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IL REGIME DI PINOCHET IN CILE


FONTE: Ecn

L'ex dittatore cileno è morto il 10 dicembre 2006 per scompenso cardiaco presso l'Ospedale Militare di Santiago.

Gli anni del regime di Pinochet

La giunta militare, formata dai capi delle tre forze armate più il comandante dei carabineros, aveva assunto il potere con l'obbiettivo di restaurare "la cilenità, la giustizia e l'ordine" compromessi a suo dire dal governo della sinistra negli ultimi anni. Le forze armate si autoproclamarono le uniche entità capaci di salvaguardare e difendere l'integrità fisica e giuridica delle istituzioni cilene; la giunta militare si autonominò autorità suprema della nazione, sommando in sé le funzioni costituenti, legislative ed esecutive. Iniziava per il Cile il periodo nero della dittatura del generale Pinochet, l'ufficiale che solo pochi giorni prima del golpe era stato nominato da Allende a capo dell'esercito, e che il presidente socialista riteneva persona fedele ai principi della costituzione, tanto da fargli pensare, allo scoppio dellla rivolta, che il fedele "Augusto" fosse rimasto tra le prime vittime del golpe.

L'11 settembre stesso iniziavano le persecuzioni e gli arresti di massa; chiunque fosse ritenuto vicino o coinvolto con il governo di Unidad Popular veniva fermato e portato nei centri di detenzione sparsi in tutto il Paese. Caso emblematico è lo stadio nazionale di Santiago che venne trasformato in una immensa prigione; la Croce Rossa stimò in 7000 circa le persone detenute nello stadio nei primi dieci giorni successivi al golpe, dove molti vennero uccisi o torturati. Il messaggio era inequivocabile: nessuna pietà per i "nemici del Cile", nessun ritorno dei militari nelle caserme magari per lasciare il potere a politici "fidati", perché non si trattava solo di sostituire un ceto politico, ma di sbaragliare una presenza sociale della sinistra che era radicale e diffusa. Il 25 dello stesso mese gli USA, che avevano contribuito in maniera determinante all'abbattimento di Allende, riconoscevano ufficialmente il governo della Giunta legittimando così a livello internazionale il colpo di stato dei militari.

La Giunta, o sarebbe meglio dire Pinochet (il capo dell'esercito riusciva infatti ad emergere e ad affermarsi all'interno dell'organo collegiale), procedette con atti normativi a trasformare le istituzioni: sciolse l'Assemblea nazionale, cancellò la personalità giuridica dei sindacati, illegalizzò i partiti legati a Unidad Popular e procedette al sequestro dei loro beni, vennero infine distrutti i registri elettorali, si istituirono norme che permettevano di togliere la cittadinanza cilena e di espellere dal Paese cittadini indesiderati.

Accanto alle modifiche legislative Pinochet adottò la violenza fisica come strumento organico della propria azione di governo. La violenza e la scomparsa forzata di persone in Cile non fu causata da qualche individuo che aveva "ecceduto", ma si manifestò in quello che si può definire "terrorismo di stato", con la tortura sistematica dei prigionieri e la desapariciòn, la scomparsa di persone arrestate dal regime. Tra gli episodi di questa pratica ricordiamo l'assassinio di un gruppo di prigionieri a Cerava da parte dei carabineros, di 13 persone ad Osorna, di 19 a Laja e San Rosendo, 18 campesionos uccisi a Paine, l'assassinio di 6 prigionieri nel campo di prigionia di Pisagua, di 4 studenti universitari a Cauquenes, di 13 campesinos a Mulchen, di 9 dirigenti delle ferrovia a San Bernardo, 23 persone a Paine, di 72 prigionieri politici arrestati in varie città (la Serena, Copiapò, Antofagasta e Colanoda) in quella che è stata definita "la carovana della morte", un raid di un gruppo di militari guidati dal generale Sergio Orellano Stark.

Si annoverano anche omicidi eccellenti compiuti dalla dittatura al di fuori dei confini del Cile. Nel 1974 venne ucciso il generale Prats e la moglie a Buenos Aires, nel 1975 Bernardo Leighton, ex vicepresidente della repubblica, sfuggì ad una attentato a Roma, nel 1976 Orlando Letelier, ex ambasciatore del Cile negli Usa, venne assassinato a Washington. Con il regime cileno collaborano le forze armate di altre paesi confinanti in cui erano al potere i militari, come ad esempio le forze armate argentine. Il 25 luglio 1975 la stampa argentina e brasiliana pubblicava una lista di 119 cileni desaparecidos "uccisi in Argentina in seguito a lotte intestine nelle formazioni della sinistra cilena". Successivamente si scoprì che si era trattato di una operazione congiunta dei governi cileno, argentino e brasiliano, e le numerose testimonianze raccolte riferirono che i cittadini indicati nella lista erano stati catturati in Cile.

Con la dichiarazione dello stato d'assedio o dello stato d'emergenza si realizzarono le condizioni perché l'apparato militare potesse attuare "legalmente", per via amministrativa. La repressione venne demandata alla giurisdizione penale ordinaria che si basava non sul codice penale del 1874 in vigore nel Cile pre-golpe, ma su una serie di leggi speciali emanate dalla Giunta. Del resto il potere giudiziario era conservatore e aveva mal convissuto con il governo Allende e il suo programma sociale ed economico, e così si era adattato senza troppe difficoltà al nuovo governo dei militari; quest'ultimo, tranne una opportuna epurazione nei primi mesi dopo il golpe, fondamentalmente non ebbe mai la necessità di intervenire presso i giudici, rispettosi delle leggi emanate dal generale. Basti pensare che nel marzo del 1975 il presidente della Corte suprema manifestò la propria convinzione che i desaparecidos erano persone che, o volontariamente avevano scelto la clandestinità come strumento di lotta contro il governo, oppure avevano abbandonato il Paese.

Sottofondo: Dies irae (Mozart)

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