambiamento in Venezuela.
Oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il profilo non sembra più
essere lo stesso. Dopo aver trionfato alle elezioni Presidenziali del 1998 e
deposto la vecchia cupola politica guidata da Azione Democratica e COPEI, il
colonnello Chavez sta conducendo uno dei processi più delicati e
importanti che abbia vissuto il Venezuela negli ultimi 40 anni. La sua
vittoria evidenziò la profonda volontà democratica di
cambiamento del popolo venezuelano e le crisi di un sistema politico incapace
di soddisfare le richieste dei lavoratori e, in generale, dei cittadini.
Come fattori elettorali che
contribuirono alla formazione di un nuovo polo politico guidato da Chavez, si
allinearono la maggior parte dei partiti e dei gruppi della sinistra
venezuelana. Ad essi si sommarono numerosi intellettuali di idee progressiste
mossi dalla possibilità di una rottura profonda con il passato.
L'espressione organica del chavismo diede vita al Polo Patriottico, spazio nel
quale agirono diverse forze e tendenze unite dall'obiettivo comune del
cambiamento.
In piena campagna elettorale
del 1998 anche numerosi impresari e uomini d'affari legati al regime
precedente iniziarono il loro pellegrinaggio attorno a Chavez. Nonostante
l'adesione al nascente polo di potere si fosse prodotta alla fine del 1997,
solo nel 1999, cioè quando Chavez divenne presidente, si cominciarono a
rivelare pubblicamente i legami di Chavez con potenti impresari e banchieri.
E' ovvio che questi avvicinamenti non furono percepiti dalla maggioranza dei
venezuelani, assetati di cambiamento e di speranza in un futuro diverso.
Il discorso di Chavez e il
suo autodenominato progetto bolivariano si articola in una grande alleanza
anti-status in Venezuela della quale fanno parte dai più vecchi ed
attivi militanti della Sinistra, come ad esempio Alì Rodriguez,
ministro dell'energia e delle miniere (Petrolio) fino a Luis Vallenilla, capo
del gruppo bancario ­ impresariale CAVENDES. Allineando in uno stesso
fronte militari attivi senza incarichi istituzionali e vecchi guerriglieri,
Chavez provoca in questo modo un'interessante dinamica di contraddizioni che
conferisce energia alla sua campagna e lo porta a convertirsi nel nuovo leader
del Paese.
Ogni elemento dell'alleanza politico-elettorale (Polo Patriottico) partecipa
alla stessa e ne condivide la tattica nonostante l'obiettivo strategico finale
non sia necessariamente lo stesso. Così ogni componente inizia una
sorda lotta per potere influire nelle decisioni del comandante, conquistare
spazio nell'alleanza e potere nelle decisioni del governo.
Ciò spiega perché
molte delle contraddizioni che si sono sviluppate all'interno dell'entourage
chavista sono terminate con una rottura. Per questo diversi comandanti
militari che hanno cospirato insieme a lui in passato, ora gli hanno ritirato
il loro appoggio. Già si sommano in un centinaio coloro che hanno
abbandonato la rivoluzione chavista e adesso attaccano il loro vecchio
compagno di partito.
Ciò che è stato
spiegato pubblicamente è la non conformità dei suoi vecchi
collaboratori con la formazione di nuovi anelli di potere che stanno
accerchiando il comandante e, secondo ciò che si dice, lo maneggiano
come vogliono.
Molti discorsi, una sola
politica.
Ciò che è certo
è che Hugo Chavez, che ha appreso le sue prime nozioni di politica
nell'esercito, non ha avuto il tempo sufficiente per strutturare una proposta
coerente e realizzabile che renda effettiva l'idea di un governo
rivoluzionario. Fino ad ora il grande vuoto programmatico e concettuale di
Hugo Chavez come testa del processo che sta vivendo il Venezuela è
stato riempito con esaltazioni generiche ed emotive delle idee di Simon
Bolivar, il Liberatore del Venezuela. In questo modo tutto ciò che
possiede un'identità con la leadership di Chavez acquisisce in forma
automatica il condimento di "Bolivariano". Si parla di progetto
rivoluzionario bolivariano, però nessuno, nemmeno lo stesso Chavez
hanno potuto spiegare quale sia la natura ed il fine ultimo di questa
rivoluzione. Ogni giorno il progetto assomiglia più alla
"sua" rivoluzione che ad un processo autentico di trasformazione
politica.
Non è facile cercare
di spiegare e comprendere la natura della "Rivoluzione chavista" in
Venezuela. Fino ad ora Chavez è riuscito ad affascinare con i suoi
discorsi sia la sinistra che la destra. Non solo con i discorsi, ma anche con
la sua abilità di articolare relazioni e muovere alleanze tattiche con
gruppi che rappresentano interessi così contraddittori nella società
venezuelana. Per ognuno di essi Chavez ha una promessa ed una spiegazione. In
questo modo mentre in un discorso agguerrito Chavez attacca l'oligarchia
finanziaria venezuelana, i banchieri si mostrano pienamente compiaciuti dei
benefici che si sono assicurati con il nuovo governo.
Il doppio discorso di Chavez
è una costante della sua strategia politica. Non si pensi che il
comandante sia tanto ingenuo o stupido da non rendersene conto, si tratta
semplicemente della sua strategia, che solo lui conosce. In questo modo si
potrebbe spiegare perché lo stesso Chavez, che si vanta della sua amicizia
con Fidel Castro, viaggia in Iraq e che sfida gli USA, nello stesso periodo di
tempo viaggia a New York ed ottiene il riconoscimento di un potente gruppo
imprenditoriale guidato dalla famiglia Rockfeller. E questo proprio dopo il
chiaro annuncio di Chavez che assicura che il suo governo fornirà
garanzie agli investimenti stranieri come nessun altro avrebbe fatto nella
storia democratica del Paese. Diversi imprenditori presenti alla riunione non
hanno avuto dubbi nel definire eroico lo sforzo di Chavez per salvare il
Venezuela e non a caso si sono offerti di intervenire con i loro capitali per
aiutare il Paese. Chi stava mentendo? Chavez? Gli imprenditori? O per caso
entrambi?
Le reali intenzioni di Chavez
cominciano a preoccupare i settori progressisti e popolari del Venezuela. Fare
un governo rivoluzionario, versione audace e moderna dell'esperienza cubana? O
un governo moderatamente progressista che riduca un poco la corruzione e
ridistribuisca le entrate nazionali con un criterio di equità? O un
governo che con mano dura "imponga" al popolo formule per uscire
dalla crisi, nello stile di Fujimori in Perù?
Questa discussione divide le
opinioni e gli appoggi dentro e fuori dal Venezuela. Da una parte ci sono
coloro che sono convinti dell'essenza rivoluzionaria del progetto chavista ed
assicurano che si tratta di un processo in pieno sviluppo e che alla fine il
risultato dell'equazione sarà una correlazione favorevole agli
interessi popolari. Dall'altra parte ci sono coloro che definitivamente non
credono ­ ci crediamo? ­ nel regime di Chavez ed assicurano
che si tratta di una montatura per cominciare ad applicare politiche
apertamente neoliberiste pur con una etichetta rivoluzionaria.
Il regime di Chavez non lo si
può giudicare per ciò che dice, occorre valutarlo per le sue
azioni concrete. Ed è qui che la disillusione inizia a guadagnare
terreno nelle convinzioni di molti.
I fatti parlano da soli. Da quando Chavez è presidente del Venezuela,
il paese è stato coperto da un manto di "transitorietà"
che in nome della rivoluzione bolivariana giustifica tutto. E' innegabile che
la corruzione amministrativa si sia moltiplicata per mille in assenza di
meccanismi di controllo. E' evidente che, come negli altri governi, anche in
questo esiste un gruppo degli "amici del presidente" che ottiene
vantaggi e favori dal governo. Solo per citare un esempio emblematico, uno dei
magistrati della Corte Suprema di Giustizia lavora da alcuni mesi come capo
degli avvocati della Impresa Multinazionale di Assicurazioni, il cui padrone
è uno degli uomini più vicini al presidente. Proprio il genere
di cose che accadevano nei governi precedenti.
L'assenza di un programma
economico danneggia i lavoratori.
Il clima di transizione che
vive il Venezuela dal 1998 e che si mantiene fino ad ora abbraccia la politica
economica del regime. Il governo non ha voluto definire il suo programma
economico fino a quando non si è assicurato che non ci saranno elezioni
nel futuro immediato. Il fatto di non definire una politica economica ha
creato una situazione recessiva nella economia venezuelana e il settore
industriale e quello delle costruzioni che sono i generatori di occupazione,
da un anno e mezzo, stanno licenziando lavoratori in forma discreta ma
progressiva. Ciò che potremmo chiamare una guerra di bassa intensità
contro i lavoratori venezuelani. Il governo da quando si è istallato
nel 1999 ha licenziato più di mezzo milione di impiegati pubblici,
commentando, nella maggioranza dei casi, che si tratta di burocrazia non
necessaria e di funzionari della vecchia repubblica.
Sembra una commedia che cerca
di dissimulare la tragedia che sta arrivando. Il settore imprenditoriale
aggiunge che non ci sarà il clima adatto agli investimenti fino a
quando il governo non avrà fissato la sua strategia economica. Da parte
sua il governo ha convinto abilmente l'opinione pubblica che la priorità
nazionale è politica, non economica e ciò significa farla finita
con le strutture del regime precedente. Ma mentre il governo fa agitazione
politica con messaggi rivoluzionari, i padroni fanno i loro interessi. In
realtà, ciò che è cresciuto in Venezuela è la
disoccupazione e le cifre più moderate la situano intorno al 21%. Non
occorre essere degli economisti per capire chi ha beneficiato e chi è
stato danneggiato dalla politica di transitorietà chavista.
Le prossime settimane saranno
decisive poiché si spera che prima della fine del 2000 il presidente Chavez
annuncerà il suo piano definitivo per il decollo economico del paese.
Il suo contenuto è un segreto molto ben custodito. Si è saputo
solo che il gruppo di ministri e funzionari stanno lavorando ad una proposta
per incipriare l'inevitabile aumento del prezzo della benzina per il consumo
interno. Occorre ricordare che questa misura fa parte del pacchetto di
"suggerimenti" che gli organismi finanziari internazionali hanno
richiesto al Venezuela e che nel 1989 il suo primo tentativo di attuazione
provocò un violento rifiuto popolare che tre anni più tardi
significò la caduta dell'allora presidente Carlos Andres Perez.
Tutto il potere nelle mani
di Chavez.
Da quando Chavez conquistò
il potere in Venezuela il suo regime ha iniziato un processo di concentrazione
del potere che ancora oggi non è terminato. Il chavismo controlla
praticamente tutte le istanze del potere pubblico in Venezuela. Ha il
controllo del parlamento, della Corte suprema di giustizia, della maggioranza
dei governi regionali. Ciò però non vuol dire necessariamente
che la correlazione tra forze dominanti e dominate sia cambiata in Venezuela.
Di fatto, a parer nostro, mai come adesso, i settori popolari sono rimasti
tanto indifesi e alla mercè delle azioni dello stato.
Deve essere chiaro che gran
parte delle riforme operate da Chavez hanno avuto l'effetto positivo di
defenestrare l'elite politica precedente, corrotta ed incapace. I dubbi
nascono quando, in sostituzione di quella vecchia élite si impone un'altra élite
più corrotta ed impunita, ma con la giustificazione di essere "Bolivariana".
E ancora non è chiaro quale sarà la rotta che prenderà
Chavez con il suo governo.
Possiamo anche apprezzare nel
suo governo alcuni timidi, ma reali sforzi per stimolare una trasformazione.
Per esempio al Ministero dell'istruzione c'è un'équipe di persone
capeggiate da Hector Navarro e dal prof. Carlos Lanz che stanno lavorando
all'idea di cambiare il modello educativo tradizionale attraverso una proposta
che democratizzi l'accesso all'istruzione. Però, allo stesso tempo, al
Ministero dell'economia si lavora ad una proposta per rendere realizzabile il
pagamento del debito estero venezuelano, nonostante Chavez abbia detto che il
debito è scandaloso ed illegale.
L'astensione: chiaro
indizio della fragilità del governo.
Il 3 di dicembre si sono
svolte in Venezuela le elezioni per i consigli municipali e allo stesso tempo
il referendum sullo scioglimento delle vecchie centrali sindacali, controllate
dai partiti del regime precedente AD e COPEL. C'è consenso nei settori
popolari e progressisti sulla necessità storica di terminare con questo
asse della corruzione nel quale erano degenerati i sindacati venezuelani. Ciò
che sembra non essere chiaro è che il governo, padrone per eccellenza,
pretende di controllare il sindacalismo nascente.
Quindi nei risultati del
referendum, che hanno visto un'astensione del 80%, non solo vediamo l'azione
di terminare con la Confederazione dei Lavoratori del Venezuela, con la quale
siamo d'accordo, ma anche quella di lasciare letteralmente indifesi i
lavoratori venezuelani, trascinandoli in un processo di referendum, elezioni e
fondazione di nuove organizzazioni sindacali (sindacati con un altro nome al
quale si aggiungerebbe l'aggettivo di "Bolivariano") proprio nel
momento in cui il governo di Chavez si dispone ad applicare la sua nuova
politica economica. Per noi è chiaro che, una volta passate le elezioni
e consolidato lo spazio del potere politico chavista, il regime applicherà
la sua politica reale, che passa attraverso l'incremento del militarismo nelle
istituzioni pubbliche e misure che favoriranno direttamente l'oligarchia
finanziaria. L'applicazione del nuovo programma economico di Chavez incontrerà
un movimento operaio disarticolato, indifeso e debole, distratto nel suo
processo di riorganizzazione. Che astuzia quella del signor Chavez!
Il risultato del referendum
è legale e darà inizio ad un nuovo periodo nella vita del
sindacalismo venezuelano. Nonostante la sua legittimità sia stata
distrutta dalla partecipazione di appena poco più del 20% degli
elettori convocati per decidere sul futuro delle organizzazioni sindacali in
Venezuela, Chavez, che aveva vinto tutte le consultazioni elettorali
precedenti (presidenza, costituente, ecc.), adesso si deve confrontare con il
franare della propria base elettorale. E' un chiaro segno non della fragilità
del regime, ma della sua potenziale vulnerabilità davanti alla
pressione popolare che ogni giorno si sviluppa incontenibile anche per lo
stesso Chavez.
Il Piano Colombia guarda
al Venezuela.
Sul piano internazionale lo
stile particolare di Chavez produce i suoi effetti. Gli USA seguono con molta
attenzione ciò che accade in Venezuela. Anche loro vogliono finalmente
sapere ciò che farà Chavez, quale sarà la sua politica,
quali saranno gli interessi che difenderà. Però, seguendo la
vecchia tradizione nordamericana del pragmatismo politico, essi hanno già
deciso di fare le loro previsioni. Innanzitutto hanno cambiato il loro
ambasciatore a Caracas. John Maisto è stato sostituito da Dona Hrinak,
esperta in affari latinoamericani, con esperienza in Messico, Centroamerica e
Ecuador. Sulla signora Hrinak se ne sono sentite diverse; le è stata
attribuita persino una missione militare segreta per cospirare contro Chavez.
Le versioni appaiono troppo da film per essere vere. Sicuramente Washington
prevede tempi difficili con il Venezuela e prende le sue precauzioni.
Probabilmente la più
significativa delle azioni degli USA è l'applicazione del chiamato Plan
Colombia ­ o meglio del Piano America Latina. Risulta chiaro che gli
USA stanno utilizzando la scusa del traffico di droga e la crescente influenza
delle FARC in Colombia per stabilire una presenza militare diretta nella
regione attraverso eserciti locali alleati quali quello della Colombia (e
chissà del Venezuela?) e reprimere in maniera efficace le forme di
protesta popolari che nasceranno sicuramente nell'immediato come risposta alle
misure neoliberali che si pretende applicare con fuoco e sangue in queste
zone.
Il cosiddetto Plan Colombia
sta guardando anche al Venezuela. Gli USA vogliono mantenere la propria salute
e, nel caso particolare del Venezuela, quella di Hugo Chavez. Una forma
efficace e dissuasiva potrebbe essere quella di alterare l'equilibrio militare
della zona offrendo milioni di dollari all'esercito colombiano per combattere
la guerriglia e allo stesso tempo rafforzare la posizione colombiana nei suoi
appetiti territoriali verso il Venezuela. Il Plan Colombia faciliterebbe la
mobilitazione effettiva di forze militari verso il Venezuela, forse nella
forma di forza multinazionale, con il pretesto di salvare la democrazia
venezuelana.
Su questo tema il governo di
Chavez non è stato coerente. All'inizio lo stesso Chavez ha assicurato
il proprio appoggio all'iniziativa militare nordamericana, nonostante ora
sembri aver cambiato le sue posizioni. Mentre in Venezuela si acutizza la
crisi economica con una disoccupazione che va oltre il 20% e il paese continua
ad essere agitato dai discorsi di Chavez, il governo sembra non agire con
l'energia dei fiammanti discorsi di Chavez.
Dal nazionalismo ­
populista al militarismo classico.
Con questi elementi non
possiamo caratterizzare il governo del Comandante Chavez come un governo
rivoluzionario. Non è serio e non sarebbe nemmeno sensato. Ci sono
alcuni timidi tentativi di applicare politiche progressiste derivate dalla
presenza di persone con idee di sinistra nel suo governo. Però risulta
chiaro che non è la tendenza generale del suo governo. Il governo di
Chavez marcia in forma più definita nel canale dello stile nazionalista
e populista che ai loro tempi hanno esercitato Omar Torrijos a Panama, Jacopo
Arbenz in Guatemala e Velazco Alvarado in Perù. Probabilmente Chavez
rappresenterebbe la sintesi di queste esperienze, quindi non possiamo
aspettare che il suo governo sia identico ad essi, però i tratti del
suo regime li possiamo percepire dall'incremento del militarismo in quasi
tutti gli spazi della vita pubblica e dal rafforzamento dell'idea che il
leader ­ caudillo ­ capo ­ comandante (cioè
lui) renderà possibile il sogno della rivoluzione. Nel momento del
confronto, che appare inevitabile per la qualità contraddittoria degli
interessi in gioco, Chavez e il suo governo si difenderanno con la classica
logica militare.
Il processo che vive il
Venezuela dipende da una sola persona: Chavez. E ciò forse lo riempie
di compiacimento e di orgoglio a livello personale, ma si converte in una gran
debolezza e di conseguenza in una tragedia per i venezuelani. I venezuelani
nutrono ancora fiducia o forse una sorta di fede in Chavez. Tuttavia, la legge
della gravità è universale e già appaiono segni di
indebolimento della sua leadership. Ciò accade perché il popolo, che
si sente chavista, sta rivelandosi più radicale dello stesso Chavez.
Quindi non ci sono ragioni per perdonare la corruzione né per accettare le
ingiustizie che vengono commesse nel presente con il pretesto che altri lo
hanno fatto in passato. Ma l'ufficialismo chavista ancora continua ad essere
ubriacato dall'euforia del potere e sembra non correre a nessun riparo.
Una posizione sensata in
questa congiuntura in Venezuela è quella di appoggiare le iniziative
per smantellare l'anteriore struttura politica di potere ­ che non
è economica ­ ed ottenere il maggiore e il migliore accumulo di
benefici sociali per i cittadini, fino a dove si può. Ma allo stesso
tempo bisogna aver chiaro che il regime di Chavez potrebbe degenerare in una
esperienza militare autoritaria e che il suo governo applicherà
politiche antipopolari quando la dinamica necessiterà di essere
definita, quindi occorrerà disporre di energia sufficiente per
affrontarlo e per marcare le differenze.
In definitiva è giusto appoggiare il processo di cambiamento in
Venezuela, ma riservandosi il diritto e l'autonomia di combattere le
deviazioni autoritarie e l'applicazione di politiche antipopolari ricoperte da
un discorso pseudorivoluzionario.