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FONTE: L'osservatore Romano
I singoli volumi
Il primo volume, che ricopre i primi 17 mesi del pontificato (marzo 1939-luglio 1940) e che rivela gli sforzi di Pio XII per scongiurare la guerra, uscì nel dicembre 1965 ottenendo in genere buona accoglienza. Nel corso del 1966, mentre il p. Schneider preparava attivamente il volume delle lettere ai vescovi tedeschi, il p. Robert A. Graham, un gesuita americano della rivista America, il quale aveva già pubblicato un'opera sulla diplomazia della Santa Sede (Vatican Diplomacy), chiese informazioni sul periodo che costituiva l'oggetto del nostro lavoro. Come risposta egli fu invitato e aggregato al nostro gruppo, tanto più che già avevamo
preso conoscenza dei contatti sempre più frequenti di Pio XII con Roosevelt e dei documenti in lingua inglese, nei quali ci imbattevamo piuttosto di frequente. Egli lavorò immediatamente alla preparazione del terzo volume, dedicato alla Polonia e concepito sul modello del secondo, concernente i rapporti della Santa Sede con gli episcopati. Ma gli scambi epistolari diretti con gli altri episcopati si rivelarono molto meno intensi, sicché il volume 2° e il 3° (in due tomi) rimasero gli unici nel loro genere. Così decidemmo di dividere i documenti in due sezioni: una, che continuava il primo volume, per le questioni di carattere prevalentemente diplomatico, contraddistinte dal loro titolo Le Saint-Siège
et la guerre en Europe, Le Saint-Siège et la guerre mondiale: furono i volumi 4°, 5°, 7° e 11°, mentre i voll. 6°, 8°, 9° e 10°, intitolati Le Saint-Siège et les victimes de la guerre riuniscono in ordine cronologico i documenti relativi agli sforzi della Santa Sede per soccorrere tutti quelli che la guerra faceva soffrire nel corpo o nello spirito, prigionieri separati dalla famiglia ed esiliati lontano dai loro cari, popolazioni sottoposte alle devastazioni della guerra, vittime di persecuzioni razziali.
Il lavoro durò oltre 15 anni; il gruppo si divise i compiti secondo i volumi progettati e secondo il tempo che ognuno aveva a disposizione. E p. Leiber, il cui aiuto ci era stato così prezioso, ci venne tolto dalla morte il 18 febbraio 1967. E p. Schneider, pur continuando a insegnare Storia moderna alla Gregoriana, dopo aver pubblicato le lettere ai vescovi tedeschi, si era dedicato alla sezione delle vittime della guerra e preparò, con il concorso del p. Graham, i voll. 6°, 8° e 9°, terminati a Natale del 1975; ma nell'estate dello stesso anno era stato colpito dalla malattia di cui sarebbe morto nel maggio seguente. E p. Martini, che a tempo pieno si era
dedicato a questo lavoro e aveva in qualche modo lavorato a tutti i volumi, non ebbe la soddisfazione di vedere l'opera interamente compiuta: poté soltanto, all'inizio dell'estate del 1981, vedere le bozze dell’ultimo volume, prima di lasciarci a sua volta. Il vol. 11° (ultimo della collana) uscì verso la fine del 1981, sotto la responsabilità del p. Graham e mia. Benché fosse il più anziano tra noi, il p. Graham aveva dunque potuto lavorare sino al compimento dell'opera e anche proseguire, in quei 15 anni, ricerche e pubblicazioni complementari, uscite per lo più come articoli su La Civiltà Cattolica, e che costituiscono anche una fonte di informazioni, che gli
storici della seconda guerra mondiale potranno consultare con profitto. Egli lasciò Roma il 24 luglio 1996 per fare ritorno nella natia California, dove chiuse i suoi giorni l'11 febbraio 1997.
Sin dall'inizio del 1982 avevo da parte mia ripreso le mie ricerche sul XVII secolo francese e sulla diplomazia vaticana. Ma vedendo che, dopo 15 anni, i nostri volumi rimanevano sconosciuti anche a molti storici, dedicai gli anni 1996-97 a riprenderne l'essenziale e le conclusioni in un volume di modeste dimensioni, ma denso per quanto possibile (3). Una consultazione serena di tale documentazione fa apparire nella sua realtà concreta l'atteggiamento e la condotta del Papa Pio XII durante il confitto mondiale e, di conseguenza, l'infondatezza delle accuse rivolte contro la sua memoria. I documenti pongono in evidenza come gli sforzi della sua diplomazia
per evitare la guerra, per dissuadere la Germania dall'aggredire la Polonia, per convincere l'Italia di Mussolini a dissociarsi da Hitler siano stati al limite delle sue possibilità. Non si trova nessuna traccia della pretesa parzialità filotedesca che egli avrebbe assorbito nel periodo trascorso nella nunziatura in Germania. I suoi sforzi, associati a quelli di Roosevelt, per mantenere l'Italia fuori dal conflitto, i telegrammi di solidarietà del 10 maggio 1940 ai Sovrani di Belgio, Olanda e Lussemburgo dopo l'invasione della Wehrmacht, i suoi consigli coraggiosi a Mussolini e al re Vittorio Emanuele III per suggerire una pace separata non vanno certamente in tale direzione. Sarebbe illusorio pensare che con
le alabarde della guardia svizzera, o anche con una minaccia di scomunica, egli avrebbe fermato i carri armati della Wehrmacht.
Ma l'accusa spesso ripresa è di essere rimasto silenzioso di fronte alle persecuzioni razziali contro gli ebrei sino alle loro estreme conseguenze e di aver lasciato così libero corso alla barbarie nazista. Ora i documenti manifestano gli sforzi tenaci e continui del Papa per opporsi alle deportazioni, sull'esito delle quali il sospetto cresceva sempre più. Il silenzio apparente nascondeva un'azione segreta attraverso le nunziature e gli episcopati per evitare, o perlomeno limitare, le deportazioni, le violenze, le persecuzioni. Le ragioni di tale discrezione sono chiaramente spiegate dallo stesso Papa in diversi discorsi, nelle lettere agli episcopati
tedeschi, o nelle delibere della Segreteria di Stato: le dichiarazioni pubbliche non sarebbero servite a nulla, non avrebbero fatto che aggravare la sorte delle vittime e moltiplicarne il numero.
Accuse ricorrenti
Nell'intento di offuscare tali evidenze, i detrattori di Pio XII hanno messo in dubbio la serietà della nostra pubblicazione. Molto singolare al riguardo è un articolo apparso su un quotidiano parigino della sera il 3 dicembre 1997:, «Quei quattro gesuiti hanno prodotto [!] negli Actes et Documents testi che hanno scagionato Pio XII dalle omissioni di cui egli è accusato […]. Ma quegli Actes et Documents sono lontani dall’essere completi». Si voleva dare a intendere che avevamo tralasciato documenti scomodi per la memoria di Pio XII e per la Santa Sede.
In primo luogo, non si vede bene come l'omissione di alcuni documenti aiuterebbe a scagionare Pio XII dalle omissioni che gli vengono rinfacciate. D'altra parte, dire con tono perentorio che la nostra pubblicazione non sia completa equivale a fare un'affermazione che non si può provare: a tal fine bisognerebbe confrontare la nostra pubblicazione con il fondo di archivio e mostrare i documenti presenti nel fondo e mancanti nella nostra pubblicazione. Benché il fondo di archivio corrispondente sia ancora inaccessibile al pubblico, alcuni si sono spinti sino a pretendere di fornire prove di tali lacune degli Actes et Documents. Facendo questo, essi hanno dimostrato la
loro scarsa visione circa l'esplorazione di fondi di archivio, di alcuni dei quali reclamano l'apertura.
Riprendendo l'identica affermazione di un quotidiano romano dell'11 settembre 1997, il citato articolo del 3 dicembre menziona come assente nella nostra pubblicazione la corrispondenza di Pio XII con Hitler. Osserviamo anzitutto che la lettera con la quale il Papa notificò la propria elezione al Capo di Stato del Reich è l'ultimo documento pubblicato nel secondo volume degli Actes et Documents. Per il resto, se non abbiamo pubblicato la corrispondenza di Pio XII con Hitler, è perché essa esiste unicamente nella fantasia del giornalista. Costui invoca i contatti di Pacelli, Nunzio in Germania, con Hitler, ma avrebbe dovuto verificare le date:
Hitler giunge al potere nel 1933 e quindi avrebbe avuto occasione di incontrare il Nunzio apostolico soltanto da quella data. Ma Mons. Pacelli era rientrato a Roma nel dicembre 1929, e Pio XI lo aveva creato Cardinale il 16 dicembre e Segretario di Stato il 16 gennaio 1930. E soprattutto, se quella corrispondenza fosse esistita, le lettere del Papa sarebbero conservate negli archivi tedeschi e ve ne sarebbe normalmente traccia negli archivi del Ministero degli Esteri del Reich. Le lettere di Hitler sarebbero finite in Vaticano, ma se ne troverebbe menzione nelle istruzioni agli ambasciatori di Germania, Bergen e poi Weizsäcker, incaricati di consegnarle, e nei dispacci di quei diplomatici, che rendono conto di averle
rimesse al Papa o al Segretario di Stato. Nessuna traccia di tutto ciò. In mancanza di tali riferimenti, si deve dire che la serietà della nostra pubblicazione è stata messa in dubbio senza l'ombra di una prova.

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