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HITLER COME GUIDA RELIGIOSA (TERZA PARTE)

 di Marco Dolcetta

E’ vero che, nel suo celebre testamento, il Fuhrer fece appello agli Arii (compresi i non-tedeschi) «dei secoli a venire», esortandoli a «conservare puro il loro sangue», a combattere le dottrine sovversive - in particolare il marxi­smo - e a rimanere fiduciosi in se stessi e invincibilmente attaccati all'ideale aristocratico per il quale egli stesso aveva lottato. Il Partito Nazionalsocialista poteva essere sciolto, il nome del Fuhrer poteva essere proscritto, i suoi fedeli braccati, costretti al silenzio, dispersi, ma I'hitleri­smo, nutrito alla «fonte della conoscenza sovrumana» non poteva morire. Ed è pur vero che gli uomini del Supremo Consiglio dell'esoterismo nazista, l'Ahnenerbe, non furono, dopo il 1945, impiccati come criminali di guerra o uccisi a fuoco lento nelle segrete o nei campi di concentramento dei vincitori. Alcuni godettero di una strana immunita per­fino davanti ai giudici del Processo di Norimberga. Forse alcuni di essi, tramite un altro Supremo Consiglio, quello di S. Giovanni di Scozia, furono recuperati all'Occidente in funzione anticomunista, e pronti nuovamente ad agire sul campo, già nel 1951, in occasione del Convegno svoltosi a Roma presso Motel Parco dei Principi. La sezione del­1'Ahnenerbe che si occupava in modo particolare di dottrine esoteriche aveva, secondo Andrè Brissaud, «un eminen­te collaboratore nella persona di Friedrich Hielscher, amico dell'esploratore svedese Sven Hedin, di Karl Hau­shofer, di Wolfram Sievers, di Ernst Ringer e persino di Martin Buber, filosofo ebreo», uno dei padri sacri del Sio­nismo contemporaneo. Cosa vi è di strano in tutto ciò, dato che questo ebreo, il mite Buber, aveva raggiunto un certo grado di conoscenza nella metafisica pura e non svol­geva alcuna attivita politica? D. H. Lawrence non scrisse da qualche parte che «i fiori si incontrano e mescolano i loro colori alla sommita»? Se si vuole parlare della somiglianza spirituale esistente fra hitlerismo e Induismo non bisogna certo pensare alle filosofie della non violenza, distaccatesi dal tronco brah­manico, o alle sette indù dissidenti e protestantizzanti, ma al Brahmanesimo più antico e più rigoroso. L'uno e 1'altro sono incentrati sull'idea di purezza di sangue e di trasmis­sione indefinita della vita sana - soprattutto della vita del­1'elite razziale, della vita da cui può uscire l'uomo che la padronanza di se stesso eleva al rango di un Dio. L'uno e 1'altro esaltano la guerra con un atteggiamento distaccato - la «guerra senz'odio», poichè «niente di meglio può capi­tare allo Ksautriya - o al perfetto guerriero SS - che un giusto combattimento». L'uno e 1'altro propongono alla Terra - come fanno d'altra parte tutte le dottrine tradizio­nali - un ordine visibile ricalcato sulle realtà cosmiche e sulle Leggi stesse della Vita. Il culto del Fuhrer come «volgitore della ruota», prolun­gato nelle Indie a dispetto di tanta propaganda nemica al di la del disastro del 1945, è una prova di più - se ne occor­reva una - che 1'hitlerismo, spogliato da quello che la sua espressione tedesca può avere di contingente, si ricollega­va, esso stesso, alla tradizione primordiale iperborea, di cui il Brahmanesimo sembra - per ammissione di Guenon - essere la forma vivente più antica. Esso vi si ricollega senza dubbio attraverso ciò che è, malgrado 1'imposizione del Cristianesimo, sostituitosi in Germania ad una forma tradizionale molto antica e propriamente germanica, deri­vante da una fonte comune: dalla santa «Patria antica» dei Veda e dell'Edda. E’ impossibile dire con certezza in quale misura la Thule Gesellschaft fosse in possesso di questa eredità inestimabile, venuta dalla notte dei tempi. Senza dubbio alcuni suoi membri - come Dietrich Eckart e Rudolf Hess - lo erano. Uno dei tratti propri all'iniziato e la capacità di dissimulare, tutte le volte che lo giudica conve­niente ai suoi disegni, la collera, la follia, 1'imbecillità ed ogni altro stato umano. Ora il Fuhrer si costringeva, lo dice lui stesso, a «sem­brare duro». E i suoi troppo famosi eccessi di furore - sul­1'esistenza dei quali il nemico si è gettato con diletto, come su una fonte di ridicolo, sfruttabile ad infinitum - erano, secondo Rauschning, « accuratamente premeditati» e «destinati a sconcertare il sub entourage e a costringerlo a capitolare». Quanto a Rudolf Hess, la «commedia dell'am­nesia» , così magistralmente recitata al Processo di Norim­berga, ingannò gli psichiatri più accorti. E il tono norma­le, talvolta anche vivace, delle sue lettere alla moglie e al figlio - sconcertante se si pensa alla sua lunga prigionia - basterebbe a provare la sua «sovrumanità» da iniziato. In effetti solo un iniziato poteva scrivere, dopo tre decadi pas­sate in cella, nello stile leggero e distaccato di un marito e di un padre in vacanza lontano dalla sua famiglia per tre settimane. Il Fuhrer, con ogni evidenza, superò i suoi maestri della Society di Thule (o di altri centri sacri), ed e riuscito a sfuggire all'influenza che alcuni di loro - non si saprà mai precisamente quali - avrebbero voluto avere su di lui. Doveva farlo, essendo sovrano, e volendo mantenersi fede­le alla missione di essere uno dei «Volti di Colui che ritor­na». E se, improvvisamente, la guerra prese una piega irre­parabile a Stalingrado (che, secondo alcuni, sarebbe stato il luogo stesso dell'antica Asgard, fortezza degli Dei ger­manici), era senza dubbio per il fatto che, per qualche ragione nascosta, così doveva accadere. E il giovane Adolf non ne aveva forse avuto la rivelazio­ne sotto il cielo notturno, sulla sommità del Freienberg, alle porte della sua cara città di Linz, all'età di sedici anni? La causa materiale immediata, o piuttosto 1'occasione della svolta fatale non doveva essere un errore di strategia da padre del Fuhrer, ma per un irrigidimento improvviso quanto infausto, nel sub atteggiamento di fronte all'avver­sario. Sigfrido, il superuomo, diede un tempo prova di una fierezza carica di conseguenze rifiutando, per non dare 1'impressione di cedere alla minaccia, di rendere alle figlie del Reno 1'Anello che apparteneva loro di diritto. Questo gesto avrebbe salvato Asgard e gli dei. Il rifiuto dell'eroe ne affrettò il crollo. Cosi come quello della tradizione, anche il nuovo Sigfrido, per non sembrare debole, rifiutò di sfrut­tare, come avrebbe certamente potuto fare, la buona volontà di quei popoli dell'Ucraina - antimarxisti, aspiran­ti alla loro autonomia - che avevano fin dal primo momen­to accolto i suoi soldati da liberatori. Che 1'abbia fatto coscientemente, rendendosi conto che la perdita della guerra, scritta negli astri, da sempre, era una catastrofe necessaria alla Germania e all'intero mondo ario, che solo la prova del fuoco ha potuto purificare? Solo gli dei lo sanno. La rapidità con la quale la Germania abboccò, dai primi anni del dopoguerra, all'esca della prosperità materiale priva di ideali, dimostra come, malgrado 1'entusiasmo dei grandi raduni nazionalsocialisti, essa fosse stata liberata solo in modo incompleto dal suo confortevole moralismo umanitario e dal suo provincialismo piccolo-borghese, e come fosse stata insufficientemente armata contro 1'in­fluenza giudaica. Friedrich Hielscher, gia membro della Thule Gesell­schalt, divenne poi un ufficiale superiore SS, svolse certa­mente un grande ruolo nell'attività esoterica dell'Ahnener­be ed ebbe una grande influenza sul suo discepolo, Wol­fram Sievers, Standartenfuhrer SS e segretario generale di questo Istituto. «Nel momento del processo di quest'ultimo a Norimberga - continua lo storico delle SS Andre Bris­saud - Friedrich Hielscher, che non fu perseguitato, venne a testimoniare in modo curioso: fece delle digressioni poli­tiche per distogliere 1'attenzione e tenne discorsi razzisti volontariamente assurdi, ma non disse assolutamente niente dell'Ahnenerbe. Nemmeno Sievers parlò. Ascoltò 1'evocazione dei suoi "crimini" con un apparente distacco e si sentì condannare a morte con una indifferenza totale. Hielscher ottenne dagli Alleati l'autorizzazione ad accom­pagnare Sievers alla forca e fu con lui the il condannato recitò le preghiere di un culto di cui Hielscher non parlò mai, ne nel corso degli interrogatori ne nel corso delle udienze processuali».Ci si può domandare quanti ex-SS, appartenenti come Hielscher a qualche sezione dell'Ahnenerbe, sfuggirono alla vendetta dei vincitori avendo salva la pelle. Nessun libro come quello di Andre Brissaud o di Rene Alleau o di altri storici ufficiali fornirà mai, a riguardo, altre informazioni. Per gli autentici discepoli del Fuhrer, sull'esistenza di una tale rete ultrasegreta non vi è alcun dubbio. La ragion d'essere di questa confraternita invisibi­le e silenziosa consiste - oggi come allora - nella conser­vazione di quel nucleo di conoscenza tradizionale sovran­naturale sulla quale s'incentrò 1'hitlerismo. Se la fede negli dei implica la conoscenza dell'ora ineso­rabile del loro crepuscolo, quest'ultimo è anch'esso ricom­preso come transeunte ed effimero, non fine inesorabile di un mondo, ma preludio ad una rinascita ancor più pos­sente e gloriosa. E il mito del secolo XX, ostracizzato, per­seguitato e rimosso, ancora affiora prepotentemente alla coscienza di quanti si sentono votati a ciò che trascende 1'umano. In questo senso Nietzsche scrive: «Laddove vi sono morti vi sono anche resurrezioni»

 

 


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