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Sono nata in un campo de concentracion
( tratto da una intervista rilasciata ad ANALISIS agosto 1988)
“Sono nata in una cella, mia madre la torturarono mentre era incinta. Sono la prova vivente di tutto quello che è successo, e non voglio dimenticare, nè mi possono cancellare.”
Isabel è una adolescente come tante, e a volte è questo lo straordinario. Lei è nata prigioniera, come Amanda, Josè Miguerl, Miguel o Chinito, che erano nella sua cella.
Racconta la sua storia con la franchezza dei suoi 13 anni. Non vuole più vivere tra parentesi, vuole che si conosca “anche la nostra versione di questi anni, l’opinione dei bambini che ora sono cresciuti”.
“Quello che so è che avevo quasi tre anni e già raccontavo che ero nata in carcere. Quando avevo cinque anni raccontavo nel collegio, in Francia, che mia madre era stata torturata. Non sapevo bene quello che significasse.”
“I miei genitori – Francisco Plaza e Rosa Lizama- si erano conosciuti durante il governo di Unidad Popular. Erano militanti del Mir. Li catturarono nel 1975. Mia madre era incinta. Li portarono a Villa Grimaldi e dopo a Tres Alamos. Sono nata in quei giorni, il 7 maggio 1975. Per il parto, mia madre la portarono in ospedale, le fecero un cesareo e poi la dimisero con me. Ci tenevano in una cella a Madera, ammassate, sporche e stavamo scomode. Gli uomini erano separati dalle donne; mio padre fu informato della mia nascita. Una guardia lo lasciò entrare per alcuni minuti. Nonostante che fossimo in carcere era molto allegro perchè io esistevo.
Tutte le donne con figli facevano turni per lavare i panni e curare i neonati. Ma c’erano alcune che stavano molto male. Mia madre allattò anche Miguelito, perché la mamma di quel bambino -che veniva dal quartiere della Bandiera- non lo accettava; il bambino piangeva e lei non voleva calmarlo, voleva che morisse, niente altro. E così mia madre allattò tutti e due.”
“Durante gli anni dell’esilio ho saputo di bambini che furono torturati o che erano presenti quando torturavano i propri genitori. Ti mettevano nella condizione di far torturare tuo figlio, e dall’altra- come se fosse l’opposto- ti offrivano il compromesso con quello che pensavi, il tuo partito, la lealtà ai tuoi compagni. Io ho chiesto a mia madre se era stata torturata quando era incinta. Lei è molto restia a parlare di questo tema, ma mi confessò che la torturarono senza aggiungere dettagli. Quando penso a queste cose, non riesco a credere di essere stata in quell’inferno."
Manuel Cabieses Donoso, Giornalista ex direttore di Punto Final
Signori membri della commissione internazionale delle giunta investigativa sui crimini della giunta militare in Cile – Città del Messico
Signor presidente,
sono stato arrestato il 13 settembre 1973. Sono stato prigioniero fino al 16 gennaio di quest’anno (1975). In questo periodo sono stato detenuto prima in un commissariato dei carabinieri, poi al ministero della difesa nazionale, allo stadio “Chile”, allo stadio “Nacional”, al campo di prigionia di Chacabuco, a quello di Puchuncavi, al campo di prigionia di Tres Alamos, a Santiago, dove è di stanza il corpo dei carabinieri.
Nel novembre del 1974 il mio nome fu incluso in una lista di cento prigionieri che il ministero degli interni, generale Benavides, annunciò che sarebbero stati posti “in libertà” sempre che fossero cileni. Il giorno successivo, fummo trasferiti al campo di “Tres Alamos” a Santiago, sede dei carabinieri. Il comandante del campo è il tenente colonnello Conrado Pacheco Cardenas, contro cui numerosi prigionieri hanno formulato denunce di maltrattamento e vessazioni. Prima di uscire da Puchuncavi ricevetti numerose testimonianze di compagni che furono torturati nel forte “Silva Palma” della marina a Valparaiso, descritto come un luogo dove si commettevano torture e a cui
è proibito l’accesso alle commissioni internazionali. Uno dei prigionieri torturati alla Palma è stato il medico Alejandro Romero, militante del Mir, condannato a 30 anni dal consiglio di guerra delle Ande e che attualmente è a Ritoque. Il dottor Romero fu condannato insieme ad altri otto compagni del gruppo soprannominato Estrella a 30 anni. La sentenza del tribunale militare lo ritenne responsabile di avere ricevuto ordini dal Mir, per attivarsi e dare inizio alla lotta di classe all’interno del presunto piano zeta.
A Tres Alamos ci sono circa quattrocento prigionieri, tra cui quasi 90 donne in un edificio isolato. Ci sono quattro edifici, isolati tra loro, uno è stato destinato al gruppo di cento cileni che saranno obbligati a lasciare il paese. All’ingresso di uno di questi edifici c’è un cartello che dice “pericolo, divieto di accesso, esplosivo, materiale di guerra!” Lì non è potuta entrare la croce rossa internazionale, neppure il comandante del campo di prigionia. Era l’edificio degli “incomunicados” cioè di persone che erano interrogate e torturate dalla Dina.
Sono gli stessi agenti della Dina quelli che si occupavano di vigilare questo edificio, e a qualsiasi ora del giorno e della notte, preferibilmente di notte, trasportavano lì i prigionieri per interrogarli in quegli edifici chiamati case del terrore, disseminati in diversi punti di Santiago.
In questi edifici di isolamento si trova la ex deputata socialista Laura Allende, sorella del presidente assassinato l’11 settembre e madre del compagno Andrei Pascal Allende, attuale segretario generale del Mir. Chi l’ha vista parla di una donna con la salute minata, che però rimane forte e serena.
Il padre di Andrei Pascal, Lyon, fu arrestato e imprigionato in un altro edificio di “Tres Alamos”.
Le donne sono spesso punite per il loro comportamento dignitoso e fiero che conservano in prigione. Quando il Messico, dando un esempio al mondo intero, ruppe le relazioni diplomatiche con la giunta golpista, le donne prigioniere a “los Alamos” celebrarono l’avvenimento cantando le canzoni della rivoluzione messicana, e per questo furono trasferite al peggiore degli alloggi del campo.
Il cibo in questo campo è poco nutriente e di pessima qualità. L’atteggiamento dei carabinieri, soprattutto quello degli ufficiali, è molto più ostile che negli altri campi.
Tra i torturatori della Dina più feroci di quel campo c’è Osvaldo Romo, il comandante Raul, un traditore della sua classe, ex dirigente di un quartiere popolare a Santiago.
Terminati gli interrogatori e le torture, i prigionieri erano trasferiti dall’edificio degli incomunicados agli edifici dove possono ricevere visite. Dopo diversi mesi la tirannia ha ammesso di avere dei prigionieri. Le visite sono di 5, 10 o 15 minuti. Viene posto un tavolo tra il prigioniero e il suo visitatore, solitamente sua moglie, e viene loro impedito di toccarsi con le mani. Le prigioniere che sono madri possono ricevere una volta al mese i loro piccoli che sono perquisiti dai carabinieri, che tolgono anche i pannolini ai bambini per evitare che trasportino messaggi.
I compagni del Mir e di altri partiti, che venivano dall’edificio degli incomunicados, mi parlarono degli interrogatori che si tenevano in case di tortura ubicate in diverse zone di Santiago, di preferenza in aree poco abitate. Una delle peggiori si trova a Panalolen, vicino al circolo dei carabinieri. Lì vengono portati di preferenza i militanti o simpatizzanti del Mir, partito su cui si è concentrata la repressione.
Uno dei prigionieri di quel campo, il sociologo Hector Hernan Gonzales Osorio, 27enne, sappiamo che fu torturato selvaggiamente applicandogli elettrodi ai testicoli, ai denti, alle orecchie, alle gambe, pancia e testa; gli furono assestati colpi su tutto il corpo, gli ruppero il naso, i timpani, tentarono di soffocarlo tappandogli la bocca e il naso; gli misero la testa in cubi di acqua e lo minacciarono di torturare sua moglie Ofelia Nistal, dentista e sua figlia di 8 mesi davanti a lui. Stesse torture ricevette nella stessa casa del terrore un altro compagno che stava ugualmente incomunicado a Tres Alamos, Cristian Mayol Comandari.
I prigionieri che erano da più tempo a Tres Alamos mi assicurarono di aver visto tra le donne incomunicadas Lumi Videla Moya, il cui cadavere successivamente fu trovato nei giardini antistanti l’ambasciata d’Italia. Anche alcuni di questi prigionieri, in modo coraggioso, si offrirono di testimoniare che Lumi Videla era stata imprigionata a “Tres Alamos”.
La tirrania, come si sa, ha voluto far credere che Lumi Videla, moglie di Sergio Perez Molina, dirigente del Mir, assassinato anche lui dalla tortura, fosse morta all’interno dell’ambasciata italiana, dove si trovavano numerosi cileni.
Altri prigionieri, parlando della “casa del terrore” di Penalolèn ci informarono che lì si trovavano, tra gli altri il giornalista Hernan Carrasco, Eva Palominos, Isabella Ortega Fuentes, Wahington Cid, Claudio Silva, Maria Teresa Bustillos, Monica Hermosilla, Juan Carlos Rodriguez (ingegnere dell’Università Cattolica), Cecilia Castro, Diana Aaron, Alejandro Schneider e altri di cui non ricordo il nome. Calcolavano tra le 60 e le 70 persone che sono torturate permanentemente a Penalolen.
Li tengono legati e spesso incatenati mani e piedi; la maggior parte stanno seduti per tutto il giorno, la notte permettono loro di stendersi, ma tenendoli sempre legati; li portano tre volte al giorno in bagno, il cibo è appena sufficiente per non morire di fame.
In questo e in altri casi di tortura il metodo più usato è la “parilla”, ossia un letto metallico dove mettono nudi i prigionieri. Inoltre infliggono colpi con scosse elettriche, spesso con l’aiuto di un medico che indica le parti da colpire; frequentemente vengono rotti i timpani con i colpi che vengono detti “telefono” (assestati con le palme delle mani aperte su entrambi le orecchie).
Procurano anche bruciature con il sigaro o con il fuoco e con ferri incandescente.
Molto usata è anche la procedura di tappare il naso e la bocca per far soffocare il prigioniero e che sembra sia stata la tortura inferta alla compagna Lumi Videla. Introdurre la testa in un cubo di acqua, violenze ripetute sulle donne (alla presenza del marito o del compagno), donne violentate da cani, ferri roventi nella vagina, nell’ano.
Obbligano gruppi di prigionieri a masturbarsi e mettono al centro del gruppo una o più compagne nude; allo stesso modo usano armi psicologiche. La più frequente è la minaccia di torturare familiari cari ai prigionieri, o di violentare la sorella, le madri, le moglie o le fidanzate dei compagni. Molte compagne vittime di violenza, sono rimaste incinta. Ora, infine, secondo informazioni ricevute, la Giunta in uno slancio “umanitario” ha permesso che medici militari facciano abortire le donne in gravidanza. Alcuni sono torturati in coppia e sottoposti a incredibili vessazioni. Ad esempio Umberto Edgardo Mewes e la sua compagna Adriana Urrutia Asenjo, tutti e due attualmente prigionieri a “Tres
Alamos” furono torturati insieme. A lei, tra le altre cose, le passarono con un automezzo sulle gambe.
Lui, un uomo di 55 anni, sofferente di cuore, ebbe diverse crisi cardiache dovute alle scosse elettriche che subiva durante le torture. Il 16 gennaio 1975, di buon ora, fui portato dall’edificio dove ero prigioniero a Tres Alamos e trasportato con un aereo dove incontrai mia moglie e i miei figli. In quel momento seppi che eravamo diretti a Cuba, paese amico, che aveva concesso generoso e fraterno esilio a molti cileni. Parlando delle migliaia di prigionieri politici, uomini e donne, e anche bambini, che oggi soffrono nelle carceri e nei campi di Concentracion, nelle caserme, nelle accademie di “estudios” militari, nelle basi aeree e navali, nelle isole inospitali, nei commissariati di polizia, e nelle maledette
“casas del terror”, dove la follia omicida della Giunta si manifesta in modi danteschi, non posso non ricordare l’indomabile coraggio, lo spirito unitario, la fortezza morale e la grande dignità di quelli che furono i miei compagni di prigionia per sedici mesi. Per loro, cileni e rivoluzionari esemplari, come Laura Allende, Bautista Van Schowen, Luis Corvalan, Pedro Felipe Ramirez e migliaia di donne e uomini del nostro popolo, oggi incarcerati dalla tirannia, non c’è solidarietà maggiore che, insieme a richiedere rispetto per le loro vite e che siano messi in libertà, portare avanti la lotta popolare contro la criminale dittatura che l’imperialismo e la grande borghesia
hanno portato al potere.
Descrivendo la situazione dei prigionieri, non possiamo non concedere un omaggio emozionato alla loro ammirevole condotta, che il Cile di domani riconoscerà e valorizzerà in tutta la sua magnifica grandezza, e che è orgoglio e patrimonio dei rivoluzionari e di tutto il nostro popolo.
Gli ostaggi possono essere bambini piccoli. Ai genitori mandavano messaggi dicendo loro che i loro figli sarebbero rimasti prigionieri e che sarebbero stati torturati o sarebbero stati sottoposti a sevizie sessuali se loro non si fossero presentati in un determinato posto. Un bambino di quattro anni, Dagoberto Perez Videla, fu torturato davanti ai suoi genitori, Sergio Perez e Lumi Videla, eroici compagni che non parlarono e preferirono morire piuttosto che tradire.
Nell’accampamento “Tres Alamos”, quando vi fui imprigionato c’era un bambino di 13 anni prigioniero, a favore del quale presentai un ricorso di “habeas corpus” al Comitato pro pace in Cile.
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