IL CASO
A trent'anni dalla morte di Franco, gli storici s'interrogano: fu una dittatura totalitaria o un regime semplicemente autoritario?
Le ferite del Caudillo
dibattito
Ranzato: «Fu peggio del fascismo: dopo la guerra civile furono fucilati 100.000 oppositori». Rumi: «Ma non si può paragonare né a Hitler, né a Stalin»Botti: «Fino agli anni ’50 fu repressivo, pure nei confronti delle minoranze territoriali».Ma i monumenti sono da abbattere?
Di Pierangelo Giovanetti
Un regime totalitario o semplicemente autoritario? Una dittatura spietata e crudele, o una conseguente reazione alle violenze comuniste ed anticlericali della guerra civile e dei repubblicani, che comunque risparmiò alla Spagna un regime di marca sovietica transitandola poi alla democrazia?
A trent'anni dalla morte, che ricorrerà domenica prossima, riesplode il dibattito storico-politico sulla figura di Francisco Franco, il Caudillo. In Spagna storici, politologi, opinionisti, s'interrogano sul ruolo svolto da Franco e sul carattere del regime da lui instaurato, dalla vittoria nella guerra civile nel 1939 fino al giorno della sua morte, il 20 novembre 1975. Il «patto dell'oblio» fra destra e sinistra che ci fu durante la transizione sembra ormai saltato e proprio la «memoria» di ciò che è stato torna a dividere gli spagnoli. Ed è polemica sulla rimozione o meno dei segni visibili del franchismo, come le statue del caudillo, o la riapertura delle fosse comuni.
Ma che tipo di regime fu quello franchista? Qual è il giudizio della storia? Ha ragione lo storico ed ambasciatore Sergio Romano, che parla di Franco come «restauratore di ordine», ma senza i tratti del fascismo?
«Il giudizio su Franco non può che essere negativo», afferma Gabriele Ranzato, ordinario di Storia contemporanea all'Università di Pisa ed autore di vari libri sul franchismo e la guerra civile spagnola. «Fino agli anni Sessanta fu a capo di una dittatura sanguinaria, sicuramente peggiore del fascismo italiano. Mussolini non praticò repressioni di massa come Franco, che perseguì l'eliminazione fisica di tutti gli oppositori al regime. Si calcola dalle 50.000 alle 100.000 le vittime di Franco nel periodo successivo alla guerra civile. Nessun passaggio di regime fu così traumatico. Gli stessi storici franchisti riconoscono che gli oppositori eliminati erano nell'ordine di decine
di migliaia». «Non si può nemmeno dire che che fu una scelta obbligata per risparmiare la Spagna da una dittatura comunist a», aggiunge Ranzato. «Nel luglio 1936 il partito comunista era un piccolo partito. Certo vi erano movimenti di carattere eversivo del fronte popolare, specie nella sua componente socialista, che incutevano paura ai ceti borghesi. Penso a Largo Caballero. Ma in tal caso, bastava mettere fuori legge le frange estremiste, senza giungere ad una dittatura sanguinosa. Da parte di Franco non ci fu alcun tentativo di riconciliazione nazionale e di perdono dopo la guerra civile»
Di parere diverso Giorgio Rumi, professore di Storia contemporanea all'Università Statale di Milano. «Quello di Franco fu un regime autoritario, ma non totalitario: non ebbe quei caratteri globali di totalitarizzazione che si ebbero con Hitler in Germania e con Stalin nell'Urss. Nella guerra civile, Franco è riuscito a capeggiare l'opposizione alla coalizione verde-rossa, e al termine degli scontri ha guidato il Paese verso la monarchia e verso un ritorno liberale, accantonando la falange».
«Per tutti gli anni Quaranta fino all'inizio dei Cinquanta, il franchismo fu un regime totalitario, con atteggiamenti repressivi verso le minoranze e le autonomie territoriali (baschi, catalani, galiziani), come verso gli oppositori politici», afferma Alfonso Botti, docente di Storia contemporanea e Storia dell'Europa all'Università di Urbino, condirettore della rivista Spagna contemporanea. «Non ha alcun fondamento storico, poi, affermare che preparò il passaggio alla democrazia. Ricordiamoci che don Luigi Sturzo usò parole durissime verso Franco, e così Maritain che si mobilitò su tutta la stampa libera europea per far aprire gli occhi su quanto avveniva in Spagna. O -
sempre restando in ambito cattolico - le denunce di Georges Bernanos nel libro I grandi cimiteri sotto la luna. Anche Papa Giovanni XXIII tenne nei confronti di Franco relazioni piuttosto fredde, per non parlare di Paolo VI, la cui elezione fece arrabbiare parecchio il caudillo per via delle prese di posizioni nette che l'allora cardinale Mont ini aveva espresso nei confronti del regime spagnolo».
Sulla rimozione delle statue di Franco, Gabriele Ranzato (di cui sta per uscire per Bollati Boringhieri un nuovo libro L'eredità della guerra civile spagnola) si dice d'accordo. «I monumenti sono uno strumento fondamentale di educazione civica. Non possiamo additare ad esempio Francisco Franco. Ora vengono al pettine le contraddizioni di non aver fatto i conti sul piano storico con la dittatura anche dal punto di vista simbolico. Certo questo ha evitato controepurazioni, e ciò è positivo. Però non si può risolvere la questione mantenendo le statue di Franco e tutt'al più affiancandole con quelle di Largo Caballero. Perché anche Caballero si macchiò di violenze inaudite
verso la Chiesa e verso gli oppositori».
Dubbioso sulla rimozione delle statue è invece Giorgio Rumi. «Stiamo attenti a non annullare tutta la propria storia, abbattendo i monumenti. Non vorrei che anche questo rientrasse all'interno del momento di grave incertezza generale che la Spagna sta vivendo. Non so nemmeno fino a che punto sia sincera questa ricerca. Anche perché può andare bene per l'oggi, ma non rispecchia i sentimenti degli spagnoli di allora che seguirono Franco. Sarebbe come se oggi volessimo abbattere le chiese spagnole, perché al tempo di Isabella i cattolici cacciarono i mori».
Quanto ai rapporti dei cattolici col regime, Alfonso Botti ricorda che «la Chiesa soffrì attacchi violentissimi nell'estate del '36, e questo portò una parte di essa su posizioni franchiste». «È con gli anni Cinquanta che il consenso comincia a sbriciolarsi con l'opposizione che inizia a manifestarsi fra associazioni cattoliche come l'Azione cattolica e fra gli intellettuali».