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JANOS KADAR

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LA DITTATURA MORBIDA DI JANOS KADAR IN UNGHERIA

Fonte: Encarta
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La seconda guerra mondiale

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, il governo ungherese proclamò la propria neutralità, ma di fatto condivise i progetti dell'Asse. Nel 1940 Italia e Germania riconobbero i diritti dell'Ungheria sulla Transilvania e, nell'aprile dell'anno successivo, il regime ungherese approfittò dell'attacco tedesco alla Iugoslavia per riappropriarsi dei territori persi con il trattato del Trianon.

Tra il giugno e il dicembre del 1941 l’Ungheria dichiarò guerra prima all’Unione Sovietica e poi agli Stati Uniti. Costretta a subire pesanti perdite sul fronte sovietico, nel 1943 tentò invano di trattare con gli Alleati una pace separata. Nel marzo 1944 il paese fu invaso dalle truppe naziste con il consenso di Horthy, che venne in seguito costretto alle dimissioni e sostituito dal capo delle Croci frecciate Ferenc Szálasi; questi avviò una campagna di terrore contro gli oppositori e collaborò con le forze naziste nella deportazione degli ebrei.

Nell'aprile del 1945 l'Ungheria fu liberata dai sovietici; dopo la firma dell'armistizio con le forze alleate, fu istituito un governo provvisorio sottoposto al controllo delle autorità militari sovietiche. Alle elezioni dell’Assemblea nazionale la maggioranza relativa venne tuttavia conquistata dal Partito dei piccoli proprietari e dei contadini di Zoltán Tildy, che fu eletto presidente. Proclamata la repubblica, fu formato un gabinetto di coalizione guidato da Ferenc Nagy; Mátyás Rákosi, capo dei comunisti, assunse la carica di vicepremier.

Il regime comunista

I primi mesi della nuova repubblica furono dominati dai gravissimi problemi della ricostruzione. Nel gennaio del 1947 una cospirazione si abbatté sul Partito dei piccoli proprietari e alcuni dei suoi leader, accusati di cospirare contro la repubblica, vennero arrestati. A Nagy, costretto alle dimissioni, succedette il compagno di partito Lajos Dinnyés che, sottoposto a forti pressioni, sciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni. Il risultato dei comunisti fu inferiore alle aspettative (22%); essi dominarono tuttavia la coalizione di governo formata da Dinnyés, eliminando man mano tutte le forze dell’opposizione. Epurato dei suoi leader più indipendenti, nel 1948 il Partito socialdemocratico si unì al Partito comunista per dar vita al Partito ungherese dei lavoratori. Alla ormai scontata affermazione comunista alle elezioni del maggio 1949 fece seguito l'adozione da parte della nuova assemblea di una Costituzione che istituiva la Repubblica popolare ungherese.

Negli anni successivi il regime avviò un ampio processo di trasformazione economica e sociale in senso comunista. Furono stipulati trattati di amicizia e cooperazione con l'Unione Sovietica e gli altri paesi comunisti; le scuole religiose furono nazionalizzate e molti membri del clero furono arrestati. Numerose industrie furono nazionalizzate, mentre ai contadini restii a integrarsi nel sistema delle cooperative vennero confiscate le terre; migliaia di oppositori politici furono inviati nei campi di lavoro.

La morte di Stalin nel 1953 determinò forti cambiamenti nel sistema politico ungherese. Preoccupata per la critica situazione del paese, Mosca favorì infatti l’ascesa di una leadership riformatrice. Rákosi, primo ministro dal 1952, mantenne la guida del Partito comunista ma venne costretto ad abbandonare quella del governo, che fu assunta da Imre Nagy. Fu stabilito un programma economico più flessibile, mentre il governo concesse un'amnistia e abolì i campi di lavoro. Nel 1955 l'Ungheria si unì con altri paesi comunisti nel patto di Varsavia.

Il cauto processo di liberalizzazione subì una brusca interruzione nell’aprile del 1955, quando Nagy fu destituito dall'incarico di premier ed espulso dal partito con accuse pretestuose. A beneficiare del ripensamento di Mosca fu Rákosi, che riprese in mano il controllo del governo. Tuttavia, la condanna dello stalinismo pronunciata dal leader sovietico Nikita Sergeevič Kruscev nel 1956 tornò a favorire le posizioni riformiste all'interno del Partito comunista ungherese.

La rivoluzione del 1956

Anche a causa del clima di incertezza creatosi all’interno del blocco sovietico in seguito alla sfida mossa dalla Polonia all'egemonia di Mosca (vedi Polonia: Il ritorno di Gomułka), opposizione politica e malcontento popolare trovarono spazi di espressione mai avuti prima. Nel luglio del 1956 Rákosi venne nuovamente costretto ad abbandonare il governo. Un crescendo di manifestazioni studentesche e operaie espresse appoggio ai lavoratori polacchi di Poznań. Il 23 ottobre un’imponente manifestazione attraversò le strade di Budapest, chiedendo il ritorno di Nagy alla guida del paese: ebbe così inizio la rivoluzione ungherese (o, nella vulgata di regime, i “fatti d’Ungheria”), destinata a consumarsi in pochi giorni in un crescendo di tensione e violenza. Il governo comunista, ormai incapace di controllare la situazione, chiese l'intervento delle truppe sovietiche, disintegrandosi subito dopo. Il 28 Nagy assunse la guida del governo, mentre János Kádár, un nazionalista già imprigionato per le sue critiche al regime, assumeva quella del partito, ribattezzato il 1° novembre con il nome di Partito socialista operaio ungherese.

Il 4 novembre, fallito ogni tentativo di mediazione, le truppe sovietiche entrarono a Budapest, reprimendo nel sangue la rivolta. L'intervento armato sovietico provocò migliaia di morti e una fuga di circa 200.000 persone dal paese. Imre Nagy, rapito e portato in Romania, fu condannato a morte e giustiziato nel 1958 dopo un processo a porte chiuse.

Il regime di Kádár

Confermato premier e capo del Partito dei lavoratori socialisti ungheresi (PSOU), Kádár compì in breve tempo la restaurazione dell’ordine sovietico. Per due anni, fino al 1958, attuò una severa repressione: diverse centinaia di rivoltosi vennero giustiziati o deportati in Unione Sovietica e migliaia furono gli arresti eseguiti dalla polizia politica. Negli anni seguenti, grazie anche al sostegno dell'Unione Sovietica, l'Ungheria visse un periodo di forte sviluppo economico. Dagli inizi degli anni Sessanta Kádár ammorbidì la dittatura, perseguendo una politica di pacificazione rivolta a conquistare al regime il consenso della popolazione ungherese.

Verso la metà degli anni Sessanta l'Ungheria ripristinò ed estese gli scambi commerciali e culturali con i paesi non comunisti. La rete di rapporti così creata favorì lo sviluppo economico del paese, determinando anche una certa apertura del sistema politico. L’Ungheria restò tuttavia sotto la diretta influenza di Mosca, al cui fianco nel 1968 partecipò all’invasione della Cecoslovacchia (vedi Primavera di Praga).

A partire dalla metà degli anni Settanta, l’Ungheria, sebbene in misura inferiore agli altri paesi comunisti, venne colpita da una seria crisi economica, che di lì a pochi anni si sarebbe rivelata fatale. Le pesanti ripercussioni dell'inflazione sul livello di vita della popolazione resero Kádár oggetto di critiche sempre più manifeste e alimentarono la richiesta di riforme liberali in favore della libertà di espressione. Agli inizi degli anni Ottanta l’Ungheria fu tra i paesi comunisti quello più influenzato e interessato dagli avvenimenti che in Polonia videro l’affermarsi del sindacato Solidarno¶ć.

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La democrazia

Il nuovo segretario del partito Károly Grósz, subentrato a Kádár nel 1988, avviò un severo programma di risanamento economico (introduzione di nuove imposte, drastico taglio dei sussidi statali, incoraggiamento dell'iniziativa privata), accompagnandolo con un processo di liberalizzazione politica (riduzione della censura, libertà di formazione di gruppi politici indipendenti, legalizzazione del diritto di sciopero). Nel 1989 l'Ungheria riabilitò Imre Nagy e le vittime del 1956. Nello stesso anno il paese archiviò senza alcuna violenza, né rimpianti, il suo passato comunista; fu reintrodotto il multipartitismo e il paese cambiò il suo nome in Repubblica d'Ungheria.

Nell'aprile del 1990 una coalizione di centro-destra (il Forum democratico ungherese) vinse le prime elezioni libere dopo 45 anni. Al vertice dello stato venne eletto un intellettuale, Arpád Göncz. Nello stesso anno l'Ungheria fu la prima nazione europea del Blocco orientale a unirsi al Consiglio d'Europa e tra il 1991 e il 1992 il governo siglò accordi di cooperazione con altri paesi dell’ex blocco orientale.

DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
A JÁNOS KÁDÁR

Giovedì, 9 giugno 1977

 

La visita che oggi ella ci rende è, senza dubbio, evento di singolare significato e di speciale importanza: essa segna quasi il punto d’arrivo di un lento ma non interrotto processo che, nel corso di questi ultimi 14 anni, è andato a mano a mano avvicinando la Santa Sede e la Repubblica Popolare di Ungheria, dopo il prolungato periodo di distanziamento e di tensioni, la cui eco non è ancor spenta del tutto.

Questo incontro ci offre occasione a serie riflessioni: quali si convengono a chi, per parte della Santa Sede, ha raccolto e portato avanti l’iniziativa di tale avvicinamento - presa già dal venerato nostro Predecessore Giovanni XXIII, sul finire della sua giornata terrena - di fronte a chi, per le responsabilità che l’ordinamento dello Stato gli attribuisce, di analoga iniziativa è stato a sua volta, per parte del Governo ungherese, il principale e più autorevole promotore.

L’iniziativa stessa ed i suoi risultati sono infatti seguiti, da molti, con occhio vigile e non di rado critico, o almeno perplesso, e su di essi incombe il giudizio della storia, dopo quello della nostra coscienza.

Avvezza, com’è, al susseguirsi di alterne vicende che contrassegna il corso della sua storia bimillenaria, la Chiesa Cattolica - e con essa la Santa Sede - non rifugge dalle decisioni anche animose: guidata, non dalla considerazione del vantaggio o della popolarità del momento, ma dalle esigenze profonde della sua missione religiosa, volta all’eterno, così come dalla propria vocazione al servizio dell’uomo, figlio ed immagine di Dio, dei suoi diritti, delle sue legittime aspirazioni ad una vita degna, nella pace, nella giustizia, nella fraternità che non conosce confini.

Crediamo che l’esperienza confermi la validità del cammino intrapreso: il cammino di un dialogo sulle cose, attento alla tutela dei diritti e dei legittimi interessi della Chiesa e dei credenti, ma aperto, insieme, alla comprensione delle preoccupazioni e dell’azione dello Stato nei campi che ad esso sono propri, ed inteso, a favorire, in un clima di vera pace religiosa, l’unità e la leale collaborazione di tutte le componenti della vita sociale, a sempre maggiore vantaggio della comunità nazionale.

Ciò significa che la Santa Sede e la Chiesa in Ungheria sono sinceramente disposte a proseguire per questa strada, con chiarezza e lealtà, debitamente apprezzando quanto lo Stato ha fatto per rendere possibile per parte sua, mediante reciproche intese, i risultati sinora conseguiti, e con il voto che sia possibile procedere verso traguardi più avanzati.

Sappiamo che analogo proposito è stato anche da lei ripetutamente espresso. Questo ci dà animo a confidare che la sua visita, oltre che coronamento, in certo senso, di un importante tratto di cammino già percorso, sia annuncio e promessa di nuovi progressi sulla via dei reciproci contatti, della mutua comprensione e di una positiva cooperazione al servizio di nobili cause che interessano il popolo ungherese, non solo, ma anche altri popoli e l’umanità intera, particolarmente nella difesa della pace e per promuovere il progresso sociale, economico, culturale e morale delle Nazioni.

La Santa Sede sa ed apprezza quanto può fare a questo riguardo l’Ungheria, che la storia e la sua stessa posizione geografica, nel cuore dell’Europa, spingono a quasi naturalmente amare e desiderare la pace. Il Governo ungherese ha voluto, a sua volta, manifestare il conto che fa della prontezza della Santa Sede a dare il suo contributo ad un impegno che è comune dovere, nell’interesse di tutti.

Non possiamo dimenticare, fra l’altro, che proprio da Budapest pervenne per la prima volta alla Santa Sede, nel 1969, l’appello a favore dell’iniziativa per la sicurezza e la cooperazione in Europa che si concretò poi nella Conferenza di Helsinki, alla quale la Santa Sede ha avuto l’onore di partecipare, nella consapevolezza di contribuire così a stabilire una base di alto valore morale e politico per una migliore convivenza fra i popoli del vecchio Continente. Esprimiamo l’augurio che l’Atto finale della Conferenza, il quale reca la firma dei più alti responsabili della vita degli Stati europei, abbia a trovare, in tutte le sue parti, e da parte di tutti i Paesi firmatari, piena e fedele applicazione, perché non restino deluse le attese più vive e la fiducia dei popoli di Europa.

Con questo voto ci è gradito esprimere a lei, alla sua consorte e a tutte le distinte personalità che la accompagnano, il nostro saluto e il nostro auspicio di bene.

Un pensiero augurale particolarmente affettuoso desideriamo poi rivolgere al popolo ungherese a noi tanto caro e sempre presente al nostro ricordo e nella nostra preghiera. Scenda su di esso la benedizione dell’Altissimo!  

 Sottofondo: Inno sovietico

 

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JANOS KADAR




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