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Mengistu in una foto del '77 (Ansa)
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MOGADISCIO
– Dopo un processo durato 12 anni Mengistu Hailè
Mariam, il dittatore rosso che ha governato l'Etiopia dal
1977 al 1991, giudicato colpevole di genocidio e crimini
contro l'umanità il 12 dicembre, ieri è stato
condannato in contumacia all'ergastolo. Il premier etiopico
Meles Zenawi, in un'intervista al Corriere l'estate scorsa,
aveva già assicurato che non sarebbe stata applicata
la pena di morte perché il suo Paese, aveva spiegato,
«se non l'ha abolita di diritto, l'ha abolita di fatto».
Mengistu
pochi giorni prima della caduta del sua giunta militare (il
Derg) si era rifugiato in Zimbawe, ospite di un altro
dittatore africano, Robert Mugabe. Appena saputo della
sentenza di condanna all'ergastolo Mugabe ha fatto sapere
che non intende consegnare il suo ospite, ritiratosi
discretamente in una grande villa nel quartiere residenziale
di Gunhill, alle porte di Harare.
All'ergastolo
sono stati condannati anche altri 48 coimputati,
quattro hanno avuto invece pene tra il 23 e i 25 anni. In
totale i condannati sono stati 53. Nessun assolto.
La condanna dei due dei processati, Berhanu Baye, ex
ministro degli esteri, e Addis Tedla, capo maggiore
dell’esercito del Derg, interessa anche l'Italia.
Beranu e Addis, infatti. al momento in cui il regime
è collassato nel maggio 1991 si sono rifugiati nella
nostra ambasciata ad Addis Abeba dalla quale, in questi
quindici anni, non sono mai usciti. Il governo etiopico ha
più volte chiesto all’Italia la consegna dei
due, ma si è sentito rispondere che questo
contravveniva alle regole del nostro Paese, secondo cui chi
rischia la pena di morte, non può essere estradato.
Ora loro non possono fare appello in quanto contumaci. Solo
il pubblico ministero può chiedere la revisione di
una sentenza che altrimenti dopo 30 giorni passerà in
giudicato. In questo caso il governo italiano dovrà
prendere una difficile decisione.
In
realtà nella nostra legazione diplomatica si erano
rifugiati quattro degli scherani del Derg: il vice
primo ministro Hailù Yemeni, che si è
suicidato un paio d'anni dopo l'ingresso nella palazzina
messa a disposizione degli «ospiti» ai margini
della tenuta dove ha sede la nostra ambasciata (la più
bella e suggestiva di tutta l’Africa) nella capitale
etiopica, e il generale Tesfaye Gebre Kidane, il governatore
di quella che allora era chiamata provincia eritrea (e oggi
è uno Stato indipendente) e poi vicepresidente che
aveva sostituito Mengistu dopo la fuga in Zimbawe il 21
maggio 1991.
Anche
Tesfaye Gebre Kidane è morto. Picchiato a
sangue, aveva riportato ferite alla testa in una misteriosa
rissa nel giugno 2004. A ridurlo in fin di vita, secondo una
ricostruzione ufficiale è stato Berhanu Baye che,
prima di essere nominato capo della diplomazia etiopica,
alla fine degli anni '80 era stato ministro della
Cooperazione. Baye è l’uomo che sa parecchie
cose sulla gestione dei fondi del Fai, il Fondo Aiuti
Italiani guidato dall'allora sottosegratario socialista
Francesco Forte, e su quel progetto faraonico che è
stato il Tana Beles, 800 miliardi – stanziati dal
nostro governo - finiti nel nulla. Di quell'azienda agricola
il cui fine era quello di salvare l'Etiopia dalla fame
cronica oggi non rimane più niente, ma per
realizzarla erano state deportate migliaia di persone.
Ora
che sulla testa di Berhane e di Hailù non pende più
la pena di morte, i due potrebbero passare dalla
prigione dorata della nostra ambasciata a una lurida cella
in una delle fetide galere abissine. Mengistu, invece,
l'animatore di quelle giornate che vanno sotto il nome di
«terrore rosso», durante le quali vennero
ammazzati a sangue freddo studenti, intellettuali, operai,
contadini e dissidenti in genere, accusato di strangolare le
sue vittime con le proprie mani, grazie alla solidarietà
tra dittatori non lascerà il suo esilio dorato e non
sconterà la condanna.
Al
porto di Mogadiscio, presidiato discretamente da un
contingente di truppe etiopiche, i soldati apprendono la
notizia della condanna del loro ex dittatore dai
cronisti. «Troppo poco – dice per tutti un
ufficiale – noi lo volevamo morto». Ma con
questa sentenza l'Etiopia si avvicina ai Paesi europei che
hanno bandito la pena di morte e all’Onu, che grazie
anche alla pressione italiana ha chiesto una moratoria.
«Sì, sappiamo che da voi non esiste la pena di
morte. Forse sarebbe bene abolirla anche da noi. Ma dovete
capire che ogni etiope, grazie a Mengistu ha un morto in
famiglia. Sì, forse sarebbe bene perdonare. Ma
è difficile». Poi rivolto ai suoi commilitoni:
«Ragazzi lo lasciamo vivo a marcire in galera?».
E gli altri: «Sì, va bene, tanto lui il massimo
responsabile delle nostre disgrazie, in galera non finirà
mai».
Massimo
A. Alberizzi, 5 marzo 2007