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L'ORRORE DELLA DITTATURA  DI PINOCHET IN CILE (I PARTE)

FONTE: Ecn

Testimonianza in ricordo di Marco Antonio

Quando ci fu il colpo di stato mi trovavo nel nord del paese. Mio fratello e i miei genitori vivevano a San Bernardo. Mio fratello stava facendo il servizio di leva nel 1973. Con difficoltà, mi comunicarono che Marco Antonio non andava a casa da diverse settimane. Mia madre l’aveva visto solo per alcune ore l’anno dopo il golpe. Quando arrivò a casa era malato. Aveva quasi tutto il corpo pieno di eruzioni e ferite mal cicatrizzate. Questo me lo raccontò mia madre, nel maggio del 1974, quando raggiunsi Santiago prima di lasciare il paese. Alcune settimane prima, ero uscito da un campo de concentraciòn dove ero stato rinchiuso per quasi 14 mesi. In quei pochi giorni in cui fui a San Bernardo incontrai mio fratello e potei parlare con lui.
Non era il giovane allegro e pieno di progetti che ricordavo quando ero nel campo de concentraciòn. Mi trovai davanti ad un uomo taciturno, nervoso e pallido che guardava sempre verso la porta che dava sulla strada, come un paranoico. Cercai di farlo parlare, per fargli dire quello di cui non aveva parlato con nessuno. Si mangiava le unghie; i polpastrelli delle dita erano quasi deformati. Mi disse, quasi sussurrando:

Io ero alla Moneda. Due settimane prima del golpe non dormivamo quasi più. Ogni notte c’erano allarmi ed esercitazioni. Non c’erano ore fisse. Quando eravamo sui camion pronti per uscire, ci facevano scendere e ci mandavano a dormire. E ci ripetevano sempre lo stesso discorso: “Non ditelo a nessuno. Se qualcuno si avvicina e cerca di darvi del caffè, del pane o della frutta, non accettatelo, può essere avvelenato. Il nemico è dappertutto. Non fidarti neppure di tuo fratello. L’unico che si prende cura di voi è il sergente.”
L’11, il giorno del golpe, ci svegliarono alle cinque del mattino. Non salimmo sui camion. Ci diedero una aringa: “Non ditelo a nessuno; solo all’ufficiale della compagnia e ai commilitoni”.
Prima ci diedero una colazione con pane, carne con uova fritte e una tazza di latte con un liquido rosso in superficie. Sapeva di medicina, ma ci dissero di berlo. Questa volta non era una esercitazione, ci diedero armi e molte munizioni.
L’ufficiale ci diceva che stavamo andando in guerra. Pensavo e mi chiedevo contro chi. L’Argentina? Alle sei del mattino salimmo sui camion e ci fecero aspettare.
Quando arrivò l’ordine ci dirigemmo al centro di Santiago. Quando chiesi: “In quale posto di Santiago?” Mi risposero: “Alla Moneda e all’hotel Carrera”. Sembrava che tutti i ricordi ritornassero in mente e aggiunsi: il liquido che abbiamo bevuto con il latte sta facendo effetto!
Tutti eravamo nervosi, non riuscivamo a stare fermi, il respiro era corto e agitato. Quando cominciammo a sparare contro i civili l’ufficiale che camminava dietro di noi gridava: “Colpirò chiunque non spari!”

Mio fratello mi disse:

Non so quanti colpi sparai contro i ventilatori dell’Hotel Carrera ….
sulla sua faccia tornò il colore pallido e nervoso di prima, così come il suo sguardo si fece teso e nervoso come se qualcuno in qualsiasi momento potesse venire a cercarlo. Per farlo parlare gli dissi di nuovo: tu sai che parto domani, e non ti vedrò per molto tempo e quindi non potrò dire a nessuno quello di cui parliamo, mentre tu sei vivo, e te lo giuro tu vivrai più di me. Dimmi quello che è successo dopo. Dove sei stato per il tempo in cui non sei venuto a casa?
Una volta che gli aerei bombardarono la Moneda e non c’erano più spari dall’edificio ci mandarono a scortare quelli che si arrendevano. Tutti picchiavano, chi non picchiava era maltrattato dal sergente.
Aggiunse come a cercare scuse:
non conoscevamo nessuno, e tutti i prigionieri si coprivano la testa mentre li colpivamo con calci ai fianchi e alla testa se potevamo. Cosi iniziamo a colpire e a prendere la gente che usciva.

Mio fratello mi guardò sorridendo e mi disse:

pensavo sempre a te e mi preoccupavo di cosa sarebbe potuto succederti mentre eri al nord.

Quando gli dissi che la mamma mi aveva detto che non era potuto venire a casa, ribattè secco: sono venuto solo una volta, credo per due ore. Dopo aggiunse:

E’ il permesso più lungo che mi hanno dato; una jeep mi venne a prendere, e poi la mamma mi raccontò che eri stato arrestato, ma non sapevano dove. Da quel giorno pensai a come uscire dall’esercito senza commettere errori che avevano fatto uccidere altri soldati.

Come altri? Risponde come ricordando:

due della mia compagnia sbagliarono quando durante una esercitazione un capitano ci chiese: chi ha parenti socialisti o comunisti facciano un passo avanti. Voi non avete colpa, aggiunse, se i vostri parenti erano dall’altra parte. …. Due commilitoni si fecero avanti e li misero per settimane in isolamento. Dopo il golpe abbiamo saputo che erano stati ammazzati.

Tornai ad insistere: Ma cosa faceste dopo il golpe?

Nelle notti ci chiamavano per bastonare i prigionieri che scendevano dai camion dai quartieri industriali. Uccidemmo molta gente. Li tiravamo giù dai camion dei trasportatori di Villarin ………
All’alba seppellivamo i cadaveri in buche, fatte da noi stessi con le ruspe dietro a Cerro Chena. Molti dei soldati che non reggevano venivano uccisi. La faccenda era o uccidevi o ti uccidevano gli ufficiali.
Quanti uccisero più o meno? Mio fratello rispose guardando dall’altro lato:

molti

Puoi dirmi quanti? Cinquanta, cento, più di cento?

Molti di più.

E per quanti giorni durò tutto ciò? Mi guardò per essere lasciato in pace e non tormentarlo più, e poi rispose:

All’inizio tutti i giorni; dopo ci portavano in altre città e facevamo lo stesso.

Mio fratello mi disse singhiozzando:

sono felice di essere andato via da quella merda. Il mio tenente voleva che restassi, voleva mandarmi alla scuola per sottufficiali. Non volli. Fece molte pressioni. Per me restare nell’esercito era peggio che stare in carcere … Gli altri soldati e sottufficiali avevano paura e non potevamo parlare con nessuno, né uscire per strada. Eravamo sempre controllati dal SIM.

Mio fratello mi disse prima di andarmene all’estero che sarebbe andato al Nord per dimenticare tutto. Non so se ci riuscì. Anche la mia famiglia si spostò, vendettero il negozio e la casa; … disse addio a San Bernardo pensando di poter dimenticare tutto. Nel 1991 tornai in Cile, dopo che Pinochet aveva lasciato il governo. Quando incontrai mia madre mi disse che mio padre era morto nell’87; dopo quasi 16 anni di assenza mio fratello non c’era più. Era morto nel 1988. Non ero mai più tornato per vederlo. L’immagine che ricordo è quella di quando era bambino, mentre lavoravo nel Nord nelle miniere. Non fu felice quando ritornò nel Nord; non trovò un lavoro stabile; si era sposato ed aveva avuto figli. Sebbene fosse al Nord, ogni volta che c’erano movimenti di truppa lo andavano a cercare a casa e lo tenevano in prigione per alcuni giorni. Mia madre mi ha raccontato che diventava pazzo e non riusciva più a dormire. Mio fratello fu privato del suo futuro e fu ucciso il giorno del golpe. Quando morì in uccidente automobilistico fu finalmente il momento in cui terminò di soffrire. Mia madre e mia cognata quel giorno ritennero che la tragedia di Marco Antonio fosse finita.
Quando tornai in Cile per la prima volta nel 1991 mi recai ad Antofagasta. Era al governo Aylwin, e Pinochet mobilitò l’esercito. Quella sera ero a cena da amici. Non ci eravamo resi conto di quello che stava succedendo. Quando raggiunsi la casa di mia madre, stavano tutti piangendo e aspettandomi sulla porta: temevano per me. Quando scesi dall’auto mi abbracciarono. Mia sorella mi chiese: “Come, non sai quello che è successo?” Io la guardavo incredulo e anche il mio amico era meravigliato. Poi ci raccontarono che Pinochet aveva fatto scendere le truppe per strada. Quella notte, mi raccontarono piangendo, i soldati erano andati in casa loro per cercare mio fratello. Misero sotto sopra la casa, rovistando dappertutto come ai tempi del golpe. Mia sorella mi disse che gridava loro che era morto, che non c’era. …solo quando mia madre mostrò loro il certificato di morte le lasciarono tranquille. L’ufficiale disse “merda” e se ne andarono.
Mio padre e mia madre morirono rattristati e pieni di sofferenze. Il mio caro fratellino riposa finalmente in pace e nessuno lo cerca. Non potranno più minacciarlo, e lui non potrà raccontare i segreti che temevano rivelasse.
Solo ora infrango la promessa che gli feci perchè è morto prima di me e i miei genitori sono morti e non soffrono per non riuscire a dare una risposta alle sofferenze senza ragioni che ha vissuto mio fratello.

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