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LA MORTE DI  EYADEMA

Fonte: Equilibri.net

 

Togo: gli alti costi umani del mantenimento dello status quo

La morte dell’ex capo delle forze armate togolesi Gnassingbe Eyadema ha segnato la fine del più longevo regime autoritario nella storia dell’Africa post-coloniale. Dopo 38 anni di dittatura, la faticosa transizione politica si conclude con un altro membro della famiglia Gnassingbe alla testa del paese e 40.000 togolesi, lo 0,7% della popolazione, costretti a rifugiarsi nei vicini Benin e Ghana dopo le violenze che hanno contrassegnato il nuovo confronto tra forze di opposizione ed élite di governo.

La transizione politica

Nel piccolo Paese africano, il 2005 si è aperto con l’annuncio della morte del veterano dittatore togolese Gnassingbe Eyadema, al governo del paese dal 1967. La scomparsa di Eyadema è stata salutata da un tentatovo da parte delle forze armate di instaurare quale successore suo figlio Faure Gnassingbe, con un’operazione che molti osservatori non hanno esitato a definire un colpo di stato militare. Costretto alle dimissioni Fambaré Natchba Ouattara, il presidente dell’Assemblea Nazionale che avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di capo dello stato ad interim in attesa di nuove elezioni democratiche, e sostituitolo con lo stesso Faure Gnassingbe, l’esercito ha modificato forzosamente la costituzione per consentire al prescelto neo-presidente di rimanere in carica fino al 2008, termine del mandato del padre.
La vicenda non ha mancato di suscitare forti reazioni all’interno della comunità internazionale. Ha aperto la strada la Economic Community of West African States (ECOWAS) che ha imposto sanzioni contro il paese, seguita con analoghe misure dalla Organisation of African Unity (AU) e dalla Organisation Internationale de la Francophonie (OIF) che ha sospeso la partecipazione dei rappresentanti togolesi alle proprie attività. Nel coro di critiche e di appelli per l’indizione di elezioni democratiche non sono mancate voci occidentali, sia europee, attraverso le condanne dell’Unione Europea (UE) e di singoli stati quali la Francia e la Germania, sia statunitensi, con il Dipartimento di Stato USA che ha ufficialmente richiesto le dimissioni di Faure Gnassingbe. La pressione internazionale e la prospettiva per la fragile economia togolese di rimanere completamente sprovvista degli aiuti internazionali hanno dunque indotto l’elite militare ad acconsentire a consultazioni democratiche. Il 25 febbraio Faure si è dimesso dalla carica di presidente e due mesi dopo si sono tenute le elezioni per la più alta carica dello stato che hanno visto lo stesso Faure vincitore con il 60% dei consensi. Anche in questa occasione le reazioni a livello internazionale sembrano aver seguito l’indirizzo indicato dalla ECOWAS, che, dopo aver inviato una commissione di osservatori a monitorare le consultazioni elettorali, ha sollevato le sanzioni precedentemente imposte, dichiarando che “gli osservatori ritengono che le irregolarità e mancanze, così come gli incidenti ricordati [dall’opposizione] non sono tali da porre in questione la corretta gestione e la credibilità delle elezioni presidenziali.” Pur nella condanna delle violenze che hanno contrassegnato lo svolgimento delle elezioni, il riconoscimento a livello internazionale di Faure Gnassigbe quale nuovo presidente eletto della Repubblica del Togo è stato dunque unanime.

Il rapporto dell’ONU

Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), rese note in un rapporto ufficiale alla fine di settembre, le violenze legate alla transizione politica in Togo avrebbero prodotto tra le 400 e le 500 vittime. La voce autorevole delle Nazioni Unite era da tempo attesa per fare luce sulle reali dimensioni della repressione messa in atto dalle forze armate per sedare i disordini scatenatisi dopo il tentativo di instaurare Faure Gnassignbe al potere immediatamente dopo la morte del padre. Le stime precedenti variavano da quella ufficiale del Ministro degli Interni togolese, di 69 morti, alle indicazioni di alcuni diplomatici occidentali, che si aggiravano intorno a 100, a quelle della Lega Togolese per i Diritti Umani, cha aveva denunciato oltre 800 vittime.
La responsabilità principale della violenza politica, ha sottolineato l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Louise Arbour, è delle forze dell’ordine, che si sono macchiate di gravi e massicce violazioni dei diritti umani. La maggior parte delle vittime, ha ricordato la Arbour, sono state uccise nelle proprie abitazioni e le Nazioni Unite hanno trovato “prove credibili” che alcuni corpi paramilitari siano stati pagati per mescolarsi tra i civili e colpire con macete e manganelli, mentre altri sono stati incaricati della sistematica raccolta e distruzione dei cadaveri al fine di renderne impossibile la stima. Le critiche dell’Alto Commissario ONU, tuttavia, non hanno risparmiato le forze dell’opposizione, la cui totale mancanza di strategia e coordinamento sarebbe stata all’origine della loro incapacità a controllare i propri militanti che all’inizio della crisi hanno perpetrato gravi atti di violenza e distrutto alcune proprietà appartenenti al presunti membri del partito di governo, il Rassemblement du Peuple Togolais (RPT). L’ONU ha inoltre sottolineato che il rifiuto dei partiti dell’opposizione, salvo poche eccezioni, di negoziare con l’RPT un governo di unità nazionale, ha portato il paese all’impasse politico. La riaperture del dialogo tra le parti potrebbe infatti portare alla formazione di un governo di unità nazionale, che da più parti a livello internazionale è invocato come la miglior soluzione possibile ad oggi.

40.000 rifugiati: un’altra minaccia per le fasce più deboli della società civile

Il rapporto dell’ONU del 26 settembre ha anche fissato la cifra ufficiale di coloro che hanno lasciato il paese cercando rifugio oltre i confini: sono 40.000 in tutto, 25.000 in Benin e 15.000 in Ghana. Gli appelli del governo per il rimpatrio dei rifugiati sono finora rimasti in larga parte inascoltati. E’ probabile che la maggior parte di coloro che bivaccano pochi chilometri al di là del confine nei campi allestiti dalla UN High Commission for Refugees (UNHRC) si convincerà a rientrare solo dopo l’approvazione di una legge di amnistia generale relativa agli eventi tra il febbraio e il maggio 2005. E’ ormai chiaro però che le violenze politiche in Togo hanno assunto un andamento ciclico in coincidenza con le consultazioni elettorali ed è dunque probabile che si ripeteranno alla prossima occasione di confronto tra le forze dell’opposizione, espressione delle etnie del sud, ed il partito di governo, che gode di grande popolarità nelle regioni settentrionali, possibilità questa contro la quale un provvedimento di amnistia non dà alcuna garanzia di lungo periodo. Sebbene i disordini scatenatisi alla morte di Eyadema siano stati di straordinaria entità, basta risalire alle presidenziali del 1998 per trovare nella storia del paese un esempio di violenza politica altrettanto grave. Una delle radici del problema è la composizione delle forze armate, costituite quasi esclusivamente di membri dell’etnia Kabiye, quella cui appartiene la famiglia Gnassingbe. La trasformazione di esercito e polizia in organismi apolitici ed a composizione multi-etnica è dunque una delle priorità che il rapporto dell’ONU pone all’attenzione delle forze di governo.
Nel frattempo però l’allarme lanciato da organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani quali Amnesty International e Human Rights Watch si concentra non tanto sui rifugiati quanto sulle loro famiglie. La maggior parte di coloro che hanno lasciato il paese per sfuggire alle persecuzioni o per impossibilità di ricevere cure dopo che il governo ha ingiunto agli ospedali di non prestare assistenza medica ai manifestanti dell’opposizione, sono infatti uomini giovani. L’assenza del “main breadwinner,” ossia di chi in pratica fornisce la principale se non l’unica fonte di guadagno, lascia dunque migliaia di famiglie, in particolare donne, bambini ed anziani, nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento o di pagare le tasse per l’anno scolastico appena inaugurato.
Le dimensioni di questo problema, che riguarda solo una percentuale molto ridotta della popolazione, diventano, tuttavia, trascurabili se confrontate con altre emergenze che gravano indiscriminatamente su tutta la società civile, come l’AIDS. Nonostante i risultati positivi del recente programma lanciato dal governo con il parziale supporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) per la somministrazione di antivirali alle donne sieropositive in gravidanza per evitare il contagio del feto, rimane il problema di una cultura famigliare che spesso guarda con diffidenza al test dell’HIV. Solo una donna su due, spiegano i medici, accetta di sottoporvisi (il 7% dì queste è risultato sieropositivo), le altre, quelle che hanno incontrato il divieto del coniuge, non osano opporvisi per paura di essere ripudiate dall’intera famiglia.
Il traffico di minorenni, degenerazione indotta dall’estrema povertà dell’antica tradizione locale di affidare il bambino ad un parente affinché lavori o impari un lavoro, è un’altra delle piaghe del paese. Una legge di recente approvata dal parlamento togolese che punisce severamente chi prende parte a questa pratica è da più parti stata giudicata come un significativo passo in avanti. L’applicazione pratica del provvedimento, arrivato due mesi dopo che gli USA avevano minacciato di imporre delle sanzioni se non fosse stata presa alcuna iniziativa in merito, richiederà tuttavia il coordinamento di diversi ministeri quali quello degli Interni, degli Affari Sociali, degli Affari Esteri e della Giustizia e la formazione di personale specializzato. Rimane dunque ancora molto da fare in un paese alle cui frontiere ogni anno vengono intercettati più di 3000 bambini.

La linea europea

L’Africa occidentale non è al momento uno scacchiere di cruciale importanza per l’Europa né oggetto di particolare interesse da parte dei networks occidentali. Tuttavia l’assenza di fondamentali conflitti di interesse o di prospettiva all’interno dell’Unione Europea in merito alle recenti vicende politiche in Togo non è stata condizione sufficiente per mettere in pratica una linea di politica estera europea coerente ed unitaria in merito. Sia le prese di posizione di Bruxelles sia quelle di un importante membro dell’Unione come la Francia sono apparse infatti contraddittorie. Sembra fondata l’accusa di incoerenze rivolta da Amnesty International alla Commissione europea, che ha alternato appelli “urgenti” alle forze dell’ordine togolesi per il rispetto dei diritti umani a dichiarazioni che definivano gli incidenti verificatisi durante le elezioni come “episodi isolati.” Il Parlamento europeo, inoltre, ha dichiarato che le elezioni presidenziali in Togo del 24 aprile non hanno rispettato “principi di trasparenza e pluralismo” ed ha sottolineato, ad una settimana di distanza dal riconoscimento dell’elezione di Faure Gnassingbe da parte della Commissione europea, che “la legittimità delle autorità stabilite in base a tali elezioni non può essere riconosciuta.” Alla mancata unità di posizioni degli organi dell’Unione si aggiungono le contraddizioni della linea francese. Amnesty ha infatti sottolineato come il governo di Parigi, che insieme alla Germania aveva condannato il tentato colpo di stato militare e la violenza della repressione degli scontri di piazza, non abbia poi preso alcun provvedimento in merito alla sospensione della vendita di armi, di cui la Francia è il maggior esportatore in Togo.

Conclusioni

Sebbene il bilancio della transizione politica a cinque mesi dalla morte di Gnassinbe Eyadema non sia incoraggiante sia dal punto di vista dell’output politico sia dei costi umani ad essa legati, non mancano alcuni importanti segnali in positivo. Primi tra questi le promesse di prossime elezioni legislative e di democratizzazione del sistema dei media strappate al neo-presidente proprio dall’Unione europea che, se per le ragioni sopra citate ha suscitato le critiche di Amnesty International, merita un giudizio migliore per quanto riguarda la politica degli aiuti. Questi, sospesi nel 1993 a causa delle massicce violazioni dei diritti umani da parte del governo di Eyadema, sono ora usati come una potente arma di ricatto per cercare di strappare concessioni al suo successore Faure, che dal padre ha ereditato un paese prostrato dalla povertà. La ripresa del flusso degli aiuti europei verso il Togo è ora legata ad una “roadmap” di 22 punti, tra cui primeggiano, appunto, democratiche elezioni legislative.

Erica Alini

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