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MENGHISTU CONDANNATO ALL'ERGASTOLO

Dal Corriere della Sera, 5 marzo 2007
 

Il dittatore, accusato di genocidio e di crimini contro l'umanità, non sconterà la pena: è rifugiato in Zimbabwe

 
Mengistu in una foto del '77 (Ansa)
Mengistu in una foto del '77 (Ansa)

MOGADISCIO – Dopo un processo durato 12 anni Mengistu Hailè Mariam, il dittatore rosso che ha governato l'Etiopia dal 1977 al 1991, giudicato colpevole di genocidio e crimini contro l'umanità il 12 dicembre, ieri è stato condannato in contumacia all'ergastolo. Il premier etiopico Meles Zenawi, in un'intervista al Corriere l'estate scorsa, aveva già assicurato che non sarebbe stata applicata la pena di morte perché il suo Paese, aveva spiegato, «se non l'ha abolita di diritto, l'ha abolita di fatto».

Mengistu pochi giorni prima della caduta del sua giunta militare (il Derg) si era rifugiato in Zimbawe, ospite di un altro dittatore africano, Robert Mugabe. Appena saputo della sentenza di condanna all'ergastolo Mugabe ha fatto sapere che non intende consegnare il suo ospite, ritiratosi discretamente in una grande villa nel quartiere residenziale di Gunhill, alle porte di Harare.

All'ergastolo sono stati condannati anche altri 48 coimputati, quattro hanno avuto invece pene tra il 23 e i 25 anni. In totale i condannati sono stati 53. Nessun assolto.

La condanna dei due dei processati, Berhanu Baye, ex ministro degli esteri, e Addis Tedla, capo maggiore dell’esercito del Derg, interessa anche l'Italia. Beranu e Addis, infatti. al momento in cui il regime è collassato nel maggio 1991 si sono rifugiati nella nostra ambasciata ad Addis Abeba dalla quale, in questi quindici anni, non sono mai usciti. Il governo etiopico ha più volte chiesto all’Italia la consegna dei due, ma si è sentito rispondere che questo contravveniva alle regole del nostro Paese, secondo cui chi rischia la pena di morte, non può essere estradato. Ora loro non possono fare appello in quanto contumaci. Solo il pubblico ministero può chiedere la revisione di una sentenza che altrimenti dopo 30 giorni passerà in giudicato. In questo caso il governo italiano dovrà prendere una difficile decisione.

In realtà nella nostra legazione diplomatica si erano rifugiati quattro degli scherani del Derg: il vice primo ministro Hailù Yemeni, che si è suicidato un paio d'anni dopo l'ingresso nella palazzina messa a disposizione degli «ospiti» ai margini della tenuta dove ha sede la nostra ambasciata (la più bella e suggestiva di tutta l’Africa) nella capitale etiopica, e il generale Tesfaye Gebre Kidane, il governatore di quella che allora era chiamata provincia eritrea (e oggi è uno Stato indipendente) e poi vicepresidente che aveva sostituito Mengistu dopo la fuga in Zimbawe il 21 maggio 1991.

Anche Tesfaye Gebre Kidane è morto. Picchiato a sangue, aveva riportato ferite alla testa in una misteriosa rissa nel giugno 2004. A ridurlo in fin di vita, secondo una ricostruzione ufficiale è stato Berhanu Baye che, prima di essere nominato capo della diplomazia etiopica, alla fine degli anni '80 era stato ministro della Cooperazione. Baye è l’uomo che sa parecchie cose sulla gestione dei fondi del Fai, il Fondo Aiuti Italiani guidato dall'allora sottosegratario socialista Francesco Forte, e su quel progetto faraonico che è stato il Tana Beles, 800 miliardi – stanziati dal nostro governo - finiti nel nulla. Di quell'azienda agricola il cui fine era quello di salvare l'Etiopia dalla fame cronica oggi non rimane più niente, ma per realizzarla erano state deportate migliaia di persone.

Ora che sulla testa di Berhane e di Hailù non pende più la pena di morte, i due potrebbero passare dalla prigione dorata della nostra ambasciata a una lurida cella in una delle fetide galere abissine. Mengistu, invece, l'animatore di quelle giornate che vanno sotto il nome di «terrore rosso», durante le quali vennero ammazzati a sangue freddo studenti, intellettuali, operai, contadini e dissidenti in genere, accusato di strangolare le sue vittime con le proprie mani, grazie alla solidarietà tra dittatori non lascerà il suo esilio dorato e non sconterà la condanna.

Al porto di Mogadiscio, presidiato discretamente da un contingente di truppe etiopiche, i soldati apprendono la notizia della condanna del loro ex dittatore dai cronisti. «Troppo poco – dice per tutti un ufficiale – noi lo volevamo morto». Ma con questa sentenza l'Etiopia si avvicina ai Paesi europei che hanno bandito la pena di morte e all’Onu, che grazie anche alla pressione italiana ha chiesto una moratoria. «Sì, sappiamo che da voi non esiste la pena di morte. Forse sarebbe bene abolirla anche da noi. Ma dovete capire che ogni etiope, grazie a Mengistu ha un morto in famiglia. Sì, forse sarebbe bene perdonare. Ma è difficile». Poi rivolto ai suoi commilitoni: «Ragazzi lo lasciamo vivo a marcire in galera?». E gli altri: «Sì, va bene, tanto lui il massimo responsabile delle nostre disgrazie, in galera non finirà mai».

Massimo A. Alberizzi, 5 marzo 2007

 Sottofondo: Toccata e fuga (Bach)

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