E’ la prima volta dalla
fine della Guerra Fredda che si verifica una forte battuta d’arresto nella
diffusione della libertà nel mondo. Freedom House, il centro studi
basato negli Stati Uniti, è l’unico che ha elaborato un modello di
analisi in grado di misurare con obiettività quanto siano liberi gli
individui in tutti i paesi del mondo. Raccogliendo dati, non solo sulla libertà
di voto, ma anche sulla libertà di espressione, di culto, di movimento
e sulla garanzia dei diritti di proprietà, la Freedom House attribuisce
un voto ad ognuno di questi aspetti e fornisce un quadro completo del mondo,
suddiviso tra paesi liberi, semi-liberi e repressi. E il quadro è
fosco: la mappa appare simile a quella della Guerra Fredda, quasi tutto verde
e giallo (Stati liberi e semi-liberi) l’emisfero occidentale, quasi tutto
viola (Stati repressi) l’emisfero orientale. Un quinto dei 193 Stati
studiati registra un calo sensibile della libertà. Per la prima volta
in quindici anni, nessuno dei paesi classificati “repressi” è stato
promosso al rango superiore.
E le performance peggiori sono nell’area ex sovietica, dove solo l’Ucraina
(pur con tutti i suoi enormi problemi) e i paesi baltici sono liberi, mentre,
degli altri 11 paesi, sette sono repressi e quattro semi-liberi. Bielorussia,
Turkmenistan e Uzbekistan sono nel gruppo classificato dai ricercatori
americani come “il peggio del peggio” della repressione di regime.
Azerbaijan, Tajikistan e Kazakhstan sono e restano regimi autoritari, solo
formalmente democratici. Gli analisti della Freedom House speravano di vedere
progressi almeno in Georgia e Kyrgizistan, patrie, rispettivamente, della
Rivoluzione Rosa del 2003 e della Rivoluzione Gialla del 2005 contro i regimi
post-sovietici. Ma in Georgia il presidente filo-occidentale Mikheil
Saakhashvili è stato fortemente contestato dalla popolazione proprio
per i suoi metodi autoritari e le ultime elezioni presidenziali, tenutesi lo
scorso 5 gennaio, sono sempre più contestate dagli osservatori
internazionali a causa dei brogli denunciati dall’opposizione.
E il Kyrghizistan, dove si è votato per il parlamento lo scorso
dicembre, registra anch’esso un forte deficit di democrazia. Il 2007
è stato soprattutto “Un anno cruciale per il consolidamento
dell’autoritarismo in Russia” - come scrivono i redattori del rapporto
Freedom House - “in parte dovuto alla manipolazione delle elezioni
parlamentari del 2 dicembre e ad una successione al potere pilotata
dall’alto”. Infatti: “E’ ormai veramente chiaro che i cittadini russi
non avranno la possibilità di scegliere liberamente il loro prossimo
presidente”. “Non viaggio e non posso dire se la situazione nel nostro
paese è diversa rispetto al resto del mondo” - dichiara una fonte
anonima da Nizhny Novgorod - “ma facendo il confronto con quella che era
l’Unione Sovietica, non vedo molti cambiamenti drastici”. Anche tra i
paesi liberi usciti dall’Urss, la Lituania, membro dell’Unione Europea e
della Nato, ha registrato qualche regresso a causa di scandali per corruzione
che hanno coinvolto alti funzionari.
La maggior delusione è costituita dai paesi mediorientali, dove tra il
2003 e il 2005 (gli anni della Dottrina Bush per l’esportazione della libertà
e della guerra contro Saddam Hussein) si era invece riscontrato un enorme
progresso della libertà a tutti i livelli e in quasi tutti gli Stati.
Oggi, invece, la situazione peggiora moltissimo nell’Autorità
Nazionale Palestinese, a causa della presa del potere di Hamas a Gaza e della
sua instaurazione del totalitarismo islamico. In declino anche la libertà
individuale in Siria (un regime già fortemente repressivo), Egitto e
Libano. Proprio nell’anno della presenza della missione Unifil nel Sud del
Libano, nel Paese dei Cedri si è verificato il maggior picco di
violenza politica degli ultimi anni. Il radicalismo islamico resta, per gli
analisti di Freedom House, l’ostacolo più difficile alla libertà
in tutta la regione mediorientale e nordafricana. Per questo motivo, l’Iran
resta uno degli Stati più repressivi del mondo (un dissidente, Roozbeh
Farahanipour, ha raccontato alla televisione americana, questa settimana, gli
orrori del vero e proprio “arcipelago gulag” iraniano) la Somalia e il
Sudan sono nella lista del “peggio del peggio”. E sono accompagnati, in
questa lista degli “ultimi”, dalla nazional-socialista Libia di Gheddafi.
La terza area in cui la libertà è seriamente minacciata e in
declino è l’America Latina. Cuba resta una dittatura
marxista-leninista vecchio stampo. Il Venezuela di Chavez sta rapidamente
seguendo il suo esempio. La sua determinazione nell’esportare un modello
autoritario di socialismo nel resto del continente ha avuto successo in
Bolivia, Ecuador e Nicaragua, dove si registra un sensibile calo della libertà
in tutti i campi. Il disastro macroscopico dei diritti umani è
soprattutto in Asia, dove sia il subcontinente indiano che la regione del
Pacifico, sono sempre più repressi. Nel solo subcontinente indiano,
peggiorano ben tre Stati: Sri Lanka (guerra civile tra induisti e musulmani),
Bangladesh (sospensione delle elezioni e islamismo rampante) e Pakistan, dove
la morte di Benazir Bhutto ha eliminato ogni possibile alternativa democratica
al potere militare del regime di Pervez Musharraf. Più a Est, è
diventata drammaticamente famosa in tutto il mondo la repressione della
protesta dei monaci buddisti in Birmania. Meno nota, ma grave, la progressiva
islamizzazione della Malesia e la continua repressione nei regimi comunisti
del Laos e del Vietnam.
La Cina è lontanissima, almeno dal punto di vista dei diritti umani: le
Olimpiadi del 2008 sono precedute da una violenta e rapida epurazione del
dissenso. Il regime di Pechino, evidentemente, vuol far piazza pulita di tutti
i “nemici” interni, prima di ospitare media, atleti e spettatori da tutto
il mondo. La Corea del Nord, regime stalinista ortodosso, resta un buco nero
nella carta del mondo. Perché la libertà arretra in tutti i
continenti? Non c’è una risposta unica al problema. Oggi le dittature
appaiono più forti, sotto tutti i punti di vista. La Russia di Putin
è ricca, per il rialzo del prezzo delle materie prime che esporta. La
Repubblica Popolare Cinese è una potenza in piena espansione. Il
Venezuela è povero, ma, da paese esportatore di petrolio, è
avvantaggiata dai 100 dollari al barile. E nel nostro mondo libero i nuovi
dittatori non suscitano lo scandalo che dovrebbero. Anzi, sono ormai in molti
che, vedendo il successo economico di Putin in Russia, vogliono l“uomo
forte” anche da noi.
21-01-2008