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Fonte: Wikipedia
Con
il termine lager
si indicano i campi di
concentramento e
sterminio (in tedesco: Konzentrationslager)
utilizzati dal regime
nazista.
Il
sistema dei lager venne
inizialmente impiegato
(1933) per confinare gli
oppositori politici al
nazismo (comunisti,
socialdemocratici,
obiettori di coscienza)
allo scopo di
"rieducarli".
In seguito vennero usati
per la detenzione e lo
sterminio degli ebrei, e
di altre categorie di
indesiderati (zingari,
omosessuali, apolidi
ecc.) La parola
"lager" in
tedesco significa
"magazzino".
Dal punto di vista
ideologico era quindi
considerato un luogo
(analogamente ai Glavnoye
upravleniye lagerey,
i gulag sovietici) in
cui esercitare una
stretta sorveglianza su
un considerevole numero
di individui (che le SS,
cui spettava la gestione
dei lager, chiamavano
"pezzi").
I
lager più
famigerati presenti sul
territorio di Germania,
Austria e Polonia
(Governatorato
Generale), furono quelli
di Auschwitz, Buchenwald,
Dachau, Mauthausen. In
Italia funzionarono i
campi di concentramento
di, fra gli altri,
Fossoli (frazione di
Carpi), Borgo San
Dalmazzo, Bolzano e la
Risiera di San Sabba.
Per una completa
panoramica dei campi di
concentramento (campi di
lavoro, campi di
transito, ville tristi,
etc.).
Il
modello dei lager
I
lager furono istituiti,
quasi, fin dal momento
in cui i nazisti
assunsero il potere.
Dachau, il primo, fu
creato da Himmler il 20
marzo 1933 come luogo in
cui
"concentrare"
e detenere comunisti,
socialdemocratici ed
altri presunti nemici
politici tedeschi.
Questi
"politici"
furono arrestati in
numero considerevole
dopo il decreto
d'emergenza della
"custodia
protettiva" emanato
il 28 febbraio che entrò
in vigore dopo
l'incendio del Reichstag
(27 febbraio 1933).
Dachau, dopo una fase
iniziale di brutalità
visionaria da parte
dell'amministrazione
delle SS e proprio in
virtù di questa,
divenne il campo di
concentramento modello.
Divenne, quindi, il
modello su cui costruire
tutti gli altri kz
(Konzentrationslager).
Dalla
teoria legale e sociale
del lager al progetto
eutanasia
Himmler
conferì ai lager
lo status di "unità
amministrative
legalmente indipendenti
sottratte al codice
penale ed ai comuni
procedimenti
giudiziari". Dalla
metà degli anni
Trenta le categorie
degli internati furono
estese a comprendere
persone considerate
"criminali
abituali",
"elementi
antisociali"
(prostitute, mendicanti,
zingari, alcolisti,
trasgressori delle
leggi, psicopatici), omosessuali,
testimoni di Geova
ed ebrei (questi
ultimi soprattutto dopo
la notte dei cristalli
del 9/10 novembre 1938).
La
teoria legale e sociale
dei lager, quale fu
formulata nel 1936,
aveva una distinta
sfumatura biologica e
terapeutica. Best,
consigliere legale di
Himmler, identificò
il "principio
politico del
totalitarismo" col
"principio
ideologico della comunità
nazionale organicamente
indivisibile" e
dichiarò che
"ogni tentativo di
procurare un
riconoscimento ad idee
politiche diverse o
addirittura di
sostenerle, sarà
stroncato nel modo più
spietato, come sintomo
di una malattia che
minaccia l'unità
sana dell'organismo
nazionale
indivisibile" .
Iniziò così
il Programma T4 interno
ai lager, cui si
affiancava il famoso
"trattamento
speciale" e
l'"operazione
14F13".
Il
processo dello sterminio
amministrativo di massa
La
distruzione fisica e
morale degli oppositori
del III Reich
(includendo fra questi
anche gli ebrei), si
presentò come un
processo condotto per
tappe successive e
graduali. Tale processo,
che richiedeva una vasta
ed efficiente macchina
amministrativa, si
sviluppò secondo
uno schema definibile,
ma che non corrispondeva
ad un piano predefinito,
secondo gli studi di
Hilberg. Lo schema
è così
suddiviso da Hilberg:
1. definizione del
soggetto da distruggere
psico-fisicamente. Tale
definizione porta
all'allontanamento
psicologico dello stesso
soggetto dal tedesco
civile e militare.
2. espropriazione dei
beni del soggetto da
distruggere. Tale
operazione era
evidentemente giovevole
all'economia del Reich,
ma anche finalizzata al
processo di isolamento
del soggetto.
3. concentramento nel
lager, al fine di
disumanizzare e, quindi,
rendere amorale la
distruzione fisica e
psichica dell'individuo.
La psicologia qui gioca
un ruolo fondamentale:
l'obiettivo principale
era rendere tollerabile
agli occhi del popolo
spettatore e del soldato
che uccideva uno
sterminio (si veda
uomini comuni).
Il
processo è
suddivisibile in due
periodi cronologici
facilmente
distinguibili: il primo
comprende gli anni dal
1933 al 1940, gli anni
in cui, cioè, lo
scopo proposto era
quello di
"rieducare" la
popolazione che si
opponeva al regime,
impaurire chi aveva
intenzione di ribellarsi
in qualche modo e
"invitare" gli
ebrei ad emigrare
altrove; il secondo
periodo comprende gli
anni dal 1941 al 1945,
anni in cui la soluzione
ritenuta migliore era
quella dello sterminio
sistematico di ogni
singolo civile avverso,
o presunto tale, al
regime e di ogni singolo
ebreo.
Per
arrivare allo sterminio
vero e proprio fu
necessario, dunque,
intraprendere un
percorso che conducesse
dal mondo della
legislazione pubblica a
quello delle operazioni
segrete.
Lo
sterminio, infatti, fu
reso possibile dalla
fusione di quattro
distinte gerarchie:
-
burocrazia
ministeriale, ossia
l'agente principale
dell'applicazione
delle misure
antiebraiche e
anticomuniste; tali
funzionari,
redigendo decreti e
regolamenti,
definirono il
concetto di
"ebreo" e
di oppositore
politico, nonché di
"vita
indegna";
organizzarono
l'espropriazione dei
beni, intrapresero
il concentramento
delle comunità
ebraiche della
Germania nei ghetti.
-
Gerarchia
delle forze armate.
Il ministero degli
Esteri negoziò
con i diversi Stati
dell'Asse la
deportazione degli
ebrei verso i centri
di sterminio;
l'amministrazione
delle ferrovie si
fece carico del loro
trasporto; la
polizia fu
largamente
utilizzata nelle
operazioni di
massacro; l'esercito
si occupò
principalmente dei
massacri nei
territori occupati e
dell'avviamento
degli ebrei verso i
campi della morte.
-
Gerarchia
dell'economia. I
ministeri
dell'industria e
della finanza
giocarono un ruolo
importante nelle
espropriazioni, nel
sistema del lavoro
coatto e nel
funzionamento delle
camere a gas.
-
Il
partito, che si fece
carico di tutti i
problemi
"delicati"
che riguardavano i
rapporti tra
tedeschi ed ebrei e
fra tedeschi e
quanti erano
indicati come
sovversivi.
La
funzione del lager
all'interno di una
struttura totalitaria
nell'analisi di Hannah
Arendt
Un'approfondita
analisi sui lager ci
viene offerta da Hannah
Arendt nella sua opera
"Le origini del
totalitarismo"
. In questo testo la
Arendt spiega che i
lager servono al regime
totalitario come
laboratori per la
verifica della sua
pretesa di dominio
assoluto sull'uomo. Il
dominio totale, che mira
a cancellare
l'individualità
del singolo per andare a
costituire un individuo
unico costituito dalle
infinite pluralità
e diversità dei
singoli, è
possibile solo se ogni
persona è ridotta
ad un'immutabile identità
di reazioni, in modo che
ciascuno di questi fasci
di reazioni possa essere
scambiato con qualsiasi
altro.
I
lager servono, oltre che
a sterminare ed a
degradare gli individui,
a compiere l'orrendo
esperimento di
eliminare, in condizioni
scientificamente
controllate e
controllabili, la
spontaneità
stessa come espressione
del comportamento umano
e di trasformare l'uomo
in oggetto.
I
lager sono, oltre che
"la société la
plus totalitaire encore
réalisé" ,
l'ideale sociale che
guida il potere
totalitario. Come la
stabilità del
regime dipende
dall'isolamento del suo
mondo fittizio
dall'esterno, così
l'esperimento di dominio
totale nei lager
richiede che questi
siano ermeticamente
chiusi agli sguardi del
mondo di tutti gli
altri, del mondo dei
vivi in genere. Quindi,
le sorti del dominio
totalitario sono legate
all'esistenza dei lager,
perché questi sono la
vera istituzione
centrale del potere
totalitario. Eppure,
nella storia ci sono
state quasi sempre
guerre di aggressione;
il massacro delle
popolazioni nemiche dopo
la vittoria continuò
inesorabile finché
venne un po' frenato dal
romano "parcere
subiectis"; per
secoli lo sterminio dei
popoli indigeni andò
di pari passo con la
colonizzazione delle
Americhe, dell'Australia
e dell'Africa; la
schiavitù
è una delle più
antiche istituzioni
dell'umanità e
tutti gli imperi antichi
erano basati sul lavoro
degli schiavi statali
che erigevano i loro
edifici pubblici.
Neppure i lager sono
un'invenzione originale,
poiché essi apparvero
per la prima volta
durante la Guerra boera,
all'inizio del secolo, e
continuarono ad essere
usati in Sudafrica come
in India per gli
"elementi
indesiderabili".
Questi
campi corrispondevano
per molti aspetti a
quelli del regime
totalitario; essi
accoglievano i
"sospetti" che
non si potevano
condannare con un
processo normale
mancando il reato.
Depersonalizzazione,
Assassinio e Sterminio
amministrativo di massa
Che
senso può
assumere il concetto di
"assassinio"
quando ci troviamo a
dover parlare di una
produzione in massa di
cadaveri?
Un
uomo può essere
ucciso e distrutto
nell'anima, senza che
debba necessariamente
essere ucciso
fisicamente: "la
cosa veramente da
comprendere è che
l'"anima" può
essere distrutta anche
senza distruggere l'uomo
fisico, che anima,
carattere e individualità
sembrano in certe
circostanze,
manifestarsi soltanto
nella rapidità o
lentezza con cui si
disintegrano. Il
risultato finale
è in ogni caso
costituito da uomini
senz'anima, uomini che
non possono più
essere compresi
psicologicamente, e il
cui ritorno al mondo
umano psicologicamente o
altrimenti intelligibile
somiglia da vicino alla
resurrezione di Lazzaro".
A
questo proposito può
ritenersi indicativo il
concetto di "Nacht
und Nebel" (col
favore della notte e
della nebbia) sotto la
cui denominazione i
nazisti, con la
precisione ed il rigore
che li ha caratterizzati
fino alla fine, erano
soliti registrare le
loro operazioni nei
lager. La radicalità
delle misure intese a
trattare gli uomini come
se non fossero mai
esistiti, facendoli
sparire nel senso
letterale della parola,
non è spesso
avvertita a prima vista,
perché il sistema
nazista, come anche
quello staliniano, non
è uniforme, ma
consiste di una serie di
categorie in virtù
delle quali le persone
sono trattate in modo
diverso.
Nel
caso dei lager nello
specifico, la
separazione delle
categorie era interna
allo stesso campo, ma
senza venire mai a
contatto l'una con
l'altra; spesso la
separazione fra i
prigionieri era più
rigorosa dell'isolamento
dal mondo esterno.
Lager
e Gulag
La
differenza fra il lager
ed il gulag
staliniano è
insita nel fatto che
all'interno del regime
staliniano si dovevano
distinguere tre sistemi
più o meno
indipendenti. Anzitutto,
c'erano gli autentici
gruppi di lavoro coatto
che vivevano in relativa
libertà ed erano
condannati a periodi
limitati di detenzione
(elemento del tutto
alieno ai Kz
nazifascisti). Poi,
c'erano i campi di
concentramento in cui il
materiale umano era
sfruttato senza pietà
ed il tasso di mortalità
era molto elevato, ma
che erano organizzati
essenzialmente per scopi
di lavoro (il concetto
di guadagno dai detenuti
relativamente ai kz era
assai più
complicato e ancora
dibattuto). Infine,
c'erano i campi di
annientamento in cui gli
internati erano
sistematicamente
eliminati dalla
denutrizione e dalla
mancanza di cure (per
questo siamo
assolutamente vicini al
concetto di campo di
sterminio nazista). La
differenza è
insita, dunque,
nell'organizzazione,
nell'idea per cui si
uccide, nel luogo fisico
in cui si uccide, o
anche nella lingua o nel
silenzio con cui si
uccide. Ha poco senso
attribuire un giudizio
qualitativo per
stabilire quale dei
sistemi sia
"peggiore". Il
motivo della
degenerazone in facili
strumentalizzazioni
politiche, va purtroppo
ricercato nella diversa
qualità o quantità
di informazioni
disponibili e, ancor più,
nella loro diffusione.
Sterminio
anonimo e anonimico
amministrativo di massa
Il
vero orrore dei campi di
concentramento e
sterminio sta nel fatto
che gli internati, anche
se per caso riescono a
rimanere in vita, sono
tagliati fuori dal mondo
dei vivi più
efficacemente che se
fossero morti, perché
il terrore impone
l'oblio. Qui l'omicidio
è impersonale
quanto lo schiacciamento
di una zanzara. Non ci
sono, dunque, paralleli
con la vita nei campi di
concentramento. L'orrore
che ne deriva non può
mai essere pienamente
percepito
dall'immaginazione
umana, perché rimane al
di fuori della vita e
della morte. Esso non può
mai essere pienamente
descritto, perché il
superstite ritorna al
mondo dei vivi che gli
impedisce di credere
completamente nelle sue
esperienze passate. Chi
uccide materialmente,
poi, diventa solo parte
dell'ingranaggio.
Le
SS che imperavano nei
lager, come i soldati
del Battaglione 101,
perdevano essi stessi la
propria personalità
per diventare meri
meccanismi anonimi e
anonimici di un
ingranaggio enormemente
più grande di
loro. Da qui la paura,
talvolta denunciata
durante i processi, di
disobbedire; da qui il
"obbedivo agli
ordini perché ne ero
obbligato"; da
qui il "se non
l'avessi fatto io,
l'avrebbe comunque fatto
un altro e io sarei
probabilmente morto
insieme ai miei cari";
da qui, forse,
l'impossibilità
di vedere una piccola
cosa lapalissiana:
nessun meccanismo
funziona senza che tutti
gli ingranaggi
funzionino alla
perfezione. E, forse,
non si può
funzionare alla
perfezione come
ingranaggi, se non si
vuole essere tali. Altra
questione è poi
il rapporto tra
coscienza, responsabilità
e colpa di fronte
all'immagine
dell'inferno nazista..
Funzionalità
o disfunzionalità
economica dei lager
Un
elemento molto
controverso fra gli
studiosi, è la
disfunzionalità
economica dei lager.
Infatti, se prendiamo
qualunque manuale di
storia del nazismo e
cerchiamo di capire i
motivi economici che
avrebbero potuto
spingere il Reich
alla costruzione dei
campi, ci accorgiamo
senza troppe difficoltà
che la deportazione fu
un vero e proprio
business. Le industrie
più famose (dalla
I.G. Farben, alla OSRAM,
alla Bayer, alla stessa
Organizzazione Todt solo
per citarne alcune),
traevano un profitto
considerevole dalla
deportazione. Le
fabbriche private, che
costituivano la maggior
parte degli
"acquirenti"
dei deportati, pagavano,
generalmente, circa tre
marchi giornalieri ad
operaio per una giornata
lavorativa di dodici
ore. Questi soldi, una
cifra irrisoria rispetto
ai soldi che avrebbero
dovuto sborsare per un
operaio civile, non
erano pagati ai
deportati, come sembra
ovvio, ma alle SS.
Considerando
che un deportato di
sesso femminile veniva a
costare quotidianamente
al Reich all'incirca un
marco e 22 centesimi,
mentre un deportato di
sesso maschile costava
un marco e 34 centesimi,
i conti sono facilmente
ottenibili. Il profitto
medio per ogni deportato
maschio giornaliero per
il Reich è di
circa due marchi e 16
centesimi, mentre il
profitto per ogni
deportato donna è
di circa due marchi e 28
centesimi.
Non
dimentichiamo che le
imprese statali (come la
Luftwaffe, la
stessa Todt, l'esercito,
gli armamenti,
l'organizzazione Speer,
etc.), evidentemente,
avevano tutto da
guadagnare su un lavoro
effettuato
gratuitamente.
Hannah
Arendt, al contrario di
quanto appena riportato,
sostiene che i campi di
concentramento come
istituzione non sono
stati creati in vista di
una possibile
prestazione produttiva,
dato che la loro unica
funzione economica
permanente è
stata quella di
finanziare l'apparato di
sorveglianza; quindi,
per quanto concerne
l'economia, essi
esistono principalmente
per se stessi. La Arendt
ritiene, dunque, che
questi lager siano
autarchici, ma non
redditizi. Qualsiasi
lavoro compiuto
all'interno dei lager,
spiega ancora la Arendt,
potrebbe essere stato
fatto meglio e con minor
spesa in condizioni
diverse. La Arendt, a
conferma della sua tesi,
porta a testimoniare il
Bettelheim, il quale
sostiene che "gran
parte del lavoro imposto
nei lager era inutile, o
superfluo, o così
malamente progettato che
doveva essere fatto due
o tre volte.
Particolarmente, i nuovi
detenuti erano obbligati
ad adempiere mansioni
assurde...Essi si
sentivano degradati...e
preferivano addirittura
un lavoro più
pesante quando produceva
qualcosa di utile".
La
Arendt sostiene che
l'inutilità del
lavoro coatto, presente
anche all'interno del
sistema staliniano, fu
portato all'estremo,
fino all'aperta
anti-utilità
quando nel bel mezzo
della guerra, malgrado
la scarsezza di
materiale edilizio e
rotabile, costruirono
enormi e costose
fabbriche di sterminio
trasportando milioni di
persone avanti e
indietro.
Probabilmente,
ad un livello potenziale
il piano economico era
strutturato in modo
efficiente e
apparentemente
indistruttibile, ma ad
un livello di attualità
questo fallisce dopo
pochi anni (troppi in
realtà se
consideriamo il numero
d'innocenti che hanno
dovuto pagare con la
vita fisica e/o
psichica). Dunque, in
conclusione, direi che
possiamo riassumere in
una sintesi tesi ed
antitesi sostenendo che
coloro che hanno ideato
la potenza non sono
stati seguiti a ruota
dagli uomini comuni che
avrebbero dovuto
attualizzare l'idea
dello sterminio fisico
remunerativo.
Quindi,
i detenuti hanno senza
dubbio, almeno in molti
casi (in quelli, cioè,
dove il fuhrerlager non
aveva agito diversamente
dal piano originale)
contribuito a mantenere
il Reich, e quindi,
paradosso dei paradossi,
la stessa guerra e
ideologia che li aveva
resi schiavi e privati
dell'individualità.
Distruzione
del soggetto di diritto
Un
altro tema fondamentale
è quello inerente
la distruzione del
soggetto di diritto che
è nell'uomo.
Questo è
considerato il primo
passo verso il dominio
totale.
Infatti,
l'unica cosa
irrealizzabile era ciò
che rendeva sopportabili
le concezioni
tradizionali del
castigo: il giudizio
universale, l'idea di un
principio assoluto di
giustizia associato
all'infinita possibilità
della grazia. Perché
nella valutazione umana
non c'è delitto o
peccato che sia
commisurabile con le
pene eterne
dell'inferno. Di qui il
turbamento del buon
senso, che si chiede:
che cosa devono aver
commesso queste persone
per soffrire in modo così
inumano? Di qui anche
l'assoluta innocenza
delle vittime: nessun
uomo l'ha mai meritato.
Di qui, infine, la
grottesca casualità
della scelta degli
internati dei lager nel
perfetto stato di
terrore e ingiustizia,
che poteva essere
inflitta a chiunque.
Un
ordine di considerazioni
molto importante
è relativo alle
conseguenze che hanno
avuto la mescolanza dei
delinquenti comuni con
le altre categorie
d'internati.
Ogni
prigioniero, come
abbiamo detto, aveva un
incarico affidatogli
dalle SS. Fra gli
incarichi assegnabili ce
n'erano alcuni
peculiari, ma non
esclusivi, degli
internati come
"criminali
comuni"; si tratta
delle cariche di "blokowy
", "kapò
" e "oberkapo
".
Mettere
insieme i delinquenti
comuni con le altre
categorie d'internati ha
il vantaggio di mostrare
a queste con
agghiacciante evidenza
che sono scese al più
basso livello della
società, e, più
tardi, che hanno ogni
ragione di invidiare il
ladro o l'assassino più
losco. A porre i
criminali in una
posizione direttiva non
è tanto l'affinità
fra essi ed il personale
di vigilanza, quanto il
fatto che soltanto il
loro interessamento
è in relazione
con una determinata
attività. Essi
perlomeno sanno perché
si trovano in un lager e
quindi hanno conservato
un residuo della loro
personalità
giuridica. Per i
politici ciò
è solo
soggettivamente vero; le
loro azioni, in quanto
ancora vere azioni e non
semplici opinioni o
vaghi sospetti altrui o
accidentale afflizione
ad un gruppo
politicamente
disapprovato, non sono
di regola previste dal
normale sistema legale
del paese né
giuridicamente
definibili. Lo stesso
Bettelheim descrive, a
questo proposito, la
stima di sé manifestata
dai criminali in
confronto a quelli che
non avevano fatto
davvero nulla per essere
stati arrestati (primi
fra tutti i
rastrellati). Questi
erano meno capaci di
resistere allo shock
iniziale, erano i primi
a cedere alla
disintegrazione della
personalità.
Bettelheim attribuisce
ciò alla loro
origine borghese o
psicoborghese.
Il
passo successivo nella
preparazione dei
cadaveri viventi era
l'uccisione della
personalità
morale. Ciò era
ottenuto impedendo, per
la prima volta nella
storia, il martirio.
Betthelein lo dimostra
chiedendosi "quante
persone nel lager
credono ancora che una
protesta abbia
importanza storica?
Questo scetticismo
è il vero
capolavoro delle SS. La
loro grande
realizzazione. Esse
hanno corrotto ogni
solidarietà
umana. Qui la notte
è scesa sul
futuro. Quando non
rimangono testimoni, non
ci può più
essere testimonianza.
Dimostrare quando la
morte non può più
essere rimandata
è un tentativo di
dare alla morte un
senso, di agire oltre la
propria morte. Per avere
successo un gesto deve
avere un significato
sociale. Ci sono qui
centinaia di migliaia di
noi, tutti viventi in
assoluta solitudine.
Ecco perché siamo
sottomessi, qualunque
cosa accada".
I
lager e l'assassinio
degli avversari politici
erano soltanto una parte
dell'oblio organizzato
che, oltre a colpire gli
strumenti dell'opinione
pubblica come il
discorso e la stampa, si
estendeva alle famiglie
e agli amici delle
vittime. Il mondo
occidentale, anche nei
suoi periodi più
tenebrosi, aveva fino ad
allora concesso al
nemico ucciso il diritto
al ricordo come evidente
riconoscimento del fatto
che tutti siamo uomini
(e soltanto uomini).
Rendendo anonima persino
la morte (con
l'impossibilità
di accertare se un
prigioniero era vivo o
deceduto), i lager la
spogliavano del suo
significato di fine di
una vita compiuta. In un
certo senso, essi
sottraevano
all'individuo la sua
morte, dimostrando che a
partire da quel momento
niente più gli
apparteneva ed egli non
apparteneva più a
nessuno. La sua morte
non faceva altro che
suggellare il fatto che
egli non era realmente
mai esistito. A quest'attacco
contro la personalità
morale avrebbe ancora
potuto opporsi la
coscienza dell'uomo, che
gli ricordava che era
meglio morire da vittima
piuttosto che vivere da
burocrate
dell'assassinio. Il
terrore totalitario
ottenne il suo più
terribile trionfo,
quando riuscì a
precludere alla
personalità
morale la via d'uscita
individualistica e a
rendere le decisioni
della coscienza
assolutamente
problematiche e ambigue.
Le
SS, e questa è
una delle cose più
atroci che hanno fatto,
coinvolgevano nei loro
delitti gli internati
affidando loro la
responsabilità di
una notevole parte
dell'amministrazione.
Ricordo che fra gli
incarichi affidati agli
internati esistevano
pure i ruoli di "stubendienst",
"blockalteste",
"blockschrieber",
"aufraumungskommando",
"sonderkommando".
I detenuti erano, così,
posti di fronte
all'insolubile dilemma
di mandare alla morte i
propri amici, familiari
o compagni o di
contribuire, comunque,
all'uccisione d'altri
uomini costringendoli,
in ogni caso, a
comportarsi come degli
assassini. In questo
modo, l'odio era deviato
dai veri colpevoli
(tanto che i Kapò
erano più odiati
delle SS), ma quel che
più conta, si
annullava la distinzione
fra persecutore e
perseguitato, fra
carnefice e vittima.
Una
volta uccisa la
personalità
morale, l'unica cosa che
ancora impedisca agli
uomini di diventare dei
cadaveri umani è
la differenziazione
dell'individuo, la sua
peculiare identità.
I metodi usati per
venire a capo
dell'unicità
della persona umana
erano numerosi. Essi
cominciavano con le
mostruose condizioni del
trasporto nei lager,
durante il quale
centinaia di esseri
umani erano stipati in
un carro bestiame,
assetati e affamati,
senza sapere dove
venivano portati e quale
sarebbe stata la loro
fine; continuavano, dopo
l'arrivo al campo, col
ben organizzato shock
delle prime ore, con la
depilazione completa di
ogni parte del corpo,
con la grottesca divisa
e finivano nelle
inimmaginabili torture,
calcolate in maniera
tale da non uccidere il
corpo, perlomeno non
rapidamente.
Si
tratta evidentemente di
un tipo di tortura,
irrazionale e sadico,
usato nei lager nazisti
come nei sotterranei
della Gestapo e compiuto
soprattutto dalle SA,
che non perseguiva
alcuno scopo, e non era
sistematico, ma
dipendeva
dall'iniziativa di
elementi prevalentemente
anormali.
Il
vero orrore, spiega la
Arendt, cominciò,
tuttavia, quando le SS
assunsero
l'amministrazione dei
campi. La vecchia
spontanea bestialità
lasciò il posto
ad una distruzione
assolutamente fredda e
sistematica di corpi
umani, intesa ad
annullare la dignità
umana; la morte era
evitata o rimandata
indefinitamente. I lager
non furono più
parchi di divertimento
per bestie in sembianze
umane, cioè per
uomini il cui vero posto
sarebbe stato nei
manicomi e nelle
prigioni. Essi
diventarono l'esatto
opposto: si
trasformarono in piazze
d'armi, su cui uomini
perfettamente normali
venivano addestrati ad
essere membri di pieno
diritto delle SS.
L'uccisione
dell'individualità,
dell'unicità, la
quale è foggiata
in parti uguali dalla
natura, dalla volontà
e dal destino, ed
è diventata una
premessa così
evidente di tutte le
relazioni umane che
persino i gemelli
identici ispirano un
certo disagio, suscita
un orrore che mette in
ombra lo sdegno della
persona giuridico -
politica e la
disperazione della
persona morale.
Dopo
l'uccisione della
persona morale e
l'annientamento della
persona giuridica, la
distruzione
dell'individualità
riesce quasi sempre.
Presumibilmente si
troverà qualche
legge della psicologia
di massa capace di
spiegare perché milioni
di uomini si lasciarono
portare incolonnati
senza resistere nelle
camere a gas, anche se
tale legge non spiegherà
altro che l'annullamento
dell'individualità.
"Il
trionfo delle SS, scrive
Rousset, esige che la
vittima torturata si
lasci condurre al
capestro senza
protestare... E non
è per nulla. Non
è gratuitamente,
per puro sadismo, che le
SS vogliono questa
disfatta. Esse sanno che
il sistema il quale
riesce a distruggere la
vittima prima che salga
al patibolo... è
incomparabilmente
migliore per tenere
tutto un popolo in
schiavitù...
Nulla è più
terribile di queste
processioni di persone
che vanno alla morte
come manichini. Chi le
vede si dice: per essere
ridotti così,
quale potenza deve
nascondersi nelle mani
dei padroni. E volta la
testa, pieno d'amarezza,
ma sconfitto" .
Eliminazione
delle tracce
Quando
i generali tedeschi che
lavoravano come
ufficiali nei lager si
accorsero che la
liberazione era alle
coste smantellarono a
grandissima velocità
ogni traccia di questi
orrori, compresi i
registri e, in
circostanze ancora oggi
oscure, i corpi. Quindi
l'unica fonte che si ha
sono le centinaia di
testimonianze orali o
scritte di chi è
sopravvissuto.
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