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PIO XII, IL PAPA GIUSTO (SECONDA PARTE)


 

Rabat-Fohn

Roma, 155 conventi e monasteri diedero asilo a circa cinquemila ebrei. Almeno tremila trovarono rifugio nella residenza estiva del pontefice a Castel Gandolfo. Sessanta ebrei vissero per nove mesi dentro l’Università Gregoriana e molti furono nascosti nello scantinato del Pontificio Istituto Biblico. Centinaia di altri trovarono asilo all’interno del Vaticano stesso.
Seguendo le istruzioni di Pio XII, molti preti, monaci, suore, cardinali e vescovi italiani si adoperarono per salvare migliaia di vite di ebrei. Il cardinal Boetto di Genova ne salvò almeno ottocento. Il Vescovo di Assisi nascose trecento ebrei per oltre due anni. Il Vescovo di Campagna e due suoi parenti ne salvarono altri 961 a Fiume. (…)
Ma ancora una volta la testimonianza più eloquente è proprio quella dei nazisti. Documenti fascisti pubblicati nel 1998 (e riassunti nel volume Papa Pio XII di Marchione) parlano di un piano tedesco, denominato “Rabat-Fohn” che sarebbe dovuto scattare nel gennaio del 1944. Il piano prevedeva che l’ottava divisione di cavalleria delle SS, travestiti da soldati italiani, conquistassero San Pietro e «massacrassero Pio XII con tutto il Vaticano» e accenna esplicitamente alla «protesta del Papa in favore degli ebrei» come causa di tale rappresaglia.
Una storia analoga si può tracciare attraverso l’Europa. (…)
Ma il punto di partenza per questa discussione sta nella verità che la gente di quell’epoca, tanto i nazisti quanto gli ebrei, consideravano il Papa come il più importante oppositore dell’ideologia nazista nel mondo.
Già nel dicembre 1940, in un articolo del Time magazine, Albert Einstein rese omaggio a Pio XII: «Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma adesso provo un grande affetto e ammirazione perché solo la Chiesa ha avuto il coraggio e la tenacia di schierarsi in difesa della verità intellettuale e della libertà morale. Sono perciò costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo».
Nel 1943 Chaim Weizmann, che sarebbe diventato poi il primo presidente dello stato di Israele, scrisse che «la Santa Sede sta prestando il suo potente aiuto laddove è possibile, per alleviare la sorte dei miei correligionari perseguitati».
Moshe Sharett, vice primo ministro israeliano, incontrò Pio XII alla fine della guerra e «gli dissi che era mio primo dovere ringraziare lui, e attraverso di lui la Chiesa cattolica, a nome del popolo ebraico per tutto ciò che hanno fatto nei vari Paesi per proteggere gli ebrei».
Il rabbino Isaac Herzog, Rabbino capo di Israele, inviò un messaggio nel febbraio del 1944 dichiarando: «Il popolo di Israele non dimenticherà mai ciò che Sua Santità e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione, che stanno alla base della autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell’ora più tragica della nostra storia, una prova vivente della Divina Provvidenza in questo mondo».
Nel settembre 1945 Leon Kubowitzky, segretario generale del Congresso ebraico mondiale, ringraziò personalmente il Papa per i suoi interventi, e il Congresso ebraico mondiale donò 20.000 dollari all’Obolo di San Pietro «come segno di riconoscenza per l’opera svolta dalla Santa Sede nel salvare gli ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste».

Benevolenza e magnanimità

Nel 1955, quando l’Italia celebrò il decimo anniversario della sua liberazione, l’Unione delle comunità ebraiche italiane proclamò il 17 aprile “Giornata di ringraziamento” per l’assistenza ricevuta dal Papa durante la guerra.(…)
Negare la legittimità della gratitudine espressa verso Pio XII equivale a negare la credibilità delle testimonianze personali e dei giudizi espressi sull’Olocausto stesso. «Più di tutti gli altri», richiamò Elio Toaff, un ebreo italiano che sopravvisse all’Olocausto e poi divenne Rabbino capo di Roma, «noi abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare la grande benevolenza compassionevole e la magnanimità del Papa durante gli anni infelici della persecuzione e del terrore, quando sembrava che per noi non ci fosse più una via d’uscita».(…)
Il Talmud insegna che «chiunque salvi una vita, gli sarà riconosciuto secondo le Scritture come se avesse salvato il mondo intero». Più di ogni altro leader del ventesimo secolo, Pio XII adempì a questo detto del Talmud, quando era in gioco la sorte dell’Ebraismo europeo. Nessun altro papa è stato apprezzato tanto diffusamente dagli ebrei, e non a torto. La loro gratitudine, come quella dell’intera generazione dei sopravvissuti all’Olocausto, testimonia che Pio XII fu, veramente e profondamente, un “giusto gentile”.
(Traduzione a cura di Daria Rescaldani)


“Giusto tra le nazioni”

Nel pensiero ebraico i “giusti” sono coloro che affermano il valore dell’esistenza mettendo a rischio la propria vita. La difesa della vita è una legge che l’uomo trova iscritta in se stesso, tanto è vero che quando Dio domanda a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?», Caino risponde: «Sono forse il guardiano di mio fratello?», come se sapesse già di aver compiuto un atto riprovevole, sebbene non potesse ancora conoscere il comandamento «non uccidere». La difesa della vita quindi è una legge naturale, benché la sua pratica non sia imposta. Da qui l’attribuzione di “giusto” a chiunque - indipendentemente dalla religione professata - salvi una vita, e l’importanza che gli ebrei danno a questi uomini, tanto da riservar loro un giardino a “Yad Vashem”, il museo di Gerusalemme dedicato alla Shoah, dove piantano un albero per ogni “giusto”. Di tali persone - premiate con una medaglia e un attestato dello Stato d’Israele - si dice “Giusti fra le nazioni”, perché costituiscono il tramite di un riavvicinamento tra i popoli che sono stati vittima di una violenza e quelli che l’hanno perpetrata.

 

Storia di Anna

DI PAOLA NAVOTTI

Mercoledì 7 marzo, presso il Centro di Documentazione Ebraica (Cdec) di Milano, si è svolta la cerimonia di assegnazione della medaglia dei giusti tra le nazioni, alla signora Anna Sala - non di religione ebraica - che dall’inizio del 1943, per diciotto mesi, aiutò la famiglia ebrea Nissim Levi a scampare alla persecuzione nazista. La storia di questa coraggiosa donna è stata raccontata e commentata dalla presidentessa del Cdec, Liliana Picciotto; da Anna Sonnino, unica della famiglia “salvata” presente alla cerimonia; infine, dal vice ambasciatore d’Israele a Roma, Tibor Schlosser, a cui ha regalato il libro di don Giussani Che cos’è l’uomo perché te ne curi?, e che ha espresso parole di stima e di ringraziamento per l’immedesimazione di don Giussani nella tradizione del popolo ebraico.
Tra i presenti: Roberto Yarach, neo presidente della comunità ebraica di Milano, e Nedo Fiano, ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, che nella celebrazione della recente “Giornata della memoria” tenuta nel Duomo di Milano, ha impressionato tutti urlando in tedesco i comandi che per un anno ha sentito nel lager.
«Ciò che più mi impressiona - dice la signora Sonnino - è che non siamo stati noi a cercare Anna, ma è stata lei». Originaria di Varese, Anna Sala si iscrive alla facoltà di Lingue a Ca’ Foscari di Venezia, dove incontra due ragazze ebree di Padova con le quali stringe subito amicizia, e che la invitano a frequentare la loro casa e gli amici della comunità ebraica. Quando cominciano a essere applicate le leggi razziali, temendo per l’incolumità delle sue amiche, Anna si impegna a proteggerle: inizialmente pensa di portarle in Svizzera, ma la formazione partigiana in cui militava (“Giustizia e Libertà”) avvisa di fucilazioni e arresti proprio al confine. Anna decide, allora, di nascondere la famiglia Nissim a Cunardo, paese tra Luino e Varese, dove nessuno li conosceva. Tale nascondiglio distava parecchia strada dalla stazione, ma Anna arrivava regolarmente, qualche volta a piedi, altre in bicicletta. Portava da mangiare, da vestire, perfino i giocattoli per le due bambine - ora anziane - che, nei messaggi letti da Anna Sonnino, raccontano di come nelle loro favole le fate avessero sempre il nome di Anna. La mamma delle due bambine, Ada, che aveva partorito neanche un mese prima della fuga, scrive: «Solo la forza di Anna mi convinse a partire». «Anna non voleva che ci rintanassimo in casa, continuava a ripeterci che dovevamo vivere. Riuscì perfino a portarmi al cinema», ricorda la signora Sonnino.
Con tono ufficiale ma per nulla affettato, il vice ambasciatore d’Israele dice di sentirsi «piccolo» ogni volta che si trova testimone di simili storie: «Se fossi stato al suo posto, cosa avrei fatto? Perché l’hai fatto tu e non un altro? Io non rappresento soltanto lo Stato d’Israele, ma la mia famiglia, che è ebrea: non posso non chiedermi chi sarei stato durante la persecuzione: un delatore o un salvatore?». Questa domanda è stata condivisa da tutti.
Un particolare mi ha colpito: che gli ebrei siano un popolo, che si sentano di un’unica famiglia, mi è sembrato evidente dal fatto che, al mio arrivo, la persona che conoscevo mi ha subito presentato a quelle che conosceva lei, con la premura che hanno le padrone di casa.


 


DITTATORI:  HITLER



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