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INTERVISTA A GIOVANNI DI STEFANO SU ARKAN E MILOSEVIC (I PARTE)

Fonte: Lo spettro - 8/06/2002

Giovanni Di Stefano, 47 anni, molisano, che vive a Londra, ma fa l’avvocato e l’uomo d’affari. Affari soprattutto nella ex Yugoslavia dove dal 1992 ha quasi sempre vissuto ed ha svolto il ruolo di “consigliere” e socio in affari di Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Arkan, il comandante delle “Tigri”. Ma è anche l'avvocato di Slobodan Milosevic, alla sbarra per crimini di guerra al tribunale Penale Internazionale dell'AIA". Di Stefano, personaggio che si muove dietro le quinte, in una intervista esclusiva, parla dei suoi rapporti con Milosevic e Arkan  e fa dichiarazioni importanti anche sulla vicenda Telekom Serbia.

 

L'Intervista a Giovanni Di Stefano  

  "Per quanto riguarda il mandato di cattura che hanno emesso contro di me in Inghilterra, nel 1999  - esordisce Giovanni Di Stefano con un forte accento inglese e in un italiano non proprio perfetto - nel processo svolto nel 2001, è risultato che hanno falsificato i documenti  davanti alla corte di appello di Roma e alla corte di appello di Campobasso. Questa è una vergogna italiana. Un poliziotto in Inghilterra è sotto processo per aver falsificato i documenti contro di me. Ed è grave che da lì hanno mandato documenti falsi per far arrestare un cittadino italiano  e non c’è un intervento di un procuratore della Repubblica italiana  a Campobasso o a Roma per protestare contro questa cosa. E’ una vergogna italiana”.

Allora lei è stato assolto? Si sente una vittima?

“Certamente. Io non solo sono stato assolto, ma contro di me non c’erano nemmeno i presupposti per una arresto perché i documenti erano falsi. La cosa è iniziata nel 1994. Alla corte di Cassazione era stato chiesto di annullare la custodia cautelare tre volte. Invece hanno trovato una scusa per non sostenere la richiesta del P.M. E’ lo stesso caso della vicenda di Adriano Sofri. Questo è importante a saperlo. Il P.M. in quel processo chiedeva un rinvio, invece la Corte di Cassazione ha detto niente rinvio, andiamo avanti, Sofri va in galera. Allora nessuno rispetta l’articolo 10 della Costituzione. Questa decisione è passata sull’ordinamento giuridico internazionale. Il processo, il reato, l’accusa comincia dal Pubblico Ministero e se il Pm chiede di scarcerare  Sofri, la Corte non può  dire no, perché è contrario al principio internazionale. Sofri sta in galera ingiustamente perché non hanno rispettato la costituzione italiana. Ci sono almeno quattro violazioni delle leggi internazionali e delle leggi europee. lui è un gentiluomo ed è un uomo di principio, perciò sta in galera”.

Ma torniamo al suo arresto…

“Sono stato arrestato il 24 di novembre del 1999.  Il 28 di gennaio sono arrivati a Rebibbia due ufficiali della corte internazionale dell’Aia senza il giudice. Anzi c’era ma aspettava fuori della sala dei colloqui. Che è una cosa illegale qui in Italia perché il giudice deve essere presente con gli ufficiali quando parlano col detenuto. Mi hanno chiesto: “Avvocato Di Stefano se lei dichiara  che non difende Milosevic, noi facciamo togliere il mandato di cattura inglese. Io gli ho risposto con una una parolaccia in inglese.  Questo non lo faccio. Non perché è Milosevic, ma anche se era uno spazzino. L’obbligo mio è di difendere il cliente. Anche per un ergastolo. Mi volete incastrare?”

Ha le prove di quello che sta dicendo?

“Certo che ci sono prove. Perché qui in Italia sono un pò stupidi rispetto a queste cose. Non si coprono bene. C’è l’emissione di un’ordinanza di un colloquio, però non c’è la verbalizzazione di quello che è stato detto, che è obbligatorio secondo il codice di procedura italiano. Quando c’è una rogatoria internazionale e un interrogatorio, poi ci deve essere un verbale. Dov’è il verbale? Non esiste perché il giudice, Carlino, è stato fuori (Carlino è il magistrato del suo caso- ndr).  Ma io sapevo che non c’erano i presupposti, perché io non avevo fatto niente”.

Ma ritorniamo alla morte di Arkan. E quelli che sono stati uccisi prima e dopo di lui.

“Vede noi abbiamo sempre chiesto un processo giusto. Vi sono sette persone morte che non sono state sottoposte ad alcuna inchiesta. Per il Tribunale Penale Internazionale dell’AIA è molto più comodo vederle morte queste persone che  processarle. Al processo direbbero cose scomode, non per Milosevic, ma per gli inglesi e gli americani. Questi non sono delitti di Stato. Il 15 gennaio del 2000 fu ucciso Arkan. Io ero in carcere a Rebibbia. Inspiegabilmente quella mattina mi hanno trasferito in una sezione di massima sicurezza con i più pericolosi detenuti di camorra, di mafia e della criminalità comune. Eppure io ero in carcere accusato di reati finanziari. Sono uscito il 17 maggio 2001. Milosevic si è consegnato il  1° di aprile. Se io ero libero non lo avrei mai consigliato di consegnarsi”.

Lei sostiene che è stato arrestato nell’ambito di un disegno internazionale per ammazzare Arkan e prendere Milosevic?

“Si, è così. Gli americani hanno chiesto la “testa di Milosevic” in cambio degli aiuti economici. Ma alla fine questi aiuti non sono arrivati.  (al momento dell’intervista erano bloccati e solo il 28 maggio Collin Powell ha dato il via libera per lo sblocco dei fondi). “

Lei che è stato portavoce e consigliere di Arkan, il capo delle tigri, accusato di Pulizia etnica e con un processo pendente al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, ha sempre saputo chi era veramente Arkan?

“Si, sapevo chi era Arkan . Sono stato suo consigliere legale perché sono stato iscritto presso l’alta corte dell’Aja quale suo difensore. Mi dispiace solo che non abbiamo potuto fare il processo. Perché a mio parere, in base a quello che io ho letto nei fascicoli a suo carico, non c’erano i presupposti per un arresto”.

Ma è accusato di cose orrende…

“Le accuse le conosco bene. Quelle accuse contro Zeljko (Arkan – ndr) peraltro, erano riservate fin quando era vivo. Nel momento in cui è morto sono state rese pubbliche. Questo per me è una vergogna ed è contraria alla promessa che mi hanno fatto per iscritto. Ed io ho dovuto presentare un’istanza al foro degli avvocati nell’Aja contro la Del Ponte e contro  Bluit, che è il vice procuratore, perché quando un avvocato fa una promessa ad un altro avvocato, devo ritenere che questa vada rispettata. La nostra parola è sacra. Sono venuti meno invece senza motivazione.”

Chi era veramente Akan? Un bandito? Un criminale comune? Mi pare che il suo curriculum da questo punto di vista sia ben  nutrito.

“Non c’era un partigiano… un certo Valerio? Che ha fatto anche lui delle cose del genere? Non abbiamo anche noi una grande vergogna di come abbiamo trattato i fascisti? Non diciamo bene o male, ma come li abbiamo trattati. La storia italiana della resistenza è una storia piena di vergogne perché è piena di giustizia sommaria come quella del 1945. E dunque noi non possiamo predicare agli altri se non abbiamo prima pulito la nostra storia.”

Ma Arkan è stato in carcere come criminale comune in diversi paesi europei, ed è stato anche condannato per i reati  commessi.

“Si è stato in carcere per borseggio. Quelle pene le ha scontate. Ma qui parliamo di altre cose. In Yugoslavia c’è stata una guerra. Bisogna rifarsi alla nostra Costituzione italiana  per poter giudicare queste cose, che all’art. 10, dice che “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali…” Ogni processo che io ho visto qui in Italia è contrario all’art. 10, ma nessuno lo dice”.

Lei sostiene che poiché Arkan non è stato processato  per queste accuse, esse non sono vere?

“Lui è morto come un uomo innocente. Se noi rispettiamo la democrazia e la legge, è così. Non importa come e perché è morto. Se è stato sparato, se si è suicidato o altro. Lui è morto senza essere giudicato, per cui è scomparso un uomo innocente”.

Si è fatto un’idea allora del perché l’hanno ucciso?

“Omicidio è una cosa un po’ particolare.  Questa, peraltro, è la mia specializzazione come avvocato. Purtroppo non si sa mai se sono motivi di Stato, di passione, o è stato ucciso per sbaglio. C’è stato un processo in Jugoslavia dove è stata condannata una persona a vent’anni”

Ma dopo Arkan hanno ucciso altre persone importanti che erano attorno al presidente Milosevic. E tutto questo non dà un quadro, una cornice entro cui si svolge questo omicidio.

“Anche prima hanno ammazzato delle persone vicino a Milosevic. Purtroppo la storia del mondo è fatta col sangue. Per arrivare al potere, o si fa con diplomazia o si fa col sangue. Non c’è una nazione, tranne la Cecoslovacchia, dove è cambiato il potere senza che sia scorso del sangue”.

C’è anche chi sostiene che il mandante di tutti questi assassinii e in particolare di quello di Arkan, sia proprio  Milosevic.

“No, no. Milosevic non ha nessun motivo per ammazzare Arkan. Infatti, se si controllano le intercettazioni telefoniche che io ho presentato al parlamento inglese nel 1996, che erano state registrate dai servizi segreti inglesi tra Milosevic e Arkan di telefonate fatte nel 1993, 1994 e 1995, non c’è traccia di qualsiasi tipo di azioni di pulizia etnica. Ed infatti Cooke (ministro degli esteri del governo Blair –ndr) ha dovuto confermare questo anche con grande  rabbia. Perché tutti i governi, il nostro incluso, anche  quello che io appoggio dell’onorevole Berlusconi, tutti abbiamo degli scheletri nell’armadio. La persona intelligente è quella che si mette indietro tutto il possibile. Poi sarà la storia a confermare o meno i fatti e le supposizioni. Noi, ad esempio, stiamo scoprendo adesso quello che è accaduto cinquant’anni fa.”

Allora è la lotta per il potere interno che ha scatenato questa mattanza?

“Non è importante il motivo, è importante solo che è morto. E’ un uomo innocente per questo reati. In Jugoslavia hanno processato chi l’ha ucciso, un ex poliziotto, ed è stato condannato a vent’anni.”.

Questo, però, è il  punto di vista di chi difende Arkan. Dal punto di vista della legge è importante anche il motivo del perché è morto.

“E’ un'altra storia. In Jugoslavia c’è ancora la pena di morte. Io non sono d’accordo con la pena di morte, come penalista, ma c’è. Lui, la persona che ha ucciso Arkan, si aspettava la pena di morte, ma solo dopo che sono intervenuti gli inglesi e gli americani, la pena di morte è stata tramutata in 20 anni di prigione. Questa è interferenza politica nei processi di paesi stranieri. E non mi sembra corretta”

E secondo lei questo conferma che ci sono  i servizi segreti inglesi e americani dietro le morti eccellenti nell’ex Jugoslavia?

“Si, senz’altro. Servizi che hanno sempre funzionato curando solo i loro interessi. Nel 1986 Bin Laden era in Yugoslavia a comprare armi per conto degli americani. Forse non molti sanno che quando ci furono i bombardamenti della Nato su Belgrado, e fu colpita anche l'ambasciata cinese dove ci furono diversi morti, il vero obiettivo di quelle bombe era una fabbrica di armi adiacente all'ambasciata cinese, la STPA. Una fabbrica di cui gli Stati Uniti conoscevano l'esistenza perchè era la fabbrica dove Bin Laden, si forniva di armi e lo faceva allora per conto degli americani.”

Continua; seconda parte >>>

 

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