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Hammerstein, il
generale simbolo della Germania
che non disse sì ma nemmeno si oppose al nazismo
dal Messaggero, di Stefano
Barigelli
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ROMA (13 settembre) - Il
nazismo non ha ancora avuto il suo De Felice. Uno storico di genio,
cioé, che senza pregiudizi ideologici ricostruisca nel dettaglio quella
catastrofe, come appunto ha fatto Renzo De Felice con Mussolini e il
fascismo. Hitler per gli storici tedeschi è stato sempre un
argomento difficile da maneggiare. |
D’altronde, come
dargli torto? Tuttavia negli ultimi anni i romanzi, i saggi, i film sul
nazionalsocialismo e il suo Führer hanno avuto un vero boom. In Germania e
fuori. L’ultimo lavoro è il notevole libro di Enzensberger, Hammerstein
o dell’ostinazione (Einaudi, 287 pagine, 20 euro). Lo scrittore
tedesco in un prezioso post scriptum non lo definisce un romanzo. In realtà
lo è. Altroché se lo è.
Il cuore narrativo è la vicenda umana del generale Kurt von
Hammerstein-Equord, il capo di stato maggiore della Reichswehr (così si
chiamavano le forze armate tedesche prima della nascita della Wehrmacht nel
’35) che si dimise, o meglio fu costretto a dimettersi, appena Hitler
ascese alla Cancelleria. Un generale abile, distaccato fino a sembrare
indolente («Chi comanda deve avere il coraggio di essere pigro»,
era una delle sue massime), tipico prodotto della aristocrazia prussiana che
costituiva la linea di comando dell’esercito. Hammerstein e la sua
numerosa famiglia (ebbe sette figli, tutti più o meno antinazisti)
è scelto da Enzensberger in quanto emblematico di una Germania che non
seppe arginare la marea montante nazista ma che neppure ne fece mai parte. La
Germania che non disse mai sì, ma che non si oppose mai veramente ad
Hitler. La Germania della Wehrmacht.
L’esercito tedesco ha nel dopoguerra suscitato forti suggestioni e, in
alcuni casi perfino simpatia, non solo in patria ma anche nei paesi vincitori.
C’è una vasta bibliografia, nonché filmografia, soprattutto
americana, in proposito. Enzensberger si iscrive in questo filone, pur
scegliendo un registro anti-epico. Il romanzo si presenta come un asciutto e
neutrale assemblaggio di documenti, testimonianze, ricostruzioni e meravigliose
foto d’epoca. Il tutto avvolto in una prosa piana, ghiacciata. Tuttavia
nella descrizione del mondo del protagonista e nelle bellissime interviste
postume quel ghiaccio si scioglie, perché alla fine per nessun tedesco di
quella generazione il nazismo può dirsi argomento come un altro.
Enzensberger assume, in definitiva, un atteggiamento assolutorio, tutto
germanico, nei confronti del tema centrale: lo stato maggiore tedesco poteva o
no fermare Hitler all’inizio del ’33, quando divenne Cancelliere?
Uno stato maggiore di antinazisti, da Hammerstein a Beck a von Fritsch, con
dietro un esercito bersaglio di feroci attacchi da parte delle SA di Rohm,
quindi pronto a muovere. Uno stato maggiore che capisce cosa in testa ha Hitler
prima del resto del Paese. In una cena, poche settimane dopo la benedizione di
Hindenburg, Hitler spiega all’esercito, che non è ancora il suo
esercito, la strategia espansionistica a Est, spiega il dogma del Lebensraum
(lo spazio vitale).
La cena del 3 febbraio è una delle chiavi del romanzo, che infatti
comincia da lì. Hammerstein comprende talmente bene il discorso del Führer
da prevederne gli sviluppi terribili. Intuisce la tragedia, ma non si oppone.
Perché impolitico, per senso del ruolo, perché sceglie il rischio probabile
di una guerra mondiale alla certezza della guerra civile. Sia come sia, a
Enzensberger pare non interessare il punto. Assolve Hammerstein, ne sposa la
scelta, ne sottoscrive le ragioni: il popolo tedesco ha un suo destino e lo
deve vivere fino alla tragedia, fino all’ultimo morto. Solo così
si vaccinerà, per sempre, dal nazismo.
La seconda parte del romanzo, poi, vive delle vicende familiari delle figlie e
dei figli del generale. Attraverso quell’intreccio di fidanzamenti,
spionaggi, matrimoni, fughe e ritorni in Patria si racconta il complesso
rapporto tra Germania e Unione Sovietica nei primi anni del nazismo, nonché il
rapporto tra comunisti tedeschi e nomenklatura sovietica. Enzensberger accumuna
le due tragiche ideologie del Novecento. Esplora le contiguità, per così
dire, umane scavando nella psicologia dei protagonisti. Denuncia la complicità
politica dilungandosi nella ricostruzione degli scambi militari tra i due
paesi. Hammerstein è affascinato dall’Armata Rossa, Zukov è
allevato dai generali tedeschi. La Reichswehr, a cui il trattato di Versailles
impediva qualsiasi genere di addestramento, ottennne da Mosca la possibilità
di sperimentare armi e tattiche. L’Armata Rossa ebbe in cambio
l’opportunità di imparare dagli eredi di Von Moltke, il
feldmaresciallo che sotto Bismarck, nella seconda metà
dell’Ottocento, contribuì alla creazione della grande Prussia. In
nome del realismo politico i due Paesi si preparavano allo sterminio reciproco.
C’è però nel romanzo un’occasione mancata da
Enzensberger: illuminare l’abisso che separava Hitler da quei militari
prussiani che non riuscì mai a conquistare. Tra loro non c’era
solo una differenza di classe, di casta. Non solo, dunque, la storia del Führer
caporale. Hitler è austriaco e trasforma in delirio programmatico quanto
pensa e scrive il più grande storico austriaco dell’epoca,
Heinrich von Srbik: deve rivivere il sogno pangermanico imperiale degli
Asburgo, un’idea sovranazionale di cui la Germania è parte. Gli
austriaci, solo loro, sono gli eredi dell’Impero romano
d’Occidente. I generali tedeschi come Hammerstein o Beck o von Fritsch,
invece, in quanto prussiani, hanno una visione nazionale della loro missione.
Vogliono sì vendicare Versailles, ma non pensano di conquistare il
mondo. Loro sono gli eredi di von Moltke. Il cui nipote, Helmuth James,
partecipò all’attentato al Führer del 20 luglio ’44 e fu
impiccato poche settimane prima che i sovietici entrassero a Berlino.
(Il Messaggero, 13 settembre 2008)
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