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LAURENT DESIRE' KABILA


Fonte: Rivista Popoli

 

 di Massaimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera

Il 17 maggio 1997, quando la coalizione guidata da Laurent D. Kabila caccia il dittatore Mobutu, gli osservatori esultano: il centro dell'Africa sembra stabilizzato. L'Etiopia marcia verso lo sviluppo economico. L'Eritrea muove i primi passi, anche se la dirigenza è un po' timida ad aprire al mondo esterno. L'Uganda, diventato il pupillo degli americani, rispetta le regole del Fondo monetario e attira capitali stranieri. Il Rwanda sembra aver chiuso i conti con il passato, anche se a costo di nuovi massacri. L'Angola ha trovato un equilibrio tra i gruppi in lotta per il potere: l'Mpla e l'Unita. Insomma, sembra che l'Africa, da Massaua a Luanda, sia pacificata e che almeno questa parte del continente possa avviarsi verso un futuro di democrazia e stabilità.

 Mai analisi fu più sbagliata. Meno di un anno dopo, scoppia la guerra tra Etiopia ed Eritrea. Nell'agosto 1998 anche gli alleati che avevano sostenuto Laurent D. Kabila cominciano a sbranarsi tra loro. Il Congo esplode. Kabila interpreta il ruolo di dittatore in maniera più rigida di quanto non lo facesse Mobutu. E s'impadronisce delle ricchezze del Paese, distribuendo concessioni minerarie a parenti e amici. Rwandesi e ugandesi rispondono fomentando l'insurrezione dei congolesi che non partecipano al banchetto.

Le truppe di Kigali e di Kampala avanzano e fanno a pezzi l'esercito congolese. L'offensiva viene fermata dai soldati di Angola e Zimbabwe che scendono in campo a difesa di Kabila. È il settembre 1998 e la guerra da allora è diventata di posizione. Ribelli e governo sono realtà inconsistenti. Il vero potere passa nelle mani delle truppe d'occupazione e dei loro governi. Così l'Uganda si dedica a sfruttare le miniere nella fetta di Congo a sua disposizione. La stessa cosa fa il Rwanda. La parte del leone tocca allo Zimbabwe che occupa il Katanga la provincia più ricca. Le aziende di Harare, tutte legate in qualche modo al presidente Mugabe ottengono importanti concessioni minerarie. 

L'Angola si limita allo sfruttamento dei diamanti vicino alle sue frontiere, ma gioca un ruolo politico di rilievo. In molti ritengono che non sia estranea all'organizzazione dell'omicidio di Laurent D. Kabila, rimpiazzato dal figlio adottivo, Joseph. I soldati occupanti, "invitati" e "non invitati", si comportano da padroni. Taglieggiano la popolazione, violentano le donne. Spesso i loro governi devono intervenire per calmarli.

Laurent D. Kabila Il Congo appare ormai spartito in tre e, anche se l'Onu sta ottenendo il ritiro delle truppe straniere, è difficile che riesca a ridimensionare l'influenza dei Paesi limitrofi sulle fazioni congolesi a loro legate. In realtà il governo di Joseph Kabila, il "Fronte di liberazione del Congo" di Jean Pierre Bemba, e il "Raggruppamento congolese per la democrazia" di Adolphe Onusumba non reggerebbero un minuto se fossero abbandonati dai loro sponsor. Se le truppe occupanti se ne andassero simultaneamente, si correrebbe il rischio di una guerra civile con violenze inenarrabili.
In fondo gli stranieri, che pure non sono alieni da violenze contro la popolazione civile e saccheggiano il Congo, in qualche modo stabilizzano la situazione evitando massacri più sanguinosi. 

Alla gente vessata che continua a morire di fame non interessa un gran che sapere se gli aguzzini sono congolesi o stranieri. D'altro canto tutti proclamano: Je suis congolaise ("Io sono congolese"), ma poi sono pronti a scannarsi nel nome dell'appartenenza tribale. A questo punto sembra proprio che sul palcoscenico del teatro congolese si stia rappresentando un nuovo spettacolo: la partizione. Per ora, di fatto, ma molti pensano che a breve lo sarà anche di diritto.

Sottofondo: Sonata turca (Mozart)

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