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FONTE: L'osservatore Romano
Queste osservazioni circa la presunta corrispondenza tra il Papa e il Führer valgono per gli altri documenti reali. Spessissimo i documenti del Vaticano sono attestati da altri archivi, ad esempio le note scambiate con gli ambasciatori. Si può pensare che molti telegrammi del Vaticano siano stati intercettati e decifrati dai servizi di informazione delle potenze belligeranti, e che se ne trovino copia nei loro archivi, e quindi, se avessimo tentato di nascondere alcuni documenti, sarebbe possibile conoscerne l'esistenza e avere allora un fondamento per mettere in dubbio la serietà del nostro lavoro.
Lo stesso articolo del quotidiano parigino, dopo avere immaginato relazioni tra Hitler e il nunzio Pacelli, ricorda un articolo del Sunday Telegraph del luglio 1997, che accusa la Santa Sede di avere utilizzato l'oro nazista per aiutare criminali di guerra a fuggire verso l’America Latina, soprattutto il croato Ante Pavelic: «Alcuni studi accreditano tale tesi (!)». È ammirevole la disinvoltura con cui i giornalisti possono accontentarsi di documentare le proprie affermazioni. Ne saranno gelosi gli storici, che spesso faticano ore per verificare i loro riferimenti. Si capisce che un giornalista si fidi di un collega soprattutto quando il titolo
inglese del giornale gli dà un'apparenza di rispettabilità. Ma ci sono ancora due affermazioni che meritano di essere esaminate separatamente, e cioè l'arrivo nelle casse del Vaticano dell'oro nazista, o più esattamente l'oro degli ebrei sottratto dai nazisti, e il suo uso per facilitare la fuga di criminali di guerra nazisti verso l'America Latina.
Alcuni quotidiani americani, infatti, avevano prodotto un documento del Dipartimento del Tesoro con il quale lo stesso Dipartimento era informato che il Vaticano avrebbe ricevuto attraverso la Croazia oro nazista di provenienza ebraica. Il «documento del Dipartimento del Tesoro» può fare impressione; ma occorre leggere ciò che si trova sotto il titolo e allora si scopre che si tratta di una nota proveniente dalla «comunicazione di un informatore romano degno di fede». Chi prendesse per oro colato simili affermazioni dovrebbe leggere quanto ha scritto il p. Graham sulle prodezze dell'informatore Scattolini, che viveva delle informazioni tratte
dalla sua fantasia, che egli passava a tutte le ambasciate, compresa quella degli USA, la quale le trasmetteva fedelmente al Dipartimento di Stato (4). Nelle nostre ricerche nell’archivio della Segreteria di Stato, non abbiamo trovato menzione del supposto arrivo nelle casse del Vaticano dell'oro sottratto agli ebrei. Spetta ovviamente a chi sostiene tali asserzioni fornire le prove documentate, ad esempio una ricevuta, che non sarebbe rimasta negli archivi del Vaticano, come le lettere di Pio XII a Hitler. Vi è invece riportato il sollecito intervento di Pio XII, quando le comunità ebraiche di Roma furono oggetto di un ricatto da parte delle SS, che esigevano da loro 50 kg
di oro; allora il Gran Rabbino si rivolse al Papa per chiedergli i 15 kg mancanti, e Pio XII diede immediatamente ordine ai suoi uffici di fare il necessario (5). Recenti verifiche non hanno trovato di più.
La notizia poi relativa alla fuga di criminali nazisti verso l'America Latina che sarebbero stati aiutati dal Vaticano non è una novità. Non possiamo ovviamente escludere l'ingenuità di un ecclesiastico romano che si serva della propria posizione per facilitare la fuga di un nazista. Le simpatie del vescovo Hudal, rettore della chiesa nazionale tedesca, per il Grande Reich, sono note; ma da qui a immaginare che il Vaticano organizzasse su vasta scala la fuga di nazisti verso l'America Latina, significa comunque attribuire agli ecclesiastici romani una carità eroica. A Roma erano noti i piani nazisti concernenti la Chiesa e la Santa
Sede. Pio XII vi ha accennato nell’allocuzione concistoriale del 2 giugno 1945, ricordando come la persecuzione del regime contro la Chiesa si fosse ancora aggravata con la guerra, «quando i suoi seguaci si lusingavano ancora, appena riportata la vittoria militare, di farla finita per sempre con la Chiesa» (6). Tuttavia gli autori, cui si rifà il nostro giornalista, hanno un'idea piuttosto elevata del perdono delle ingiurie praticato nell’ambiente del Papa per immaginare una quantità di nazisti accolti in Vaticano e di là condotti in Argentina, protetti dalla dittatura di Perón, e di lì in Brasile, Cile, Paraguay, per salvare ciò che poteva essere
salvato del Terzo Reich: un «Quarto Reich» sarebbe nato nelle pampas.
Si tratta di notizie nelle quali è difficile distinguere tra storia e finzione. Agli appassionati di romanzi possiamo consigliare la lettura di Ladislao Farago A la recherche de Martin Bormann et des rescapés nazis d'Amérigue du sud (in inglese Aftermath. Martin Bormann and the fourth Reich). Con il titolo inglese «Il Quarto Reich» è detto tutto. L'Autore ci conduce da Roma e dal Vaticano in Argentina, Paraguay, Cile, sulla pista del Reichsleiter e degli altri capi nazisti in fuga. Con la precisione di un'Agatha Christie, descrive la posizione esatta di ogni personaggio al momento del crimine, indica il numero delle
camere d'albergo occupate dai nazisti in fuga o dai cacciatori di nazisti, lanciati sulle loro tracce, fa vedere la Volkswagen verde che li trasporta. Si rimane colpiti dalla modestia dell'Autore che presenta il proprio libro come «un'inchiesta alla francese, studio serio, ma senza pretesa di pura erudizione» (!).
Conclusione
Il lettore penserà bene che l'archivio del Vaticano non racchiuda nulla di tutto ciò, anche in quello che ci sarebbe di reale. Se il vescovo Hudal ha fatto fuggire qualche pezzo grosso nazista, non sarà certamente andato a chiedere il permesso al Papa. E se a cose fatte glielo avesse confidato, non ne sapremmo di più. Tra le cose che l'archivio non rivelerà mai, occorre ricordare i colloqui intercorsi tra il Papa e i suoi visitatori, salvo che con gli ambasciatori che ne hanno riferito ai loro Governi o con un De Gaulle che ne parla nelle sue Memorie.
Ciò non significa che, quando gli storici seri desiderano verificare personalmente l'archivio da cui sono stati presi i documenti pubblicati, il loro desiderio non sia legittimo e lodevole: anche dopo una pubblicazione per quanto possibile accurata, la consultazione degli archivi e il contatto diretto con i documenti giovano alla comprensione storica. Altro è mettere in dubbio la serietà della nostra ricerca, altro è chiedersi se nulla ci sia sfuggito. Non abbiamo deliberatamente tralasciato nessun documento significativo, perché ci sarebbe sembrato nuocere all'immagine del Papa e alla reputazione della Santa Sede. Ma in un’impresa
del genere chi lavora è il primo a domandarsi se non abbia dimenticato nulla. Senza il p. Leiber, l'esistenza delle minute delle lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi ci sarebbe sfuggita e la collana sarebbe stata privata dei testi forse più preziosi per comprendere il pensiero del Papa (7). Tuttavia quell'intero blocco non contraddice in nulla ciò che ci dicono le note e le corrispondenze diplomatiche. In queste lettere scorgiamo meglio la preoccupazione di Pio XII di ricorrere all'insegnamento dei vescovi per mettere i cattolici tedeschi in guardia contro le lusinghe perverse del nazionalsocialismo, più pericolose che mai in tempo di guerra. Tale corrispondenza pubblicata nel
secondo volume degli Actes et Documents conferma dunque l'opposizione tenace della Chiesa al nazionalsocialismo; ma già si conoscevano le prime messe in guardia dei vescovi tedeschi, come Faulhaber e von Galen, di molti religiosi e di sacerdoti e, infine, l'enciclica Mit brennender Sorge, letta in tutte le Chiese della Germania la domenica delle Palme del 1937 a dispetto della Gestapo.
Non possiamo dunque considerare che come pura e semplice menzogna l'affermazione che la Chiesa abbia sostenuto il nazismo, come ha scritto un quotidiano milanese del 6 gennaio 1998. Inoltre i testi pubblicati nel quinto volume degli Actes et Documents smentiscono in maniera perentoria l'idea che la Santa Sede avrebbe sostenuto il Terzo Reich per timore della Russia sovietica. Quando Roosevelt chiese il concorso del Vaticano per vincere l'opposizione di cattolici americani al suo disegno di estendere alla Russia in guerra contro il Reich l'appoggio già concesso alla Gran Bretagna, egli fu ascoltato. La Segreteria di Stato incaricò il Delegato
apostolico a Washington di affidare a un vescovo americano il compito di spiegare che l’enciclica Divini Redemptoris - che ingiungeva ai cattolici di rifiutare la mano tesa dai partiti comunisti - non si applicava alla situazione presente e non vietava agli USA di andare in aiuto allo sforzo bellico della Russia sovietica contro il Terzo Reich. Sono, queste, conclusioni inoppugnabili.
Perciò, senza voler scoraggiare i ricercatori futuri, dubito molto che l'apertura dell’archivio vaticano del periodo bellico modificherà la nostra conoscenza di tale periodo. In quell'archivio, come abbiamo spiegato prima, i documenti diplomatici e amministrativi stanno insieme a documenti di carattere strettamente personale; e ciò esige una proroga maggiore che negli archivi dei Ministeri degli Affari Esteri degli Stati. Chi, senza attendere, desidera approfondire la storia di quel periodo di sconvolgimenti può già lavorare con frutto negli archivi del Foreign Office, del Quai d'Orsay, del Département d'Etat
e degli altri Stati che avevano rappresentanti presso la Santa Sede. I dispacci del ministro inglese Osborne fanno rivivere, meglio delle note del Segretario di Stato vaticano, la situazione della Santa Sede, accerchiata nella Roma fascista, poi caduta sotto il controllo dell'esercito e della polizia tedesca (8). E dedicandosi a tali ricerche, senza reclamare un'apertura prematura dell’archivio del Vaticano, che essi mostreranno di ricercare proprio la verità.
Note
(1) In Oss. Rom., 9 ottobre 1958.
(2) Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, édités par P. Blet - A. Martini - R. A. Graham [dal 3° vol.] - B. Schneider, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 11 vol. in 12 tomi [due tomi per il 3° vol.], 1965-1981.
(3) Cfr P. Blet, Pie XII et la seconde guerre mondiale d'après les archives du Vatican, Paris, Perrin 1997.
(4) Cfr. R. A. Graham, «Il vaticanista falsario. L'incredibile successo di Virgilio Scattolini», in Civ. Catt. 1973 III 467-478.
(5) Cfr. Actes et Documents, vol. 9, cit., 491 e 494.
(6) Pio XII, «Allocuzione concistoriale» (2 giugno 1945), in AAS 37 (1945) 159-168.
(7) Così quando abbiamo preparato il primo volume, ci era rimasto sconosciuto il redattore dell'appello di Pio XII per la pace del 24 agosto 1939, opportunamente corretto e approvato dal Papa. Solamente ricerche ulteriori ci hanno permesso di scoprire che il redattore era stato Mons. Montini (cfr B. Schneider, «Der Friedensappel Papst Pius' XII vom 24 August 1939» in Archivum Historiae Pontificiae 6 [1968] 415424), anche se è difficile attribuire ai due autori le singole parti.
(8) Cfr. O. Chadwick, Britain and the Vatican during the Second World War, Cambridge, 1986.
Tratto da L'OSSERVATORE ROMANO 27 marzo 1998
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