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Io
sono perfettamente sicuro che voi non vi
attendete da me un discorso elegiaco. Questa
è una corda che manca alla mia lira. Ho
letto il Pindemonte, ma non è il mio
poeta.
Del
resto io noto il vostro stato d'animo e mi
accorgo che voi seguite il monito di un autore
che mi fu caro nella mia giovinezza e che
dice: «Vai incontro alla tempesta con
passo leggero».
Pur
tuttavia bisogna riconoscere che c'è in
questo momento, in questa nostra assemblea,
un'atmosfera di solennità, quella di
tutte le cose che cominciano, si trasmutano,
finiscono.
Voglio
anzitutto farvi un elogio. Voi sapete che io
sono parco in materia. Ora vi dichiaro con
fraterno spirito di simpatia, con una
cordialità sincera, alla quale dovete
credere, che voi avete compiuto il vostro
dovere di fronte alla rivoluzione, di fronte
alla Nazione.
Questa
XXVII Legislatura è destinata a
rimanere nella storia del nostro Paese sotto
il titolo che già le è stato
assegnato di Costituente della rivoluzione
fascista, poiché ormai nessuno dei nostri
avversari o ottusi, o vociferatori, o
criminali, osa negare che noi abbiamo
compiuto, stiamo compiendo e compiremo una
rivoluzione, se rivoluzione significa
cambiamento rapido e totale di un determinato
ordine di cose e creazione di un altro ordine
di cose.
C'è
in questa nostra Assemblea una pattuglia:
è la pattuglia preesistente a questa
legislatura, i trentacinque deputati che erano
presenti in quest'aula il 16 novembre, quando
con un discorso, che molto probabilmente non
potrà essere dimenticato, io inchiodavo
la maggioranza del vecchio regime alla sua
impotenza e alla sua vergogna.
Vorrei
che questi trentacinque si alzassero in piedi,
perché mi piacerebbe di riconoscerli.
Questa
è la Camera che ha degnamente operato,
che è stata disciplinata e ferma anche
nei momenti più difficili. Nel torbido
secondo semestre del 1924, quando l'Aventino
pretendeva di sommergere il regime in una
questione morale inesistente, la maggioranza
fascista fu fedele e ferma nei ranghi;
perdemmo soltanto qua e là ai margini
degli uomini, ma di questo non ci dobbiamo
dolere; sono scorie che è meglio
perdere lungo il cammino.
Questa
è la Camera del 3 gennaio 1925,
è la Camera del 9 novembre 1926,
è la Camera dello Stato Corporativo, di
tutte le leggi di difesa della Rivoluzione, di
tutte le leggi che hanno creato il nuovo
Stato. E in quest'ultima settimana voi avete
compiuto l'opera, votando delle leggi
fondamentali.
Io
non dichiarerò ciclopica la legge per
la bonifica integrale, perché io non amo i
superlativi; è una legge però
importante, notevole, che noi potremo compiere
e realizzare durante i 14 anni calcolati,
perché noi siamo matematicamente sicuri di
durare.
Avete
votato la Carta del lavoro, documento
fondamentale, la cui importanza cresce ogni
giorno di più.
Avete
finalmente votato la legge sul Gran Consiglio.
Sono sicuro che votando questa legge avrete
notato le differenze tra il testo primitivo e
il testo che è stato sottoposto ai
vostri suffragi; differenze che non mutano la
legge, ma la perfezionano, in quanto che hanno
tolto a taluni membri del Gran Consiglio il
carattere dell'eternità e della
inamovibilità, tutte cose che
riguardano il mandarinato cinese,
assolutamente inconcepibili nella teoria e
nella pratica del Fascismo.
Mi
pare di leggere nei vostri volti che non siete
particolarmente ansiosi della vostra sorte.
Questo vi fa onore, perché questo dimostra
che siete veramente soldati della Rivoluzione
fascista, e che vi sentite comandati qui o
altrove, e che qui, o altrove, obbedirete
collo stesso spirito di disciplina e con la
stessa fede.
Intanto
sarà bene di dire che le elezioni
dell'anno VII, 1929, non avranno nulla in
comune con le elezioni degli altri tempi e
degli altri paesi. La cosiddetta campagna
elettorale, che si svolgeva con fracassoso
ritmo, fra comizi e osterie, con policromia di
manifesti rurali, che il cittadino evoluto e
cosciente si guardava bene dal leggere: queste
caratteristiche del vecchio tempo non le
rivedremo.
Così
pure tutte le manovre e contromanovre a scopo
di preparazione delle candidature.
È:
quindi intuitivo che molte speranze
naufragheranno, che molte ambizioni resteranno
deluse.
Non
ci saranno manifesti, e il primo discorso
elettorale nella prima decade di marzo sarà
pronunziato dai Regi Prefetti del Regno, i
quali riunendo il Consiglio Provinciale
dell'Economia e tutte le gerarchie politiche
amministrative e sindacali del Partito,
ricorderanno ai più o meno obliosi
cittadini delle 92 Provincie quello che il
Regime ha fatto per ciascuna di esse e per la
Patria comune.
Camerati,
la enorme maggioranza di voi ritornerà
in quest'aula. Taluni di voi troveranno più
acconcio veleggiare verso Palazzo Madama. E
anche essi serviranno degnamente il Regime e
la Patria.
Non
sarà inopportuno ricordare che uno dei
meriti del Regime fascista è stato
questo: di ridare il prestigio al vecchio
Senato. Non si dice nulla di irrispettoso se
si constata che tale prestigio era fortemente
diminuito nei tempi che precedettero la Marcia
su Roma.
Mille
sono i designati, quattrocento gli eletti.
Bisognerà convincersi che non
entreranno alla Camera alcune categorie di
persone verso le quali ho sempre avuto una
irresistibile antipatia. Anzitutto i
vociferatori, i creatori, i portatori e
distributori di voci, spesso con l'aggiunta
della calunnia anonima.
Non
entreranno coloro che avessero tendenze di
profittiamo e finalmente l'elenco di queste
categorie potrebbe continuare coloro i quali
hanno un coraggio leonino fino alle ore 11 e
tre quarti, e lo perdono nel breve periodo che
va dalle undici e tre quarti a mezzogiorno.
Se
la Camera, che sta per chiudere oggi i suoi
lavori, è stata, dal punto di vista
numerico, dell'85 per cento fascista, la
Camera che si riunirà qui per la prima
volta il 20 aprile, sabato, dell'anno settimo,
sarà una Camera fascista al cento per
cento. E saranno quattrocento fascisti
regolarmente iscritti al Partito.
Scommetto,
non tra di noi certo, ma tra altri, che
è possibile una specie di sorpresa. Una
camera così totalitaria è un
assurdo. No, non è un assurdo. È
prima di tutto una necessità, come vi
dirò tra poco, è un
riconoscimento della totalitarietà del
Regime, e soprattutto avvia ai nuovi compiti
che io intendo attribuire alla Camera. La
Camera di domani potrà liberamente
discutere l'opera del Governo; beninteso non a
scopo di rovesciamento, ma a scopo di critica
e di collaborazione.
La
Camera di domani sarà l'organo
attraverso il quale si attua la collaborazione
su terreno legislativo tra i rappresentanti
della Nazione e il Governo.
Come
voi potete constatare, noi siamo molto innanzi
nella nostra fatica, abbiamo oramai definite
le linee maestre dell'edificio. È molto
solido. Anche coloro che sono portati allo
scetticismo, sono costretti ad ammetterlo.
Nell'ordine economico, non già da oggi,
come dicono gli eterni smemorati, nell'ordine
economico noi abbiámo già fissate le
nostre direttive da tempo.
Non
è soltanto ieri che ci siamo
risvegliati con un amore profondo per
l'agricoltura italiana, ma dal 1921. Oggi il
problema è più urgente, per i
motivi che ho esposto qui ed altrove.
Comunque, bisogna dire per taluni dubbiosi ed
esitanti che solo una grande agricoltura
italiana permette lo sviluppo di molte
industrie italiane.
Continueremo,
quindi, con quella inflessibilità che
ormai mi riconoscete, nella nostra politica
rurale.
Dal
punto di vista finanziario siamo usciti dalla
perigliosa navigazione: siamo nel periodo
della piena convalescenza. La moneta è
solidissima, garantita da montagne di oro in
lingotti o in verghe ben celate in quelle che
con frase mistica si chiamano sacrestie della
Banca d'Italia. Tanto è vero che
abbiamo potuto rinunciare alla apertura di
credito di centoventicinque milioni di dollari
che avevamo concluso un anno fa all'epoca
della stabilizzazione.
Dal
punto di vista sociale, il funzionamento dello
Stato corporativo è in atto. Non
è certamente sfuggito alla vostra
vigile attenzione quanto è accaduto in
questi ultimi giorni negli organismi operai.
Si è realizzata la simmetria che
è necessaria alla politica come
all'architettura, ma soprattutto si è
voluto dimostrare che la così detta e
giammai in nessun paese del mondo realizzata
unità della massa operaia si realizza
invece nel regime fascista.
Questa
frase era un reliquato delle vecchie
ideologie. Questa unità ha un senso in
regime di lotta di classe, non ne ha più
alcuno in regime di collaborazione di classi.
Noi
abbiamo fatto giustizia di questa vecchia
letteratura, che non è più del
nostro tempo, ed abbiamo dichiarato che nel
regime fascista l'unità di tutte le
classi, l'unità politica, sociale e
morale del popolo italiano si realizza nello
Stato e soltanto nello Stato Fascista.
Del
resto gli operai italiani ai quali non
chiediamo nessun attestato di particolare
riconoscenza, poiché non siamo cortigiani né
verso l'alto né verso il basso, gli operai
italiani hanno avuto innumerevoli prove della
mia operante simpatia, innumerevoli prove
delle realizzazioni pratiche effettuate dal
Regime Fascista.
Noi
non teniamo nemmeno alla loro memoria. Questo
è il fatto che la storia deve
registrare.
Per
ciò che concerne la politica estera
anche qui le direttive sono ormai stabilite.
Siamo
tutti per la pace. Abbiamo firmato il Patto
Kellogg. L'ho definito sublime; lo è in
realtà; tanto sublime che potrebbe
anche essere chiamato trascendentale. E se
domani altri patti fossero in vista, noi ci
affretteremmo a firmarli.
Non
vogliamo assolutamente che si dica che il
mondo nuoterebbe in un mare di latte e miele,
che gli uomini diventerebbero tutti fratelli,
che questo mediocre e divino pianeta che noi
abitiamo sarebbe un paradiso, ma che tutto ciò,
questa bellissima festa, è guastata
dall'imperialismo fascista.
Ma
al disopra, al disotto, o di fianco a questi
patti, è una realtà che non
dobbiamo ignorare, se non vogliamo commettere
un delitto di lesa Nazione. E la realtà
è questa, o signori: che tutto il mondo
arma!
Le
cronache dei giornali registrano ogni giorno i
vari dei sottomarini, degli incrociatori e di
altri arnesi pacifici di guerra.
Avrete
certamente seguito le discussioni svoltesi in
altri Parlamenti, dalle quali discussioni
risulta che il numero dei cannoni e delle
baionette è in aumento.
Non
bisogna farsi delle illusioni sullo stato
politico generale dell'Europa. Quando si
avvicinano le tempeste, è allora che si
parla di quiete e di pace, quasi per un
bisogno profondo dello spirito. Noi non
vogliamo turbare l'equilibrio europeo, ma
dobbiamo esser pronti. Nessuno quindi di voi
si stupirà, e nessuno nella Nazione
dovrà stupirsi, se io, a convalescenza
inoltrata o ultimata, chiederò un altro
sforzo alla Nazione per mettere al punto
giusto le forze della terra, del mare e del
cielo.
L'Italia
fascista realizza una politica estera che gli
stessi avversari riconoscono logica e
pacifica. Ma il carattere differenziale della
politica estera fascista sta in ciò,
che il periodo mal augurato e mal ricordabile
dei giri di valzer è finito.
Noi
siamo molto prudenti prima di dare la nostra
amicizia a qualcuno, ma quando un patto di tal
senso esista, si sappia che per l'amicizia o
per il suo contrario noi andiamo fino in
fondo.
Questo
non è che un piccolo anticipo del
discorso che pronunzierò ai primi di
marzo, nella prima grande quinquennale
assemblea del regime.
Andiamo
incontro al plebiscito. Più io penso
alla nostra legge elettorale e più io
la trovo ottima, tanto dal punto di vista
della logica, come della opportunità.
Noi abbiamo realizzato un sistema, per cui
tutte le forze organizzate del Paese, in tutti
i campi, anche i più disparati, possono
avere una rappresentanza sicura nella
assemblea legislativa della Nazione.
Questo
plebiscito si svolgerà in assoluta
tranquillità, non eserciteremo
seduzioni o pressioni. Il popolo voterà
perfettamente libero. Ho appena bisogno di
ricordare tuttavia che una Rivoluzione può
farsi consacrare da un plebiscito, giammai
rovesciare.
Ciò
nondimeno il plebiscito avrà la sua
importanza e noi desideriamo che riesca
solenne. Avrà la sua importanza grande,
perché avviene non solo dopo sei anni di
regime fascista, ma dopo dieci anni di
fascismo, il popolo italiano dovrà
giudicare e siccome io credo nelle forze del
popolo italiano, nella sua innata e profonda
probità, che era soltanto guastata dai
politicanti di professione, credo che ora il
plebiscito non deluderà la nostra più
che legittima aspettativa.
Intanto,
o camerati, nell'attesa, bisogna perfezionare
incessantemente il regime, in tutte le sue
espressioni e in tutte le sue formazioni.
Bisogna prima di tutto avere maggior
disinvoltura quando c'è rotazione o
sostituzione di uomini e non tramutare questo
passaggio di consegna o di sentinelle in una
specie di tragedia politico-personale.
Vi
assicuro che niente succede.
D'altra
parte se non ci fosse questa rotazione di
uomini, in un certo momento la società
fascista risulterebbe cristallizzata.
Bisogna
poi, o camerati, porre la massima cura assidua
e quotidiana nel distinguere nettissimamente
quello che è il sacro e quello che
è il profano, non mascherare gli affari
personali con la politica del regime e
dell'Italia.
Ancora
bisognerà guarire dalla mania tra
ingenua e incorreggibile delle nostalgie e dei
rimpianti. Noi non vogliamo avere l'aria né
rassomigliare agli aderenti di vecchi partiti
che erano sempre fissi al calendario solare
perché in ogni giorno c'era materia di
commemorazione e finivano per adottare una
posa che poteva anche accusare inguaribili
nostalgie temporali o dentarie. Non siamo noi
di questa scuola e di questo stile; noi siamo
sempre «domani» e ci ricordiamo di
«ieri» dal punto di vista della
semplice documentazione cronologica. La storia
ci penserà la Storia a farla.
Altro
elemento sul quale richiamo la vostra
attenzione e che considero fondamentale,
è la realizzazione assoluta della
giustizia amministrativa. Il popolo italiano
è giustamente geloso in siffatta
materia e io gli riconosco il diritto di
esserlo. La giustizia senza la forza sarebbe
una parola priva di significato, ma la forza
senza la giustizia non può e non deve
essere la nostra formula di governo.
Reagire
anche contro le denigrazioni generiche e
insufficienti con le quali il più
perfetto dei Santi potrebbe essere condannato
all'inferno e uccidere finalmente in noi ogni
residuo di superstite faziosità.
Queste
sono le linee attraverso le quali deve
svolgersi quello che io chiamo l'incessante
perfezionamento di tutte le forze e di tutti
gli organi del Regime.
Signori,
ciò è doveroso ma ciò
è necessario; debbo dirvi con
tranquilla coscienza e con perfetta cognizione
di causa che noi non andiamo verso tempi
facili, andiamo verso tempi difficili. Non
è ancora venuto, e forse non verrà
mai per noi, il momento in cui si può
star seduti: è ancora l'ora e il
comandamento di camminare.
Avete
avuto il privilegio e la ventura di approvare
leggi memorabili e di partecipare ad eventi
che rimarranno scritti nelle pagine della
storia italiana. Ma ora debbo preannunziarvi
che forse nei prossimi cinque anni, nella 28°
Legislatura, voi sarete spettatori di eventi
non meno memorabili.
È
dunque un grande privilegio per voi e per noi
tutti di vivere in un'epoca così forte,
in un'epoca così piena di destino! Per
questo, o camerati, bisogna affinare tutte le
nostre facoltà; essere dei combattenti
che non si danno riposo, vedere la vita ed
affrontarla così come si presenta, col
suo bene, col suo male, con le sue forze e con
le sue debolezze, con tutti i suoi mutevoli e
pur tuttavia seducenti aspetti.
Abbiamo
ricevuto una eredità pesante, ma
possiamo dire orgogliosamente che non siamo
stati impari a questa che qualche volta
è stata veramente una tremenda fatica,
che imponeva delle responsabilità tali
da far tremare le vene e i polsi.
Talvolta,
o camerati, quando mi accade, invero
raramente, di riflettere sulla vicenda
abbastanza singolare della mia vita, io levo
una preghiera all'Onnipotente, che Egli non
voglia chiudere la mia giornata prima che i
miei occhi non abbiano visto la nuova, più
luminosa grandezza, sulla terra e sui mari,
dell'Italia fascista.
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