ALLEGORIA DEL SOCIALISMO REALE
Il poeta Kadarè ha denunciato con
allegorie il regime del dittatotre albanese Enver Hoxha. In questo articolo di
Franco Cordelli per il Corriere della Sera vengono riproposti alcuni versi:
Sempre per continuare il
discorso sul Sessantotto, ho tra le mani un rosso libretto in quell' anno
pubblicato dalla casa editrice Naim Frashëri di Tirana. È intitolato
Poemi e poesie scelte, ne è autore Ismail Kadaré. Come tutti sanno, a un
certo punto della sua vita Kadaré se ne andò a Parigi e ivi da poeta si
trasformò in narratore. In particolare, si trasformò in narratore
allegorico. Le sue allegorie erano tutte denunce del regime tirannico di Enver
Hoxha. Con ogni evidenza, nell' animo del giovane scrittore era avvenuta una
metamorfosi. Prima, come poeta, in Le aquile volano alto (al Partito del Lavoro
nel XXVmo anniversario) scriveva: «Questo mio canto/Per te/Nel suo
venticinquesimo autunno/Sia/Quale purpurea rosa sulla canna del fucile».
L' ultimo verso è Sessantotto allo stato puro. Non vi fa pensare agli
hippies? Forse spiega la metamorfosi di Kadaré: da un punto di vista poetico,
le allegorie pirandellianamente funzionano «come tu mi vuoi».
«Anche noi verremo,/I poeti del realismo socialista,/Con in tasca un
quaderno di poesie»: versi simili possono essere rubricati come errori di
gioventù. Ma le allegorie no, le allegorie sono altra cosa. Ciò
che si riteneva rivolto a sinistra era rivolto a destra, o viceversa. Alla fine
dello spettacolo La figlia di Agamennone messo in scena da Claudio Di Scanno,
proprio mentre a Siracusa va in scena l' Agamennone eschileo, incontro due
giornalisti albanesi venuti apposta a Pescara per assistervi. Sono consapevoli
che la posizione di Kadaré si può definire ambigua. Ma, così
dicono, i suoi romanzi hanno il merito di aver posto all' attenzione del mondo
il problema dell' Albania. Lo difendono a spada tratta. In quanto a me,
riferisco tutto ciò perché mi considero un cronista, nella fattispecie
un cronista di guerra - sul fronte del teatro: in guerra contro le rendite di
posizione e contro le lobbie (drammaturgico-letterarie e produttive). Forse
Kadaré è, egli stesso, una rendita di posizione. Ed è sicuramente
a causa delle lobbie che non conoscevo Claudio Di Scanno. In quell' allegoria
che è La figlia di Agamennone s' infiltra, come viene detto nel testo,
un' analogia. Poiché un uomo è ai vertici della carriera all' interno
della burocrazia socialista, c' è una figlia (come Ifigenia) che si deve
sacrificare, c' è un sacrificio che si deve compiere, il sacrificio dell'
amore: così ci viene raccontato da un altro uomo, che di quella ragazza
era fidanzato. Questo il nocciolo della faccenda. Inutile dica come una tale
allegoria potrebbe essere letta in modi molteplici, da destra e da sinistra. Però
Di Scanno, che viene dal Terzo Teatro e che ha elaborato una sua poetica tutt'
altro che ambigua, ha capacità di visione. In uno spazio cadente, tutto
bianco, una casa povera e tuttavia sfarzosa, che potrebbe essere greca o
albanese, si muovono i personaggi, nei loro diversi sembianti (è
impressionante l' apparizione di Stalin). Quadri di superne autorità
vengono appesi e staccati dalle pareti, rose si disfano misteriosamente, topi
meccanici sbucano dal sottosuolo; e poi una donna ubriaca, un uomo disperato,
specchi e bandiere in ogni dove, uno scheletrino sullo sfondo, il socialismo
reale o lo stesso autore che, sempre in termini allegorici, ci parla di un'
aquila (come nella poesia!) che finisce col divorare se stessa. Forse manca, in
senso concettuale, una sintesi; ma lo spettacolo ha una sua indubitabile
potenza, in specie per merito dei tre interpreti, la sofferta Susanna
Costaglione, l' istrionico Roberto Negri e, alla viola, Irida Mero. La figlia di
Agamennonedi Kadaré/Di Scanno Spazio Alici di Pescara. (Corriere della Sera,
Franco Cordelli, 11 maggio 2008)