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LA SOLUZIONE 'FINALE' DI ALBERTO FUJIMORI

FONTE: perlumanita.it

di Alianza Humanista Juvenil, AHuJAlianza Humanista de Abogados AHuACentral Unitaria de Trabajadores del Perú, Región Junin, Federación de Estudiantes del Perú

novembre 2005

Alberto Fujimori, Il Dottor Mengele giapponese, eseguì un sinistro piano per sterilizzare, in modo massiccio, circa un milione di donne indigene del Perù. Si proponeva, attraverso il controllo demografico, di abbassare gli indici di povertà. Nell’anno 2000, dopo gli scandali di corruzione e le indagini giudiziarie per violazioni dei diritti umani, Fujimori scappò dal Perù rifugiandosi in Giappone.

Colui che fu il Presidente del Perù fino al 2000, oggi è detenuto in Cile. Il popolo dei Mapuches ne esige l’estradizione e detenzione in Perù.

Nei popoli indigeni della sierra peruviana, la visita di un medico produce lo stesso effetto che se arrivasse un presidente o un cardinale... Le donne abbassano lo sguardo e arrossiscono. I bambini, terrorizzati, corrono a rifugiarsi sotto le gonne delle loro mamme. Pur consapevoli del timore che suscitano i medici con il loro gergo e lo scintillio sinistro degli strumenti, i volontari del centro comunale di Calca quasi non prestano attenzione alle lamentele delle donne quando dichiarano che, dopo l’ultimo trattamento loro fatto, hanno subito alterazioni delle mestruazioni o addirittura non hanno più il ciclo. “Aspettate qualche giorno” - dicevano con un sorriso malizioso - “non sarà che siete in stato interessante?”.

Ma le donne di Calca non erano incinte e non lo sarebbero state mai più: senza che lo sapessero, i medici le avevano rese sterili... L’invalidità inflitta a quelle donne indigene della sierra non fu conseguenza di negligenza. Secondo quello che si è poi saputo, Alberto Fujimori, durante gli anni del suo mandato, emulando le sinistre pratiche del dottore Joseph Mengele instaurò un macabro piano per frenare la crescita demografica nelle regioni più povere del Perù: sterminare gli indigeni nel ventre materno. Non sappiamo se furono un milione o più le donne indigene vittime di tale pratica e, secondo i codici internazionali relativi ai Diritti Umani, sarà necessario indagare la portata di quello che si delinea come un autentico genocidio. Se ciò venisse dimostrato, l’ex presidente Fujimori, attualmente detenuto in Cile, dovrebbe essere portato alla Corte Penale dell’Aia per rispondere delle stesse accuse delle quali furono accusati gli assassini del regime nazista.

E’ stato il peruviano Fernando Carbone, ex ministro della Salute, a rendere pubblico un rapporto che sembra ispirato ad un film dell’orrore in cui un cittadino concepisce un piano demenziale per creare un mondo a suo gusto: negli anni compresi fra il 1996 e il 2000, Alberto Fujimori lanciò una campagna di sterilizzazione di massa, che solo provoca i brividi solo ad essere ricordata... Il denominato piano di “Anticoncepciones Quirúrgicas Voluntarias” (AQV) fu applicato soprattutto in alcuni dipartimenti e quartieri poveri di Lima. Secondo la denuncia dell’ex ministro Carbone, l’elemento “volontario” nella sigla del programma fu una totale ipocrisia perché le vittime - in maggioranza donne umili - furono portate in sala operatoria come bestie alla mattanza, senza che sapessero cosa sarebbe loro successo, anche se in molti casi intuirono il peggio. La campagna prevedeva anche la vasectomia per gli uomini, seppur in scala assai più ridotta e senza troppi inganni. Sapendo che le donne non si sarebbero arrese facilmente alla chiusura delle trombe di Fallopio, i responsabili del piano ricorsero agli insulti, ai ricatti, alle minacce.

Con quale diritto Fujimori e i suoi decisero di sterilizzare come bestie le donne indigene povere? Divino o demoniaco? Per Vicentina Usca, contadina di 37 anni di San Martín, l’incubo cominciò verso la metà degli anni 90, quando alcuni funzionari bussarono alla sua porta. “Mi costrinsero a farmi sterilizzare minacciando che se non l’avessi fatto non mi avrebbero consegnato il certificato di nascita della mia bambina di sei anni”, ha raccontato la donna di Cuzco ai giornalisti che l’hanno intervistata. “L’infermiera mi disse che mio marito aveva dato la sua approvazione (cosa che risultò falsa), e che lui era d’accordo su tutto”. Quando Vicentina insistette per parlare con il marito per verificare se lui aveva davvero consentito ad un intervento di quel tipo senza neanche consultarla, l’infermiera si infuriò. “Si arrabbiò moltissimo, mi disse che le cose andavano fatte subito. Che mio marito aveva deciso così e che si sarebbe molto seccato”.

Le prove raccolte da Fernando Carbone non provano solo le responsabilità di Alberto Fujimori, ma anche dei tre ministri della Sanità che si succedettero durante il suo mandato e di un centinaio di funzionari. Nei 56 documenti che provano le accuse è dimostrato che gli ex ministri Marino Costa Bauer, Alejandro Aguinaga e Eduardo Yong Matta controllavano i medici, assicurandosi che compissero gli ordini provenienti da Lima, dove erano stabilite le percentuali di sterilizzazioni da effettuare. Presto i grafici cominciarono a mostrare livelli di efficienza che superavano ogni aspettativa. Secondo le cifre in possesso dell’attuale ministero della Sanità, nel 1993 furono praticate 19.261 legature di trombe di Fallopio e 906 vasectomie. Nel 1994, 28.251 legature e 468 vasectomie. Nel 1995 si passò a 32.883 delle prime e 1.424 delle seconde e così a seguire, aumentando anno dopo anno, fino ad arrivare a superare il milione di legature. Inoltre la partecipazione al progetto - anche se secondaria - di cosiddetti gruppi di aiuti umanitari costituì un ulteriore danno alla dignità umana.

Nei documenti prodotti da Héctor Chávez, capo della commissione, si segnala che l’Agenzia di Cooperazione per lo Sviluppo (meglio conosciuta con la sigla inglese AID), un’altra entità le cui iniziali sono AVCS e la Nippon Foundation, hanno partecipato - anche se in buona fede - ai macabri disegni di Fujimori. Vi è anche chi ne attribuisce la responsabilità a Vladimiro Montesinos, consulente di Fujimori e suo alter ego quando si trattava di concepire ed eseguire macchinazioni sinistre contro determinati settori della popolazione. Ma Luis Alberto Zavala, professore dell’Università di Stanford ed esperto di quel teatro di ombre cinesi che costituiva il regime fujimorista, segnala che dietro l’applicazione delle “Anticoncepciones Quirúrgicas Voluntarias” (AQV) vi era un freddo ragionamento, estraneo alla mentalità creola di Montesino. Dice Zavala che fra le letture preferite del dittatore peruviano vi era “l’Analisi dello Sviluppo Economico e della Crescita Demografica nei paesi del bacino del Mediterraneo” di Douglas Spencer. Al contrario della lunghezza del titolo, l’idea si può riassumere in poche parole: i paesi che riescono a stabilizzare la propria crescita demografica in un tasso fra lo 0,5% e l’1% riescono facilmente a moltiplicare i propri indici economici. Sembra che questo assioma sia rimasto inciso nella mente di Alberto Fujimori: nei primi anni del suo mandato non perdeva occasione per parlare della denominata “bomba demografica”.

Un altro dato fornito dal congressista Héctor Chávez punta nella direzione dell’Esercito del Perù. Si tratta del lavoro inviato dal corpo medico al generale di brigata Nazario Mercado Zedano. In esso si sollecita il responsabile della Casa Militare a fornire materiale medico per lo sviluppo del Programma di Pianificazione Famigliare, un eufemismo dietro il quale si nascondeva l’orripilante natura del progetto.

In realtà, per molti aspetti, l’AQV si sviluppò come una autentica operazione militare. Il rapporto segnala che “in cinque località al limite fra la Sierra e l’Amazzonia, l’equipe medica arrivava con veicoli militari. Installava nelle scuole e in altri edifici pubblici barelle e siparietti per i pazienti e, al termine della giornata, toglieva l’accampamento e riprendeva il viaggio verso altra destinazione”. A quanto pare i militari non avevano una reale conoscenza del piano, così come non l’aveva il 90% delle donne indigene che subirono l’intervento chirurgico.

Molte delle sopravvissute sono ora inabili. Odilio Jiménez, operaio di un quartiere marginale di Lima, ha dichiarato che sua moglie “è rimasta quasi invalida e non può più fare nessun lavoro che richieda uno sforzo fisico”. Ha aggiunto che sua moglie fu sottoposta al legamento delle trombe all’Ospedale Carrión di Lima e “da quando è uscita da lì soffre continuamente di emorragie. Prima avevo una compagna sana che mi aiutava nel lavoro, ora deve rimanere quasi tutto il tempo a letto”.

La criminale politica di sterilizzazione è stata operata in un paese come il Perù la cui densità di popolazione è di 20 persone per km2 (l’europea è di 213, l’asiatica di 422 persone al km2)...

Detenuto a Santiago del Cile, Alberto Fujimori attende oggi il responso della giustizia cilena per sapere se sarà riportato nel paese che ha governato con pugno di ferro e dove lo aspettano più di 40 indagini giudiziarie. La giustizia è lenta ma non dimentica. Fujimori dovrà affrontare anche l’accusa di “genocidio della popolazione indigena”, che va a sommarsi alla sua complicità nel massacro dei guerriglieri, all’assassinio di oppositori politici, alla corruzione e a delitti minori come la malversazione di fondi fiscali. Il genocidio attraverso la sterilizzazione di massa di donne indigene è uno dei maggiori crimini di cui si sia macchiato un presidente latinoamericano. Una pratica contro la libertà, la dignità, il diritto delle donne indigene a concepire. E’ giusto che sia portato davanti alla Corte Internazionale dell’Aia. Questo chiedono al Cile i dirigenti indigeni che esigono il rispetto dei trattati dei diritti umani e la consegna di Fujimori al Tribunale della Giustizia del Perù. Il Consiglio di “Todas las Tierras”, organizzazione del Popolo Mapuche, ha rilasciato una dichiarazione pubblica nella quale “esorta le autorità cilene a intraprendere tutte le strade necessarie per l’estradizione di Fujimori”. Ha inoltre ricordato che durante il conflitto interno in Perù “furono commessi 69.280 fatti relazionati a violazioni dei diritti umani dei quali il 75% compiuti sui popoli indigeni di Quechua e Ashaninka”. I dirigenti mapuches hanno anche affermato che “il Cile non può essere il rifugio di persone e organizzazioni perseguite internazionalmente per delitti di lesa umanità”.

Il governo del Cile deve far prevalere su qualsiasi opportunità politica l’impegno permanente per i diritti umani e particolarmente per i crimini di Lesa Umanità che devono essere puniti dai tribunali del paese in cui si sono compiuti e/o da tribunali internazionali così come stabilito dalla comunità internazionale...

da perlumanita.it, traduzione di Marina Minicuci

 

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ALBERTO FUJIMORI




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