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Ascolta
l'intervista con padre Franco Moretti
Radio
Vaticana, 12 marzo 2007
L'ONU
denuncia: c'è il Sudan dietro i crimini contro l'umanità
che si continuano a perpetrare nel Darfur
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Intervista con padre Franco Moretti -
Il
Consiglio dell'ONU per i diritti umani si è riunito
stamani (12 marzo) a Ginevra. Al centro
dei lavori ci sono diverse crisi umanitarie e,
soprattutto, la drammatica situazione del Darfur. La
regione sudanese continua ad essere teatro, secondo gli
esperti dell’ONU, di abusi sistematici contro civili,
compiuti non solo dalle famigerate milizie arabe dei
janjaweed. Il servizio di Amedeo Lomonaco:
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La comunità internazionale ha l’obbligo di proteggere i
civili del Darfur dai crimini di guerra e contro
l’umanità che continuano ad essere perpetrati nella
regione sudanese con il coinvolgimento del governo di
Khartoum: è la conclusione delle indagini compiute dalla
squadra di esperti nominata dal Consiglio per i diritti
umani dell’ONU, contenuta nel rapporto presentato
stamani a Ginevra. Nello studio si sostiene che il governo
sudanese ha “orchestrato e partecipato a tali
crimini”. “Il principale schema adottato - si legge
ancora nel rapporto - è quello di una violenta campagna
lanciata dal governo del Sudan, in collaborazione con le
milizie arabe dei janjaweed, soprattutto contro civili. Le
conseguenze di questi continui attacchi sono drammatiche:
si stima che il conflitto in corso dal febbraio 2003 nella
regione del Darfur abbia causato, finora, almeno 200.000
morti e oltre 2,5 milioni di sfollati. La missione inviata
dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU è giunta
inoltre alla conclusione che l’esecutivo sudanese non ha
alcuna intenzione di collaborare con le Nazioni Unite,
dopo i ripetuti e vani tentativi di ottenere il via libera
dal governo per poter visitare la regione. E’ riuscito
invece ad entrare in Darfur padre Franco Moretti,
redattore della rivista dei comboniani Nigrizia, tornato
ieri dal Sudan. Ascoltiamo la sua testimonianza:
R. – La situazione in Darfur è senz’altro molto
critica. Qualcuno comincia addirittura a parlare di un
"lento Rwanda due", perché il governo è
determinato a sterminare questo popolo. Noi siamo
atterrati a Nyala e siamo riusciti a visitare vari campi
di sfollati: vivono in una situazione disastrosa. La cosa
che ci ha scandalizzato è che, atterrando all’aeroporto
di Nyala, abbiamo visto cinque aerei da guerra Mig che
venivano armati dalle forze regolari sudanesi. Ne abbiamo
visti partire tre e dopo poche ore abbiamo appreso la
notizia che un villaggio a circa 15 km dalla città, era
stato distrutto. A 50 metri dagli aerei c’erano
camionette e mezzi dell’AMIS, la Missione dell’Unione
Africana in Sudan. Ma non facevano niente. Se in Darfur
non interviene l’ONU in maniera massiccia, lo sterminio
continuerà.
D. – Le dure accuse dell'ONU a Khartoum a quali
effetti possono portare?
R. – La speranza è che la comunità europea insista
e spinga affinché la comunità internazionale intervenga.
A questo punto però ci vuole veramente una forza di
interposizione, non soltanto composta da osservatori. E’
indispensabile una forza che faccia smettere queste
incursioni aeree. E’ chiaro che è il governo ad armare.
Noi abbiamo visto i militari mettere le bombe sotto le ali
di questi Mig. Sono soldati sudanesi. I nostri confratelli
poi hanno addirittura detto che non c’è molta
differenza tra militari e Janjaweed.
D. – Quali interessi accomunerebbero i militari
sudanesi e i Janjaweed?
R. – Il governo sudanese rischia di perdere il sud
Sudan. Probabilmente il referendum porterà alla
suddivisione dello Stato. Quindi, ci sarà un Sudan
meridionale indipendente. La paura di Khartoum è che
anche il Darfur possa chiedere l’indipendenza. La gente
del Darfur, del resto, mira ad essere indipendente. C’è
la certezza poi che nel territorio ci sia petrolio,
uranio. Quindi, Khartoum non può permettersi di perdere
anche il Darfur, che è una regione estesissima, grande
come la Francia. Il modo migliore per non perderlo è
tormentare la popolazione, farla fuggire, farla scappare e
poi portarci delle popolazioni arabe; in questo modo, in
un eventuale referendum, vincerebbe il sì per rimanere
uniti a Khartoum.
D. – E per quanto riguarda le vittime di questi abusi
sistematici, sappiamo che sono soprattutto di fede
animista, ma anche cristiana…
R. – In Darfur ci saranno almeno 90 mila cristiani.
Di questi 90 mila, 30-40 mila sono arrivati dal sud quando
c’era la guerra. E questi cristiani, in Darfur, sono
sempre stati perseguitati, anche se le poche missioni
cattoliche sono abbastanza libere di aiutare la gente, di
portare aiuto. Fanno quello che possono, perché è
difficile muoversi in Darfur.
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Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 12 marzo 2007
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