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SESE SKO MOBUTU
Mobutu

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Fonte: Peacelink

Dal 1960 una scia di crimini, Mobutu: il regime indifendibile

 

Giornalista alcolizzato, spietato assassino, uomo forte e amico personale dei presidenti di Stati Uniti e Francia: Joseph Désiré Mobutu ha preso il potere in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) negli anni '60 e ha governato per 30 anni con la collaborazione di tutti. Per la sofferenza del popolo congolese nessuno è esente da colpe, nemmeno gli stessi congolesi.

di Alessio Antonini, 12 aprile 2005

I corpi di 100 studenti massacrati giacevano in piazza, il vicepresidente Gabriel Yumbu era appena stato assassinato dalla polizia politica, il deputato Guillaume Lubaya era finito in pasto ai coccodrilli e i ministri Jerome Anany, Alexander Mahamba, Emmanuel Bamba ed Evariste Kimba dondolavano ancora sulla forca, quando le diplomazie dei paesi occidentali salutarono l'arrivo della democrazia in Congo. Incuranti delle palesi violazioni dei più banali principi di decenza umana, il presidente statunitense Lyndon Johnson, quello francese Charles de Gaulle e re Baldovino del Belgio si congratularono per la splendida vittoria politica del nuovo sovrano dello Zaire Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za Banga, fino a quel momento noto semplicemente con il nome di Joseph Mobutu, un giornalista alcolizzato.
Fronte alta, occhiali con montatura nera ed espressione perennemente tranquilla, Mobutu divenne presidente nella notte tra il 24 e il 25 novembre del 1965, con l'appoggio dei servizi segreti di mezzo Occidente, che accettarono la versione di massima sul concetto di governo del dittatore: «La democrazia si può pure applicare - continuava a dire - anche se non proprio alla lettera».

SOSTEGNO AMERICANO

La reazione del popolo congolese fu immediata e il paese in poche ore tornò indietro nel tempo accettando le sue regole tribali. La venerazione del capo tribù, al di là di ogni limite, come fosse un dio, divenne la regola-guida di 30 anni di storia. Parigi e Washington non si erano accontentati di aver organizzato l'omicidio del primo e unico presidente congolese eletto, Patrice Lumumba, indubbiamente in odore di marxismo: vollero anche calcare la mano e mettere alla guida del paese centroafricano un fedele alleato dell'Occidente, nonostante la sua fama di assassino.
A sentire le testimonianze rilasciate dal colonnello della polizia segreta belga Louis Marlière e dall'agente speciale della Cia Lawrence Devlin, «i servizi d'intelligence francesi, belgi e statunitensi pensavano a Mobutu già dagli anni '60, anche se tutti erano consapevoli della sua propensione al tribalismo e alla corruzione».

D'altronde il 14 novembre del 1960, in occasione dei gravi disordini che attraversarono il Congo, fu proprio un misterioso agente di Washington, inviato personalmente dal presidente J. F. Kennedy, a indicare Mobutu per l'incarico di presidente. Quello che è certo è che gli Stati Uniti gli fornirono negli anni i mezzi e le risorse necessarie, fino a versare annualmente 331 milioni di dollari, camuffati in aiuti umanitari per garantire la sua sicurezza.
Una volta insediato sulla poltrona presidenziale Mobutu decise di porre fine a qualunque embrione di rivolta, inviando l'ambasciatore Justin Bomboko a Brazzaville per richiamare il leader separatista Pierre Mulele in patria dietro la promessa di un incarico ministeriale. Inutile aggiungere che, al suo arrivo a Léopoldville, Mulele non trovò alcuna delegazione ad aspettarlo, ma fu sbrigativamente sequestrato dalla guardia presidenziale che lo torturò a morte, costringendolo a svelare i nomi di tutti i possibili nemici di Mobutu.

I governi occidentali, comunque, erano disposti a chiudere un occhio sulle attività criminali di Mobutu solo nel campo dei diritti umani: a meno di un anno di distanza dal colpo di stato, infatti, Parigi inviò l'economista Higues Leclercq per fare da consigliere economico del nuovo governo congolese. Tuttavia, nonostante la sua presenza e quella di numerosi testimoni della spietatezza del dittatore, i crimini verso i presunti oppositori politici continuarono in modo sistematico, sapientemente alternati a periodici bagni di folla in patria e all'estero: quando Mobutu si recò per la prima volta a Washington, per incontrare l'allora presidente Richard Nixon, il viaggio si trasformò immediatamente in un successo senza precedenti per un capo di stato africano. Le immagini di Mobutu in smoking che saluta New York dall'ultimo piano dell'Empire State Building furono interpretate dai telegiornali dell'epoca come una grande speranza per l'Africa.
Gli investimenti, infatti, arrivarono a pioggia anche dai vertici della Fiat, con il sostegno del governo italiano; si moltiplicarono gli incontri diplomatici: tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, l'ormai incontrastato re del Congo incontrò la regina d'Inghilterra Elisabetta II a Londra, l'imperatore giapponese Hiroito a Tokio e il presidente cinese Mao Tze Dong a Pechino.

Al grido di «noi seguiamo l'uomo solo: un solo capo, un solo popolo, una sola nazione» il popolo congolese ha sostenuto il suo padre-padrone con slancio e devozione, riconfermandolo a elezioni palesemente truccate per ben due volte nel 1972 e nel 1979. «Noi non abbiamo bisogno dell'opposizione - spiegava Mobutu ai giornalisti stranieri che lo interrogavano sulla totale mancanza di democrazia nel paese -, noi siamo dei bantu. Non siamo cartesiani come gli occidentali. Siamo contrari all'opposizione, siamo favorevoli alla giustapposizione».
Ciliegina sulla torta, nei due plebisciti furono presentate due schede: una verde «per l'unità e la pace» che confermava la carica di Mobutu e una rossa «per il cambiamento e il disordine».
Tuttavia, già agli inizi degli anni '70, il clientelarismo e la corruzione del regime danneggiarono irreversibilmente il tessuto economico del paese che dovette affidarsi sempre di più al debito pubblico, parte del quale finiva puntualmente nelle tasche della famiglia Mobutu e dei suoi amici che, in 30 anni, hanno accumulato almeno 8 miliardi di dollari.

Per affrontare la situazione, il governo varò un piano di nazionalizzazione delle industrie congolesi noto con il nome di zairizzazione: in breve Léopoldville divenne Kinshasa, Elisabethville Lubumbashi e Stanleyville Kisangani. Il Congo fu chiamato Zaire e Mobutu divenne il Grande Leopardo e diede inizio a spettacoli autocelebrativi, basati essenzialmente sul culto della personalità in linea con la tradizione tribale del paese.
Nel frattempo la banca centrale continuava a essere usata come salvadanaio per dare al popolo opere di magnificenza e generosità populista e per garantire lunghi soggiorni alla famiglia Mobutu nella splendida baia francese di Cape Martin, dove tutte le autorità europee incontrarono il Grande Leopardo per stringere affari nazionali e personali.
Nel 1980 Mobutu ricevette la visita di Giovanni Paolo ii e la sfruttò a suo favore: il giorno prima dell'arrivo del pontefice, il dittatore volle regolare la sua situazione morale, chiedendo al vescovo di Kinshasa di celebrare le nozze nella cattedrale della capitale congolese. Come è solito nelle sue visite pastorali, il papa ringraziò per la calorosa ospitalità del popolo e delle autorità congolesi, senza interferire nella situazione socio-politica provocata dalla dittatura.

Nel 1988 anche George Bush, al ritorno da un proficuo viaggio d'affari per assicurarsi l'esclusiva sull'estrazione del cobalto congolese, indispensabile per numerosi processi industriali, spese parole di riguardo nei confronti del più efferato dittatore africano definendolo «il più valido alleato di Washington in centro Africa».
L'anno seguente, però, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda costrinsero tutte le diplomazie occidentali a rivedere il loro schema di alleanze: l'amicizia con un dittatore sanguinario, sospettato di mangiare il fegato dei suoi nemici politici, non era più giustificabile agli occhi dell'opinione pubblica con lo spauracchio del comunismo. Il 24 aprile del 1990 anche Mobutu fu costretto, su pressioni occidentali, ad aprire al multipartitismo e a concedere ampi spazi alle opposizioni politiche.
Dal 1992 al 1997, quando i ribelli di Laurent Désiré Kabila rovesciarono definitivamente la dittatura, il paese fu lasciato sprofondare nell'anarchia e divenne preda facile degli eserciti dei paesi confinanti e dei militari della polizia segreta di Mobutu. «Siamo diventati ratti - ha detto una mamma in lacrime ai primi giornalisti europei che ripresero lo sfascio del regime -; ratti da schiacciare».
E così pare siano rimasti tuttora i congolesi a causa di interessi più grandi di loro.

 Sottofondo: Aria della regina della notte (Mozart)


DITTATORI:  MOBUTU



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