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Prima dell'arrivo dei conquistatori spagnoli il Venezuela era abitato da popolazioni indigene dedite all'agricoltura e alla pesca. Il primo europeo che visitò il paese fu Cristoforo Colombo, nel 1498; successivamente la regione fu esplorata da avventurieri tedeschi alla ricerca del mitico tesoro, l'Eldorado, e verso il 1520 gli spagnoli vi fondarono i primi insediamenti, il più importante dei quali fu il nucleo dell'odierna Caracas nel 1567. Sino a quando non fu istituito il vicereame di Nuova Granada, nel 1717, la regione rimase suddivisa tra il vicereame del Perù e l'Audiencia di Santo Domingo. Nel 1783 fu creata la sovrintendenza del Venezuela,
corrispondente all'odierno territorio.
Agli inizi del XIX secolo, come in tutta l'America latina, nel paese si sviluppò un forte movimento indipendentista. Fallito nel 1806 un primo tentativo di insurrezione, Francisco de Miranda unì le sue forze a quelle di Simón Bolívar, che liberarono nel 1810 il Venezuela dalle truppe spagnole e l'anno seguente proclamarono l'indipendenza. Nel 1819 fu istituita la confederazione della Grande Colombia, con capitale a Bogotá. L'indipendenza fu assicurata dalla definitiva vittoria di Bolívar sugli spagnoli nel 1821. Nello stesso anno si unì alla federazione l'Ecuador, ma nel 1830 l'unione si sciolse e il Venezuela si costituì come repubblica
indipendente.
Al vertice del nuovo stato si insediò José A. Páez, luogotenente di Bolívar, che instaurò una dittatura durata fino al 1846. Presero corpo in questo periodo le due principali forze politiche del paese, i liberali e i conservatori (federalisti gli uni, centralisti gli altri), protagonisti di aspre battaglie, culminate nel 1858 in una violenta guerra civile. Nel 1863 venne eletto alla presidenza il liberale Juan Crisóstomo Falcón e il paese, ribattezzato Stati Uniti del Venezuela, si diede una Costituzione federalista. Nel 1868 una sollevazione antifederalista portò al potere i conservatori, a loro volta spodestati nel 1870 da una controrivoluzione liberale,
in seguito alla quale venne chiamato alla presidenza Antonio Guzmán Blanco. Questi diede al paese una nuova Costituzione e riorganizzò l’amministrazione dello stato; il tracciato del confine con la Guyana causò un grave scontro con la Gran Bretagna, che si risolse solo nel 1899 con un arbitrato.
Al lungo governo di Guzmán Blanco, deposto nel 1888, seguì un periodo di contrasti interni (con continue sollevazioni dei conservatori) e internazionali. Nel 1902 il rifiuto di riconoscere il debito contratto con alcune potenze europee provocò la reazione di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, che decretarono il blocco dei porti venezuelani. Risolta la questione con un nuovo arbitrato nel 1904, il Venezuela si scontrò nel primo decennio del Novecento con gli Stati Uniti e altri paesi europei.
Nel 1908 salì al potere il generale Juan Vicente Gómez, il quale impose una severissima dittatura, che durò fino alla sua morte, nel 1935. Durante il regime di Vicente Gómez fu avviato lo sfruttamento del petrolio, scoperto già nel 1880, che attirò nel paese imprese straniere, soprattutto statunitensi. Grazie ai proventi del petrolio il governo di Caracas poté estinguere i debiti internazionali e avviare un certo sviluppo, di cui beneficiarono tuttavia soprattutto le élite, anche a causa dell’estesa corruzione dell’apparato politico ed economico del paese.
A Gómez succedette il conservatore Eleazar López Contreras, che nel 1937 sciolse i partiti di sinistra e avviò una politica di cooperazione con gli Stati Uniti. Nel 1941 la presidenza venezuelana andò a Isaías Medina Angarita, anch’egli conservatore, che si schierò dalla parte degli Alleati nella seconda guerra mondiale e avviò, pur in un clima autoritario, la normalizzazione politica del paese legalizzando il partito socialdemocratico di Azione democratica (AD).
Nel 1945 il governo di Medina Angarita fu rovesciato dalla rivoluzione del socialista Rómulo Betancourt che, alla guida di un governo composto da civili e militari, avviò un programma di riforme liberali. Nel 1947 fu promulgata una nuova Costituzione e, in seguito a elezioni democratiche, nel febbraio del 1948 lo scrittore Rómulo Gallegos Freire divenne presidente del paese. Nel novembre dello stesso anno un nuovo colpo di stato dei conservatori rovesciò Gallegos e pose alla guida di una giunta militare il colonnello Carlos Delgado Chalbaud.
A Delgado Chalbaud, vittima di un attentato nel 1950, succedette Germán Suárez Flamerich, che nel 1952 fu rovesciato dal colonnello Marcos Pérez Jiménez. Nel 1953 fu adottata una nuova Costituzione; il paese, denominato dal 1864 Stati Uniti del Venezuela, prese il nome di Repubblica del Venezuela.
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Ripristino della democrazia
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Pérez Jiménez, creatore di uno dei più spietati regimi militari dell’America latina, fu rovesciato nel 1958 da una rivolta militare; alla fine dell'anno il potere fu restituito ai civili e venne rieletto alla presidenza del paese Rómulo Betancourt. Questi promosse una politica di riforme e di modernizzazione dell'agricoltura e del settore industriale, che tuttavia incontrò una forte resistenza da parte dei proprietari terrieri e della destra, sostenuta dal dittatore dominicano Trujillo y Molina; contemporaneamente, movimenti di estrema sinistra avviavano una guerriglia di ispirazione castrista. Nel 1964 a Betancourt succedette Raúl Leoni, che, non disponendo
di una maggioranza, formò un governo di coalizione.
Nelle elezioni del dicembre 1968 Rafael Caldera Rodríguez, leader del COPEI (Comitato di organizzazione politica elettorale indipendente), sconfisse Leoni. Caldera, stabilita una tregua con la guerriglia, perseguì una politica di nazionalizzazione del settore petrolifero.
Le elezioni presidenziali del dicembre del 1973 videro prevalere Azione Democratica. Carlos Andrés Pérez, il nuovo presidente, cercò di migliorare i rapporti con i paesi vicini e seguì una politica di autonomia dagli Stati Uniti. Il suo governo fu ostile alla dittatura militare in Cile e ripristinò le relazioni diplomatiche con Cuba. Nel 1975-76 nazionalizzò le industrie dell'acciaio e del petrolio.
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Crisi economica e corruzione
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Il COPEI tornò al potere nel 1978 con Luís Herrera Campíns. Dall'inizio degli anni Ottanta, il crollo delle esportazioni del greggio causò un netto peggioramento della situazione economica del paese, che dal 1984 il governo di Jaime Lusinchi (di AD) tentò di affrontare con una serie di misure di austerità che scatenarono violente proteste nel paese.
Nel 1989 tornò alla presidenza del paese Carlos Andrés Pérez, che, in accordo con gli organismi economici internazionali, avviò un processo di liberalizzazione dell'economia; i provvedimenti del suo governo destarono un forte malcontento popolare e causarono estese agitazioni sociali, duramente represse dalla polizia e dall'esercito. Nel 1991 il Venezuela firmò con altri paesi latinoamericani un trattato inteso a istituire un mercato comune entro il 1995.
Nel 1992 furono sventati due tentativi di colpo di stato, ma il potere comunque ne uscì fortemente indebolito; l'anno seguente, accusato di corruzione, Andrés Pérez fu destituito. Nel dicembre del 1993, il COPEI e AD, i due partiti che si erano alternati per decenni alla guida del paese, furono sconfitti da una coalizione di piccoli partiti guidata dall'ex presidente Rafael Caldera Rodríguez. In un clima di forte tensione sociale, il nuovo governo ottenne dal Parlamento poteri speciali per affrontare la grave crisi economica in cui versava il paese.
Le garanzie costituzionali, sospese nel 1994 per porre rimedio alla corruzione e alla grave crisi economica, furono ripristinate nel 1995. Tuttavia, i "piani di stabilizzazione" attuati da Caldera Rodríguez diedero pochi risultati e la situazione economica e sociale del paese peggiorò ulteriormente. Dal 1996, su pressione degli organismi economici internazionali, il governo fu costretto a prendere delle misure ancora più austere e a favorire maggiormente la liberalizzazione del settore economico. Sul piano politico queste misure provocarono un forte calo di popolarità della coalizione al governo e una ripresa del partito di AD.
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La repubblica “bolivariana”
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Nel novembre 1998, in occasione delle elezioni per il rinnovo delle due camere del Parlamento, AD risultò il primo partito con un esile margine di vantaggio su un nuovo schieramento comparso sulla scena politica venezuelana, il Movimento quinta repubblica (MVR), guidato da Hugo Chávez, un ex colonnello protagonista di uno dei due tentativi di golpe del 1992. Nelle successive elezioni presidenziali di dicembre, sostenuto anche da una parte della sinistra, Chávez raccolse il diffuso malcontento contro la dilagante corruzione del sistema politico venezuelano e si impose sui suoi avversari con una larga maggioranza.
Insediatosi nel febbraio del 1999 sulla poltrona presidenziale, Chávez, nell’intento di fare “piazza pulita” della vecchia classe politica, varò un programma di radicali riforme politiche e, in un clima di aspro conflitto con gli altri partiti, convocò le elezioni di un’Assemblea costituente. Eletta in luglio, l’Assemblea redasse una nuova Costituzione, che fu approvata a stragrande maggioranza da un referendum popolare tenutosi il 28 dicembre; oltre a consentire a Chávez la possibilità di essere rieletto per dodici anni, la nuova Costituzione concedeva ampi poteri al presidente, aboliva il sistema bicamerale istituendo
un’Assemblea nazionale, cambiava il nome ufficiale del paese in Repubblica bolivariana di Venezuela, sottolineando la continuità ideale del paese con la lotta anticolonialista e indipendentista dei primi decenni del XIX secolo. La nuova Costituzione, ispirata a ideali egualitaristi e populisti, dichiarava non privatizzabili settori considerati di interesse nazionale (in particolare quello petrolifero), riconosceva per la prima volta il diritto al lavoro, all’educazione e alla sanità, concedeva agli indios ampie competenze sui territori ancestrali (più della metà del territorio venezuelano).
Rieletto alla presidenza nel luglio 2000, Chávez emarginò definitivamente la vecchia classe politica. Pur non ottenendo nelle contestuali elezioni legislative la maggioranza assoluta del Parlamento (il suo partito conquistò tuttavia 76 dei 165 seggi), Chávez intensificò la sua personale lotta contro la burocrazia e la corruzione, sospendendo tutto il gruppo dirigente dei sindacati e ottenendo speciali poteri che gli consentirono di promulgare leggi senza dover affrontare il dibattito in Parlamento né ottenere da questo il consenso; di fatto, al vertice del paese venne posta un’organizzazione centralizzata formata da Chávez e da un ristretto gruppo di
fedelissimi.
Chávez inaugurò inoltre un’audace diplomazia, che lo portò a stabilire relazioni con Cuba e a compiere, primo capo di stato dalla fine della guerra del Golfo, una visita ufficiale in Iraq. Ciò gli procurò la diffidenza dalla stampa e del mondo della cultura ma, soprattutto, la virulenta opposizione delle vecchie oligarchie politiche, della Chiesa e dei settori economici e finanziari del paese. Alimentato dal malcontento per i discutibili effetti ottenuti dal governo, lo scontro tra Chávez e le opposizioni si intensificò agli inizi del 2002, culminando il 12 aprile in un colpo di stato. Contro il golpe esplose tuttavia la rivolta
dell’esteso ceto proletario venezuelano, per il quale Chávez incarnava una moderna figura di libertador; nell’arco di 48 ore, in un clima di grande caos e tensione, Chávez fu reinsediato al potere dai militari rimastigli fedeli.
Il conflitto tra il governo di Chávez e le opposizioni continuò ad acuirsi nel corso del 2002, culminando alla fine dell’anno in uno sciopero del settore petrolifero che paralizzò il paese per più di due mesi. Un nuovo, violento scontro si avviò nell’autunno del 2003 con la richiesta, da parte delle opposizioni, di un referendum (previsto dalla Costituzione) volto a rimuovere il presidente dalla sua carica.
Un nuovo aspro scontro contrappone il governo e l’opposizione sulla validità delle firme raccolte da quest’ultima per indire il referendum di revoca del mandato presidenziale di Hugo Chávez. Il Consiglio nazionale elettorale, dopo aver rimandato per diverse volte l’esame delle firme raccolte dall’opposizione, nel giugno 2004 dichiara ammissibile la richiesta. Gli scontri di piazza tra i sostenitori di Chávez e quelli dell’opposizione causano diversi morti e decine di feriti.
Sottofondo: Requiem (Mozart)
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