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I PROGETTI NAZISTI DI OCCUPARE IL VATICANO E DEPORTARE IL PAPA

di Tommaso Ricci

I progetti nazisti di occupazione del Vaticano e di deportazione del Papa alla luce di nuove testimonianze.
Per qualche mese il pericolo è reale 

Qui mange du pape en meurt. Il detto nacque in Francia quando Napoleone, sacrilego rapitore di papa Pio VI che poi morì nelle sue mani, cadde in disgrazia. Ma né la fatale premonizione, né la scomunica comminata automaticamente a chi attenta al Papa ed alla Santa Sede intimorirono particolarmente, più di un secolo dopo, un altro potente di questo mondo: Adolf Hitler. Che cosa sappiamo oggi circa gli effettivi pericoli (uccisione, rapimento, deportazione) corsi da Pio XII durante la seconda guerra mondiale? La documentazione disponibile non consente di trarre conclusioni perentorie; insomma, piani dettagliati di evacuazione del Papa da Roma da parte dei nazisti non sono finora stati rinvenuti. E c'è da credere che difficilmente ciò accadrà in futuro. Cionondimeno esiste una serie di testimonianze, sia di parte nazista che di parte vaticana, che inducono a ritenere che davvero Adolf Hitler avesse partorito l'idea di violare il Vaticano e prendere in ostaggio, o "sotto protezione", il Papa. SOGiorni è in grado di esibirne una, finora sconosciuta in Italia. 

Ma andiamo con ordine. Il merito di aver indagato l'argomento va principalmente allo storico gesuita statunitense Robert Graham, che in due articoli pubblicati nel 1972 su La Civiltà Cattolica (“Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII?”) affrontò per primo l'argomento. Tale iniziativa ebbe il merito oltre ad essere il primo serio esame comparato delle numerose ma frammentarie testimonianze emerse dall'abbondante memorialistica postbellica di indurre uno degli ultimi testimoni viventi a parlare. Si trattava del generale Karl Otto Wolff (19001984), fiduciario di Himmler, dal 1943 al 1945 capo delle SS e della polizia in Italia, unica personalità della alta nomenklatura nazista ad essere segretamente ricevuta dal Papa (10 maggio 1944), nonché interlocutore degli Alleati nel siglare la resa tedesca in Italia all'insaputa di Berlino. Costui, qualche mese dopo gli articoli di Granarti, dichiarò pubblicamente che Hitler gli aveva conferito l'ordine di invadere il Vaticano e deportare il Papa. Le cose sarebbero andate così.

L'8 settembre 1943 il maresciallo Badoglio aveva concluso con gli Alleati l'armistizio, mandando su tutte le furie Hitler, già molto inquieto per la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. L'I 1 o il 12 settembre 1943 Wolff, appena nominato capo della polizia e delle SS in Italia, venne convocato al quartier generale tedesco nella Prussia orientale. Lì lo attendeva Heinrich Himmler, capo della polizia nazista, che lo informò degli accessi d'ira del Fuhrer per il voltafaccia degli italiani e dei suoi propositi di vendetta nei confronti della Casa Reale e del Vaticano, da lui sospettati di aver tramato. Himmler chiese a Wolff, nell'eventualità di un'occupazione del Vaticano, di sottrarre per lui dagli archivi le prove della “cristianizzazione violenta” della Germania; il capo della Gestapo immaginava che il Vaticano conservasse gelosamente come bottino le scritture runiche della mitologia pagana precristiana. Il successore designato di Hitler, Hermann Goering, noto per la sua inestinguibile avidità di opere d'arte, voleva invece mettere le mani sui tesori vaticani (“specialmente le statue di Michelangelo” precisò).

Poi venne il turno di Hitler, il quale disse a Wolff, secondo la ricostruzione di quest'ultimo resa al tribunale ecclesiastico riunito per il processo di beatificazione di Pio XII: “Desidero che lei, nel quadro delle reazioni tedesche contro questo inaudito "tradimento Badoglio" , occupi, il più presto possibile, il Vaticano e la Città del Vaticano; metta al sicuro gli archivi ed i tesori d'arte che hanno un valore unico al mondo, e trasferisca al Nord papa Pio XII, insieme alla curia, "per sua protezione", affinché egli non possa cadere nelle mani degli Alleati e subire le loro pressioni e l'influenza politica. Secondo gli sviluppi politici e militari farò sistemare il Papa possibilmente in Germania o nel neutrale Liechtenstein. Quanto tempo le occorre per poter eseguire questa operazione il più presto possibile?”. Wolff, che non aveva alcuna voglia di compiere un'azione che avrebbe macchiato il suo nome nella posterità, tentò di guadagnare tempo prospettando al Führer le difficoltà logistiche dell'impresa. Hitler accettò il punto di vista ma chiese di avere aggiornamenti periodici sui preparativi.

All'inizio di dicembre Wolff non poteva più continuare con la sua tattica dilatoria e presentò il suo piano "napoleonico" ad Hitler: gli servivano duemila uomini da far venire appositamente dalla Germania per circondare il Vaticano ed eseguire il blitz, uno staff di professori tedeschi in grado di discernere rapidamente le cose di maggior valore tra i documenti e gli oggetti d'arte da trafugare, ed una squadra di ufficiali sudtirolesi in grado di tradurre all'istante dal tedesco all’italiano e viceversa. Inoltre servivano camion ed autobus per organizzare il trasporto del Papa, del suo entourage, dei numerosi rifugiati politici nascosti in Vaticano, di centomila quadri e di centinaia di casse di documenti. Wolff decise però a questo punto di affrontare direttamente con Hitler la questione dell'inopportunità di tale azione e usò un realistico argomento per dissuadere il suo capo: un atto contro il Vaticano ed il Papa, ultimo punto di riferimento rimasto in un'Italia allo sbando, avrebbe provocato una vera e propria rivolta di popolo, per domare la quale sarebbero occorse molte forze. Per non parlare, poi, delle reazioni dei cattolici tedeschi e nel mondo. Viceversa un rapporto non conflittuale con la Santa Sede sarebbe stato utile ad entrambi, garantiva Wolff. “Va bene, Wolff avrebbe concluso sorprendentemente Hitler, facendo tirare un sospiro di sollievo al gerarca nazista faccia ciò che lei ritiene opportuno come esperto della questione italiana, ma non dimentichi che dovrò ritenerla responsabile, qualora lei non potesse realizzare la sua promessa "garanzia" ottimistica. Buona fortuna, Wolff”.

Naturalmente sulla straordinaria testimonianza di Wolff gravano dei dubbi. Perché non ha parlato prima, quando maggiori erano le possibilità di avere conferme da altri testimoni viventi? Inoltre, qualcuno ha recisamente smentito le affermazioni di Wolff. Per esempio, un altro nazista "eccellente" sulla scena italiana dell'epoca, Eugen Dollmann (19001985), anch'egli uomo di fiducia di Himmler, nonché interprete di Hitler in Italia e ufficiale di collegamento tra Wolff e Kesselring. Dollmann asserì di non aver mai sentito alcunché riguardo ad un simile ordine di Hitler e ciò basterebbe a provarne l'inesistenza. Si sarebbe trattato piuttosto di manie del fanatico anticattolico Bormann, le quali però non avrebbero mai raggiunto una fase progettuale vera e propria. Anche il diplomatico tedesco Eitel Friedrich von Moellhausen, console del Terzo Reich a Roma durante la guerra, ha nettamente respinto le "rivelazioni" di Wolff, mettendo in dubbio l'autenticità, o quanto meno la fedeltà, della ricostruzione dei colloqui tra Wolff e Hitler.

Non c'è dunque nulla che possa "supportare" la tesi di Wolff di un vero e proprio Fùhrerbefehl, poi rientrato? Ebbene, qualche elemento sussiste. Sono le testimonianze di due personaggi alquanto diversi per ruolo e per punto di osservazione. La prima è quella dell'ambasciatore tedesco presso lo Stato italiano Rudolf Rahn, testimonianza inedita in Italia e che, per la sua importanza, pubblichiamo integralmente a pag. 65. In sintesi, Rahn è il primo a confermare l'esistenza dell'esplicito ordine di Hitler a Wolff.

Il secondo teste a favore di Wolff si chiama Franz Spoegler, nel 1943 Oberstuermfuehrer (tenente) delle Waffen SS; costui era all'epoca ufficiale di collegamento tra Mussolini con la sua scricchiolante Repubblica di Salò da una parte e l'ambasciatore Rahn e il generale Wolff dall'altra. Spoegler ha raccontato (cfr. Alto Adige, 2 e 3 giugno 1973) che l'atteggiamento temporeggiatore di Wolff rispetto all'Aktion Papst aveva suscitato dei sospetti nelle alte sfere naziste e che Himmler aveva deciso di far spiare Wolff per scoprire se dietro le sue tergiversazioni si nascondesse del sabotaggio. Fu scelto a tale scopo un capitano delle SS di nome Weisse che si recò in Italia e individuò in Spoegler, allora intercettatore telefonico a Verona, quartier generale nazista in Italia, la persona adatta. Weisse faticò non poco a convincere che l'uomo da sorvegliare era nientemeno che Wolff, numero uno in Italia; è proprio in tale contesto che Weisse gli confidò che “il Fiihrer doveva prendere sotto la sua protezione il Papa e i cardinali”. “Innanzitutto spiegò Weisse, cui probabilmente Himmler aveva parlato dell'insano progetto, all'incredulo Spoegler agli occhi del mondo apparirà che Pio XII ha scelto liberamente la sede provvisoria del Liechtenstein, per allontanarsi dal teatro della guerra. E poi lei pensa che russi, americani od inglesi tollererebbero all'interno delle zone da loro controllate l'esistenza palese ed indisturbata di un covo di cospirazione?”. Qualche tempo dopo, verso il dicembre 1943 cioè proprio quando Wolff era riuscito a far recedere Hitler dal suo pazzesco progetto Spoegler ricorda di aver intercettato una telefonata fra Wolff ed un colonnello delle SS in cui quest'ultimo disse: “Meno male che quella brutta faccenda di Roma è rientrata”. Spoegler non comunicò a Berlino il compromettente colloquio. Wolff e Spoegler si incontrarono dopo la guerra ed il generale confidò all'ex tenente sudtirolese che sapeva di essere sotto controllo e che aveva tremato non poco quando l'incauto colonnello si era espresso in quei termini.

Fino ad oggi quelle di Rahn e di Spoegler sono le uniche conferme, entrambe peraltro non dirette e totali, del Fiihrerbefehl impartito a Wolff.

 


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