| La
leggenda del capo talebano |
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Nato nel 1959, a
vent'anni
il religioso integralista combattè contro gli occupanti sovietici e
così conobbe Osama Bin Laden. Quando nel 1976 l'Armata Rossa tornò
umiliata sui suoi passi, era molto popolare e su di lui giravano già
delle leggende. |
Omar aveva perduto in battaglia un occhio e, sostennero i
suoi agiografi, riuscì a toglierselo da solo dall'orbita malgrado
altre tre ferite. Sebbene i presidi medici smentissero quest'epopea, tutti
ormai lo rispettavano. Per diventare leader, il religioso mostrò un
mantello chiuso dentro numerose ceste. Era questo, spiegò lui, il
segno divino della sua investitura.
Così divenne
presidente de facto. Che cosa avvenne durante i cinque anni di potere
talebano in Afghanistan è storia ormai tristemente risaputa. Omar
sosteneva di ricevere ordini direttamente dal Profeta e così
giustificava i suoi crimini, da quelli contro i suoi sudditi a quelli
contro la cultura universale come l'abbattimento delle statue di Budda
scavate nella valle di Bayman. E anche la fuga dalla sua città
preferita, Kandahar, all'arrivo degli americani, si tinse di leggenda.
Secondo alcuni Omar era scappato sui cammelli. Secondo altri su una grossa
motocicletta.
Fatto sta che da allora,
malgrado la taglia di 25 milioni di dollari che gli Usa hanno posto sulla
sua testa e su quella di Bin Laden, nessuno lo ha mai visto o fotografato.
Unica eccezione una serie di scatti per un fotografo amico che poi li
vendette con la sua autorizzazione a Vanity Fair, una settimanale fra i più
patinati. In quella occasione mandò un messaggio alle mogli (ne ha
quattro) e gli innumerevoli figli e figlie, una delle quali ha sposato
proprio Osama. Ma da un anno a sorpresa, il mullah giura di non aver visto
Bin Laden fin dal 2001.
Secondo lui, il principe
del terrorismo internazionale ha sì una rete di protezione creata
dai talebani, ma questi ultimi lottano esclusivamente per la liberazione
del loro Paese, mentre Al Qaeda è fatta soprattutto da arabi (gli
afghani non sono tali) che combattono ovunque nel mondo e rispondono
direttamente al gran capo o al suo vice, il medico egiziano Al Zahawiri.
Oltre ai suoi uomini, Omar deve tener
conto di un famoso capo
tribù, Gulbuddin Hekmatiar, un altro leader talebano che vive, come
Omar e Osama, nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan. Dai servizi
segreti di quest'ultimo Paese, in particolare dall'Inter-service
intelligence della città di Quetta, il mullah riceverebbe armi e
protezione. Per quanto ricorrente, anche questa può essere solo una
delle tante favole che lo circondano. (Giancesare Flesca)
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Fonte: War news 14/07/2002
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L'uomo del mistero
E' un uomo robusto, privo dell'occhio destro e con la barba folta e nera. E' il mullah Moahmmad Omar, il leader spirituale dei talebani in Afghanistan, secondo le descrizioni dei pochi che lo hanno visto. Mohammad Omar è infatti il leader più riservato che si conosca.
(Una foto che mostrerebbe il Mullah Omar, diffusa dal TG5.Non vi è però la certezza assoluta che l'uomo della foto sia realmente Omar)
Nato nel 1959 da una famiglia di poveri contadini nel piccolo villaggio di Nodeh, vive in isolamento a Kandahar e non esiste al mondo neanche una sua fotografia . Nessun "infedele" lo ha mai visto, a eccezione dell'inviato dell'Onu in missione speciale in Afghanistan nell'ottobre del '98 e dell'ambasciatore cinese in Pakistan Lu Shulin.
Gli stessi musulmani che lo hanno potuto vedere sono pochissimi su una popolazione di oltre 25 milioni di persone. Eppure questa passione per il mistero, l'abitudine a nascondersi e a vivere nell'ombra non gli hanno impedito di impadronirsi rapidamente del potere in una terra dilaniata dalla guerra e che vive in un condizioni molto più vicino al Medio Evo che al XXI secolo.
La leggenda della vita di Mohammad Omar racconta che prima di unirsi ai mujaheddin e combattere contro l'occupazione sovietica, sia diventato mullah del suo villaggio e abbia fondato una sua "madrassa", una scuola coranica. La sua ascesa cominciò dopo la sconfitta dei sovietici nel '92, quando le guerre intestine tra opposte fazioni di mujaheddin stremarono il paese e lo portarono a tale disperazione da lasciare ai taleban terreno fertile per mettere radici. Per due anni i mujaheddin rivali si bombardarono l'un l'altro riducendo la capitale Kabul a un cumulo di macerie. Molti abitanti fuggirono nel vicino Pakistan, cadde il governo e l'Afghanistan si sbriciolò in tanti feudi in lotta tra loro.
Sottofondo: Requiem (Mozart)

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