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LA LEGGENDA ALLA PROVA DEGLI ARCHIVI (PRIMA PARTE)

 FONTE: L'osservatore Romano

Questo articolo è apparso in apertura del numero 3546 - 21 marzo 1998 - de «La Civiltà Cattolica».

di Pier Blet

Quando morì il 9 ottobre 1958, Pio XII fu oggetto di omaggi unanimi di ammirazione e di gratitudine: «Il mondo - dichiarò il presidente Eisenhower - è ora più povero dopo la morte del Papa Pio XII». E Golda Meir, ministro degli Esteri dello Stato di Israele: «La vita del nostro tempo è stata arricchita da una voce che esprimeva le grandi verità morali al di sopra del tumulto dei conflitti quotidiani. Noi piangiamo un grande servitore della pace» (1). Pochi anni dopo, a partire dal 1963, egli era diventato l'eroe di una leggenda nera: durante la guerra, per calcolo politico o pusillanimità, egli sarebbe rimasto impassibile e silenzioso di fronte ai crimini contro l'umanità, che invece un suo intervento avrebbe bloccato.

Quando le accuse si fondano su documenti, è possibile discutere l'interpretazione dei testi, verificare se essi sono stati fraintesi, recepiti acriticamente, mutilati o selezionati in un certo senso. Quando invece una leggenda viene costruita con elementi disparati e con un lavoro di immaginazione, la discussione non ha senso. L'unica cosa possibile è opporre al mito la realtà storica provata da documenti incontestabili. A tal fine sin dal 1964 il Papa Paolo VI, che, come Sostituto della Segreteria di Stato, era stato uno dei più stretti collaboratori di Pio XII, autorizzò la pubblicazione dei documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale.

L'impostazione di «Actes et Documents»

L'archivio della Segreteria di Stato conserva infatti i dossier nei quali è possibile seguire spesso di giorno in giorno, a volte di ora in ora, l'attività del Papa e dei suoi uffici. Vi si trovano i messaggi e i discorsi di Pio XII, le lettere scambiate tra il Papa e le autorità civili ed ecclesiastiche, note della Segreteria di Stato, note di servizio dei subalterni ai superiori per comunicare informazioni e proposte e, inoltre, note private (in particolare quelle di Mons. Tardini, che aveva l'abitudine, felicissima per gli storici, di riflettere penna alla mano), la corrispondenza della Segreteria di Stato con i rappresentanti esterni della Santa Sede (Nunzi, Internunzi e Delegati apostolici) e le note diplomatiche scambiate tra la Segreteria di Stato e gli ambasciatori o i ministri accreditati presso la Santa Sede. Questi documenti sono, per lo più, spediti con il nome e la firma del Segretario di Stato o del Segretario della prima Sezione della stessa Segreteria: ciò non toglie che essi traducano le intenzioni del Papa.

Partendo da tali documenti sarebbe stato possibile scrivere un'opera che descrivesse quali erano stati l'atteggiamento e la politica del Papa durante la seconda guerra mondiale. Oppure si sarebbe potuto comporre un libro bianco, per dimostrare l'infondatezza delle accuse contro Pio XII. Tanto più che, essendo l'addebito principale quello del silenzio, era facile, partendo dai documenti, porre in luce l'azione della Santa Sede in favore delle vittime della guerra e, in particolare, delle vittime delle persecuzioni razziali. Sembrò più conveniente intraprendere una pubblicazione completa dei documenti relativi alla guerra. Esistevano già diverse collane di documenti diplomatici, di cui molti volumi riguardavano la seconda guerra mondiale: Documenti diplomatici italiani, Documents on British Foreign Policy: 1919-1939, Foreign Relations of the United States, Diplomatic Papers, Akten zur deutschen auswärtigen Politik 1918-1945. Di fronte a tali collane, e su tali modelli, era utile permettere agli storici di studiare sui documenti il ruolo e l'attività della Santa Sede durante la guerra. In questa prospettiva fu iniziata la pubblicazione della collana degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (2).

La difficoltà risiedeva nel fatto che per questo periodo gli archivi - sia quello del Vaticano sia quelli degli altri Stati - erano chiusi al pubblico e anche agli storici. L'interesse particolare rivolto agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, il desiderio di farne la storia partendo dai documenti, e non soltanto da racconti o testimonianze più o meno indiretti, avevano indotto gli Stati coinvolti nel conflitto a pubblicare i documenti ancora inaccessibili al pubblico. Le persone di fiducia incaricate di un tale compito sono soggette ad alcune regole: non pubblicare documenti che chiamino in causa persone ancora in vita o che, rivelati, ostacolerebbero negoziati in atto. In base a tali criteri furono pubblicati i volumi relativi agli anni Quaranta dei Foreign Relations of the United States, e gli stessi criteri furono seguiti nella pubblicazione dei documenti della Santa Sede.

Il compito di pubblicare i documenti della Santa Sede relativi alla guerra venne affidato dalla Segreteria di Stato a tre padri gesuiti: Angelo Martini, redattore di questa rivista, che aveva già avuto accesso agli archivi riservati del Vaticano, Burkhart Schneider e lo scrivente, entrambi docenti nella Facoltà di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana. Il lavoro ebbe inizio sin dai primi giorni del gennaio 1965, in un ufficio vicino al deposito dell'archivio dell'allora Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari e Prima Sezione della Segreteria di Stato; là erano normalmente custoditi i documenti relativi alla guerra.

In quelle condizioni il lavoro comportava facilitazioni e difficoltà particolari. La difficoltà era che, trattandosi di un archivio non aperto al pubblico, non esistevano inventari sistematici finalizzati alla ricerca; i documenti non erano classificati né in ordine strettamente cronologico, né in ordine strettamente geografico; quelli di carattere politico, quindi relativi alla guerra, si trovavano talora insieme a documenti di carattere religioso, canonico o anche personale, rinchiusi in scatole abbastanza maneggevoli, ma talvolta dal contenuto molto disparato. Informazioni relative alla Gran Bretagna potevano trovarsi in dossiers sulla Francia, se l'informazione era stata inviata tramite il Nunzio in Francia, e naturalmente interventi in favore di ostaggi belgi nelle scatole del Nunzio a Berlino. Era necessario quindi esaminare ogni scatola e scorrerne tutto il contenuto per identificare i documenti relativi alla guerra. La ricerca era tuttavia resa più semplice grazie a una vecchia regola della Segreteria di Stato in vigore dal tempo di Urbano VIII, la quale prescriveva ai Nunzi di trattare un solo argomento per lettera.

Di fronte a tali difficoltà, avevamo notevoli facilitazioni. Lavorando in un ufficio della Segreteria di Stato e su commissione, non eravamo soggetti ai vincoli dei ricercatori ammessi nelle sale di consultazione dei depositi pubblici; uno di noi prendeva direttamente dagli scaffali del deposito le scatole di documenti. Altra considerevole facilitazione era che si trattava di documenti per lo più dattiloscritti e rimasti allo stato di documenti separati (i manoscritti da dattiloscrivere per la tipografia costituirono un'eccezione); cosicché, non appena riconosciuto un documento come relativo alla guerra, bastava estrarlo, fotocopiarlo e consegnare in tipografia la fotocopia correlata delle note, come esige un lavoro scientifico.

Benché nell'inverno del 1965 il lavoro procedesse abbastanza rapidamente, pensammo di chiedere l'aiuto del p. Robert Leiber, che si era ritirato nel Collegio Germanico, dopo essere stato per oltre 30 anni segretario privato di Pacelli, prima Nunzio, poi Segretario di Stato e infine Papa Pio XII. Egli aveva seguito molto da vicino gli affari della Germania e fu lui a rivelarci l'esistenza delle minute delle lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi; esse furono materia del secondo volume della collana e sono i documenti che meglio rivelano il pensiero del Papa.

 


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