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ADOLF HITLER: LA KEHLSTEINHAUS E IL BETGHOF


 

Attraverso le alpi: la kehlsteinhaus.
Estratto da: U. Barbisan, Attraverso le Alpi. Da Occidente ad Oriente, Il Brennero/Der Brennero, Bolzano, Trento, Vienna, 2001.


I luoghi del nazismo sono stati quasi tutti fisicamente cancellati dalla memoria. Fra i pochi rimasti si annovera la Kehlsteinhaus sui monti dell’Obersalzberg in Baviera. Dal suo ampio salone si può lanciare lo sguardo verso Monaco e Salisburgo in Austria. Singolari sono le storie che le sue mura possono raccontare. Martin Bormann ne curò l’edificazione fra il 1936 e il 1938; Hitler ne fu il virtuale pro-prietario; virtuale poiché Hitler non possedeva nulla di suo. Tutto l’Obersalzberg era in mano a Bormann; virtuale poiché Hitler non si entusiasmò mai della Kehlsteinhaus e ben poche furono le volte che la visitò. Servì solo per la propaganda e per ricevere alcu-ni ospiti di riguardo, peraltro anche questi pochi. Fu l’ambasciatore francese François Poncet, in udienza da Hitler nel 1938, a definire l’edificio nido dell’aquila, impressionato dalla sua arditezza; ma si sbagliò in quanto già esisteva un luogo chiamato nido dell’aquila: era il quartier generale di Hitler per la campagna militare dell’Ovest, posto nel castello di Ziegenburg nei pressi di Kassel.

- Il nido dell’aquila sul monte Kehlstein; la galleria di accesso alla Kehlsteinhaus.

Il resoconto che Poncet fornì al suo ritorno fu così appassionante che la stampa occiden-tale accantonò il nome ufficiale per battezzare la Kehlsteinhaus definitivamente “nido dell’aquila”, al punto che negli ordini di missione ai piloti inglesi, durante il bombarda-mento del 1945, il bersaglio era inequivocabilmente indicato con Eagle-Nest. Poncet scrisse: “La strada terminava all’ingresso di un tunnel che portava all’interno della montagna. L’ingresso era chiuso da due massicce porte di bronzo. Al termine del tunnel, da una sala rotonda, entrai in un ascensore spazioso e rivestito di lucidi pannelli di ottone. Arrivai in un edificio tozzo e massiccio dove c’era un portico con colonne romane ed accanto una sala con un’enorme vetrata semicircolare. Giganteschi tronchi di legno bruciavano nel grande camino e c’era un tavolo circolare con una trentina di se-die. La vista panoramica delle montagne assomigliava a quella visibile da un aereo. Lì in fondo giaceva Salisburgo che assomigliava ad un anfiteatro. Villaggi a perdita d’occhio corollavano l’orizzonte fra monti e boschi. La casa di Hitler mi dava l’impressione di essere un edificio costruito fra le nuvole”.


Su una seconda cosa Poncet sbagliò: la Kehlsteinhaus non era una “vera casa”; non era neppure un tradizionale rifugio alpino, né un mausoleo, come si favoleggiava all’epoca. L’edificio era il regalo per il cinquantesimo compleanno del Führer; in realtà fu uno dei numerosi tentativi di Bormann per salire i gradini della gerarchia del potere e guada-gnarsi la simpatia di Hitler. La Kehlsteinhaus, comunque, costò ben poco a Bormann visto che a costruirla furono l’Organizzazione Todt, la grande impresi di stato, ed i tremila operai italiani. Per la scelta del luogo ove costruirla si trovò anche una ragione mitologico-fantastica: di fronte al Kehlstein si erge un monte sotto il quale, secondo la leggenda, era sepolto il Gran Kaiser Karl che un giorno si sarebbe svegliato dal sonno eterno e avrebbe ridato gloria all’Impero Germanico. Il nido dell’aquila non portò fortuna a Bormann, come a molti di coloro che ne furono coinvolti. Durante la costruzione della ripida e tortuosa strada, eccellente opera dell’ingegneria, ci furono alcuni incidenti coperti dal segreto di stato. All’epoca si disse propaganda anti-nazista, ma qualcuno sembra che non abbia più fatto ritorno da quel cantiere. La storia non conferma ma nemmeno smentisce. Completata sommariamente la strada di servizio, Bormann diede inizio ai lavori di co-struzione dell’edificio, ma commise il banalissimo errore di non coinvolgere direttamente il Führer nella progettazione.

- Il Berghof, la residenza di Hitler nell’Obersalzberg; il cantiere di costruzione.

 

- Hitler ed Eva Braun nell’Obersalzberg.

Hitler amava spesso definirsi “architetto mancato” e ben lo sapeva Albert Speer, l’architetto del regime e poi Ministro degli Armamenti, che per ottenere l’approvazione dei suoi progetti faceva sempre in modo che fosse Hitler a suggerirne le soluzioni finali che lui gli proponeva già risolte su un piatto d’argento. Non sono poche le volte che Hit-ler, di suo pugno, correggeva i progetti proposti alla sua approvazione.
L’architetto incaricato di progettare il nido dell’aquila, il bavarese Roderich Frick, fece invece “tutto da solo” e Hitler se ne disinteressò.
Viceversa, Hitler era entusiasta della sua residenza ai piedi del monte Kehlstein, il Ber-ghof, una sontuosa villa alpina ottenuta dalla ristrutturazione di un edificio dove trascor-reva le vacanze dagli inizi della sua carriera politica.


Il Berghof lo appassionava perché lui stesso ne aveva ideato la ristrutturazione, poi “messa in bella” da un altro architetto bavarese; sua dovrebbe essere stata l’idea del sa-lone principale con l’enorme finestra vetrata che si apriva elettricamente scomparendo in una fessura nel muro. All’epoca un fatto tecnicamente di gran pregio. Hitler prediligeva i monti della Baviera e l’Obersalzberg in particolare; si sentiva a suo agio solo al Berghof, ma anche a lui la valle, la sua villa e il nido dell’aquila, non porta-rono buona ventura, analogamente a chi gli stava vicino. Nell’Obersalzberg Hitler conobbe, agli inizi della sua avventura politica, Mimi Reiter una giovane ragazza che tentò il suicidio quando lui la abbandonò; qui ebbe occasione di frequentare intimamente Geli Raubal, figlia della sua sorellastra Angela, morta suici-da nel 1931; qui visse per lungo tempo Eva Braun prima di trasferirsi a Berlino dove trovò la morte per suicidio l’ultimo giorno d’aprile del 1945. Tre donne la cui sorte fu segnata quando incontrarono nella loro vita Hitler: Mimi, un’infatuazione giovanile, Geli la morbosa passione, Eva la compagna fedele fino alla morte.


L’Obersalzberg non portò buona sorte nemmeno a Herman Fegelein che aveva festeg-giato il suo matrimonio con Gretl, sorella di Eva Braun, prima al Berghof e poi alla Ke-hlsteinhaus la sera del 5 giugno 1944, poche ore prima dello sbarco in Normandia degli Alleati.
Hitler non raggiunse i festeggiamenti in cima al nido dell’aquila, stremato dall’attesa delle informazioni sullo sbarco che i suoi generali ritenevano imminente. Sapute le pre-visioni del tempo sul Canale della Manica, che annunciavano burrasca, come tutti gli al-tri ritenne che gli Alleati non avrebbero osato sfidare la sorte nel mare in tempesta, per-ciò andò a dormire. Quando gli Alleati, la mattina del 6 giugno, iniziarono lo sbarco nessuno ebbe il coraggio di svegliare Hitler. Fegelein, forte della “parentela” con la compagna di Hitler, negli ultimi giorni di Berli-no tentò la fuga e forse il tradimento; anche se la questione non è mai stata ben chiarita, fu fucilato il 28 aprile 1945 nei giardini della Cancelleria, due giorni prima che Hitler ed Eva si togliessero la vita dopo essersi sposati.
Nel 1945 Hitler non volle ritirarsi sull’Obersalzberg dove tutto era pronto per un’estrema difesa che avrebbe impegnato moltissimo gli Alleati se fosse stata attuata.


Sotto l’Obersalzberg erano da tempo pronte decine di chilometri di tunnel, depositi, centrali di comando, viveri e munizioni. Ancora una ventina di giorni prima della fine, era tutto pronto per ricevere l’intero alto comando tedesco; ma all’ultimo Hitler non vol-le lasciare Berlino; morì nel Fuhrer-Bunker di Berlino ad una ventina di metri sottoterra dove aveva vissuto negli ultimi mesi.

- Bombardamento del Berghof nel 1945 e distruzione nel 1946.

Visitando oggi il nido dell’aquila si comprende perché Eva Braun, troppo spesso trascu-rata dalla storia, apprezzasse questo luogo, perché Bormann la utilizzava per impressio-nare le sue occasionali amanti, perché, finita la guerra non pochi, nei comandi Alleati, ne avessero decretato la distruzione affinché non diventasse un luogo di pellegrinaggio. Poi prevalse l’intelligenza di non cancellare la storia, qualunque essa sia. Peccato per il resto dell’Obersalzberg, con le sue ville, che fu devastato il 25 aprile 1945 da trecento bombardieri Lancaster della Royal Air Force, e poi definitivamente distrutto dalle ruspe.

 

 


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