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ALBERTO FUJIMORI


FONTE: Diario

Eletto presidente del Purù nel 1990 con lo slogan «Lavoro, onestà, tecnologia», Alberto Fujimori riuscì, pagando pesantissimi costi sociali (il 50 per cento della popolazione del Perù precipitò sotto la soglia di povertà), a mettere sotto controllo l’iperinflazione del Paese già dal 1992. Rieletto una seconda volta nel 1995 e, grazie a un’interpretazione «estensiva» della costituzione, anche una terza nel 1997 (i giudici della Corte costituzionale che si erano detti contrari alla terza candidatura furono immediatamente destituiti), fu costretto a fuggire in Giappone nel novembre 2000 per sottrarsi all’accusa di corruzione. Il 6 novembre 2001, il parlamento peruviano ha accusato l’ex presidente anche di crimini contro l’umanità.

Secondo il procuratore generale Nelly Calderón, Alberto Fujimori sarebbe coinvolto negli omicidi di 15 persone compiuti tra il 1991 e il 1992 dello «squadrone della morte» più noto del Perù: il gruppo Colina. Sempre secondo il magistrato, l’ex presidente non solo sapeva tutto delle operazioni del gruppo Collina, ma avrebbe anche premiato e protetto in ogni modo gli assassini. Attualmente Alberto Fujimori è formalmente cittadino giapponese, ed in quanto tale, non è passibile di estradizione all’estero.

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Fonte: magcity

Arrestato in Cile il Caudillo peruviano
Ascesa e caduta di Alberto Fujimori

8/11/2005 - Gli esperti di politica anglosassoni lo chiamano dark horse, cavallo scuro; un candidato che viene dal nulla e ottiene alle elezioni una vittoria su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo. I suoi ex- elettori, che prima lo osannavano e poi lo hanno deposto, lo hanno soprannominato El Chino, per via delle origini giapponesi.

Alberto Fujimori, ex presidente del Perù, ha almeno tanti alias quante sono le fasi della sua carriera politica; una carriera lunga, controversa, continuamente in bilico tra tentativi di riforme, corruzione degli avversari politici e repressioni violente degli oppositori, che forse si è conclusa ieri con l’arresto da parte delle autorità cilene. «Era un uomo d’emergenza – spiega Marcello Carmagnani, docente alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino ed esperto di paesi sudamericani- scelto per la sua grossa esperienza come ingegnere agrario. Purtroppo è anche un uomo che ha adottato tutti i mezzi possibili, formali, informali e anche illegali, per mantenere il suo potere».

La parabola politica di Fujimori inizia nel Perù del 1990: la nazione è funestata dagli attentati del gruppo maoista Sendero Luminoso e dell’organizzazione marxista-leninista Tupac Amaru. L’ex ingegnere agrario vince a sorpresa le elezioni con il suo partito Cambio 90 cavalcando lo slogan populista “Lavoro, tecnologia, onestà”, battendo lo scrittore Mario Vargas Llosa. Ci vogliono solo due anni perché l’”uomo d’emergenza” corregga il tiro: il 5 aprile 1992 Fujimori sferra un “autogolpe “contro il suo stesso governo che di fatto dissolve il Congresso Peruviano, lancia un nuovo organismo chiamato Congreso Constituyente Democrático, e soprattutto sostituisce tutte le garanzie sulla libertà personale proprie di uno stato democratico con una serie di misure “di emergenza” per sconfiggere i rivoluzionari marxisti presenti nel Paese.

Il Perù è allo sbando, nella nazione si diffonde un’epidemia di colera, e l’economia è talmente debole che la popolazione crede che le condizioni di vita possano solo migliorare. La svolta autoritaria di Fujimori trova poca opposizione tra i peruviani e blande proteste da parte della comunità internazionale; questo consente all’autoproclamato presidente di ottenere la maggioranza all’interno del nuovo Congresso che nel 1993 promulgherà una nuova Costituzione.

Da questo momento in poi la situazione diventa ancora più confusa: un tentativo di golpe militare viene sventato alla fine del ’93 da un uomo di Fujimori, il capo dell’intelligence Montesinos, ma per qualche tempo il presidente trova rifugio nell’ambasciata giapponese in Perù; il gradimento dell’uomo politico cala in fasce sempre più ampie della popolazione che si lamentano per la corruzione e la mancanza di libertà; la first lady Susana Higuchi chiede il divorzio e descrive l’ex marito come “un tiranno”; dopo avere sconfitto Javier Perez de Cuellar alle elezioni del 1995, nel 2000 Fujimori è costretto a dimettersi per via di uno scandalo che coinvolge il suo capitano Montesinos, che viene sorpreso dalla trasmissione della rete nazionale Canal N mentre consegna ad un uomo dell’opposizione una mazzetta da 15 mila dollari in cambio del voto della sua corrente al Congresso.
Sembra la fine: Fujimori fugge in Giappone, grazie alle sue origini ottiene la cittadinanza dopo qualche anno e le varie richieste di estradizione da parte delle autorità peruviane rimangono inascoltate.

Fino a qualche giorno fa , quando El Chino vola in Cile per poi tornare in Perù e ripresentarsi alle elezioni e viene arrestato a sorpresa dalla polizia cilena con l’accusa di corruzione e omicidio.
«Non aspettiamoci una reazione simile a quella della popolazione argentina dopo l’arresto di Peròn – dice Carmagnani- non ci saranno manifestazioni popolari che ne chiederanno la scarcerazione. Ho il sospetto, invece, che la sua estradizione possa essere utilizzata dalle autorità cilene come merce di scambio per allentare la situazione di tensione venutasi a creare con il Perù per bieche questioni di frontiera».
Sembrerebbe quindi la fine della controversa carriera politica dell’ennesimo caudillo sudamericano; «una carriera molto contraddittoria- conclude Carmagnani- non si può dire, per esempio, che alcune riforme economiche che Fujimori ha promosso non abbiano avuto un effetto benefico sull’economia del Perù; anzi, il suo successore in un certo senso sta godendo dell’onda lunga di alcuen riforme di Fujimori. Ma come molti uomini politici autoritari, non solo sudamericani, Fujimori ha dimostrato un’assoluta ignoranza del sistema dei partiti politici. E un utilizzo spietato della corruzione sistematica».

Antonio Talia

 

Sottofondo: Requiem - Lacrimosa (Mozart)

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ALBERTO FUJIMORI




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