Per
delineare quali direttive debba seguire la politica
estera dell'Italia, nell'immediato e mediato futuro,
è opportuno gettare, preliminarmente, uno
sguardo d'insieme, sulla situazione mondiale, sulle
forze e correnti che vi agiscono e prospettare quali
possano esserne gli sbocchi e i risultati. Tutti gli
Stati del mondo si trovano fra di loro in un
rapporto fatale d'interdipendenza, il periodo della
splendide isolation è passato per tutti. Si
può ben dire che colla guerra e dalla guerra,
la storia del genere umano ha acquistato un ritmo
mondiale. Mentre l'Europa dissanguata, stenta a
ritrovare il suo equilibrio, economico, politico e
spirituale, già si annunciano, oltre i
confini del vecchio continente, formidabili antitesi
d'interessi. Alludo al conflitto fra Stati Uniti e
Giappone i cui episodi recenti, che vanno dalla
faccenda del "cavo" al "bill"
contro l'immigrazione gialla in California, sono
nella cronaca dei giornali. Il Giappone conta oggi
77 milioni di abitanti; gli Stati Uniti 110 milioni.
Che la coscienza della inevitabilità di un
urto fra questi due Stati esista, può
trovarsi in questo particolare significantissimo: il
libro che ha avuto ed ha a Tokio la maggiore
diffusione in tutte le zone della popolazione,
s'intitola: La nostra prossima guerra cogli Stati
Uniti. Quella che si profila è la guerra dei
continenti per un dominio del Pacifico. L'asse della
civiltà mondiale tende a spostarsi. Fu, sino
al 1500, nel Mediterraneo; dal 1492 in poi, scoperta
dell'America, passò nell'Atlantico: da oggi,
si annuncia il suo trapasso al più grande
oceano del pianeta. Dissi altra volta che ci
avviciniamo al secolo "asiatico". Il
Giappone è destinato a funzionare da fermento
di tutto il mondo giallo, mentre non è detto
che Isaac Rufus, diventato lord Reading e viceré
delle Indie, riuscirà a salvare in quelle
terre l'imperialismo britannico. Spostandosi l'asse
della civiltà da Londra a New York (che fa già
7 milioni di abitanti e sarà, fra poco, la più
grande agglomerazione umana della terra) e
dall'Atlantico al Pacifico, c'è chi prevede
un graduale decadimento economico e spirituale della
nostra vecchia Europa, del nostro continente piccolo
e meraviglioso, che è stato, sino ad ieri,
guida e luce per tutte le genti. Assisteremo a
questo oscurarsi ed eclissarsi del "ruolo"
europeo nella storia del mondo? A questa domanda
inquietante e angosciosa rispondiamo: è
possibile. La "vita" dell'Europa,
specialmente nelle zone dell'Europa Centrale,
è alla mercé degli americani. D'altra parte
l'Europa ci presenta un panorama politico ed
economico tormentatissimo, un groviglio spinoso di
questioni nazionali e di questioni sociali e
talvolta accade che il comunismo sia la maschera del
nazionalismo e viceversa. Non sembra vicina realtà
quella di una "unità" europea.
Egoismi ed interessi di nazioni e di classi si
accampano in fieri contrasti. La Russia non è
più un enigma dal punto di vista economico.
In Russia non c'è comunismo e nemmeno
socialismo, ma una rivoluzione agraria a tipo
democratico, piccolo-borghese. Rimane l'enigma dal
punto di vista politico. Quale politica estera
persegue in realtà la Russia? E' una politica
di pace o di guerra? La varietà dei fatti a
nostra conoscenza ci porta ad oscillare
perennemente, fra l'una e l'altra ipotesi. In altri
termini: sotto l'emblema falce e martello, si
nasconde o non si nasconde il vecchio panslavismo,
che, oggi sarebbe inoltre dominato da una ferrea
necessità "rivoluzionaria" che
è quella di allargare la rivoluzione nel
resto d'Europa per salvare il Governo dei Soviety in
Russia? Se la Russia farà una politica di
guerra la sorte degli Stati baltici (Lituania,
Lettonia, Estonia) appare segnata. Incerto anche il
destino della Polonia, che potrebbe essere
schiacciata al muro ostile tedesco dell'eventuale
straripare dei russi. Ci sono in quelle plaghe
dell'Europa nord-orientale, punti di dissidio, fra
gli Stati. C'è un dissidio
polacco-lituano-russo a proposito di Wilna 263.000
polacchi, 118.000 lituani, 8.000 bianco-ruteni,
83.000 israeliti. Le stesse cifre proporzionalmente
si hanno per Grodno. Quanto all'Alta Slesia che
tiene agitatissimo il mondo tedesco e quello
polacco, le statistiche tedesche danno queste cifre:
1.348.000 polacchi; 588.000 tedeschi. L'Alta Slesia
è, dunque, polacca, ma il suo destino sarà
deciso dal plebiscito convocato pel 15 Marzo. La
grande guerra si è conclusa con sei, finora,
trattati di pace: Versailles, S. Germano, Trianon,
Neuilly, Sevres, Rapallo. Nessuno di questi
trattati, ha accontentato in tutto i vincitori:
nessuno di questi trattati, nemmeno quello di
Rapallo, che si volle definire un trionfo delle
negoziazioni amichevoli e pacifiche, è stato
accettato dai vinti. Ognuno di questi trattati ha
dei punti controversi o di difficile realizzazione.
Per quello che riguarda il "trattatissimo"
di Versailles, è in piedi, proprio in questo
momento, la grossa questione dell'indennità
che la Germania dovrebbe pagare: è una cifra
che dà le vertigini. L'ultima parola non
è stata ancora detta. Tutto quello che si fa,
specie dai diplomatici, è un definitivo che
ha sempre un ironico carattere di provvisorio. I
tedeschi che hanno realizzato l"union sacrèe"
del non pagare, annunciano che faranno delle
controproposte e se ne parlerà a Londra,
presenti gli stessi tedeschi, fra qualche settimana.
La nostra opinione è che se i tedeschi
possono pagare, devono, sino al grado della loro
possibilità, pagare. I "tecnici"
stabiliscano questa loro possibilità. Non
bisogna dimenticare, prima di abbandonarsi a
compiangere i tedeschi, che se vincevano, la
indennità che noi avremmo dovuto pagare, era
già stata fissata in 500 miliardi d'oro; che
i tedeschi hanno scatenato la guerra e che il primo
irredentismo inscenato dai tedeschi è diretto
contro l'Italia, per la loro minoranza calata
abusivamente nell'Alto Adige. Dal trattato di S.
Germano è uscita l'attuale repubblica
austriaca. Può vivere così com'è
formata? Generalmente si opina di no. Rimane
l'ipotesi di una confederazione danubiana sull'asse
Vienna-Budapest ma la "Piccola Intesa",
composta dagli eredi, vigila a che non si ritorni,
sotto una forma o l'altra, all'antico. Noi pensiamo
che, per forza di cose, a una Confederazione
economica danubiana, presto o tardi, ci si arriverà
e allora le condizioni dell'Austria e in particolar
modo quelle di Vienna, ne verrebbero migliorate sino
ad attenuare il movimento annessionistico
pro-Germania. Dal punto di vista della giustizia, e
quando ci fosse una manifesta e chiara volontà
di popolo, l'Austria avrebbe diritto di
"alienarsi" alla Germania. Questa ipotesi
non ci può lasciare indifferenti, per via del
confine al Brennero, questione di vita o di morte,
per la sicurezza della valle padana. Un'Austria
affamata ed elemosinante, non può scatenare
un'irredentismo pericoloso contro di noi; unita alla
Germania, la questione dell'Alto Adige si farebbe
certissimamente più acuta. Quanto
all'Ungheria essa può attendere una
ragionevole revisione del Trattato che la mutilava
da ogni parte. Bisogna però aggiungere che il
capitolo "Fiume" è definitivamente
sepolto nella storia ungherese. In tutto il mondo
balcanico esistono focolai d'infezione di nuove
guerre. Citiamo: Montenegro, Albania. Siamo per la
indipendenza del primo e della seconda, se dimostrerà
di saperla godere. Macedonia che è bulgara
(1.181.000 bulgari, di fronte a 499.000 turchi ed a
228.000 greci). La Bulgaria ha diritto a un porto
sull'Egeo. E' questo di un interesse capitale per
l'espansione economica italiana in Bulgaria. Il
trattato di Sèvres ha massacrato la Turchia
per iperbolizzare la Grecia di Venizelos e di
Costantino che ha dato alla guerra europea il
sacrificio di ben 787 "euzoni". Pensiamo
che per ciò che riguarda il Mediterraneo
Orientale, l'Italia debba seguire una politica
piuttosto turcofila. A suo tempo, immediatamente
dopo la firma del trattato, il Comitato Centrale dei
Fasci diede il suo giudizio sul trattato di Rapallo,
trovandolo "accettabile per il confine
orientale, inaccettabile e deficiente per Fiume,
insufficiente e da respingere per Zara e la
Dalmazia". A tre mesi di distanza quel giudizio
non appare smentito dagli avvenimenti successivi. Il
trattato di Rapallo è un compromesso
infelice, contro il quale sul Popolo furono elevate
pagine di critica che è, ora, inutile
riesumare. Si tratta di spiegare come l'Italia
vittoriosa sia giunta a Rapallo. E la spiegazione
non richiede eccessivi sforzi mentali. Siamo
arrivati a Rapallo, come conseguenza logica della
politica estera - fatta o impostaci - prima della
guerra, durante la guerra e dopo la guerra. Per
spiegare Rapallo, bisogna pensare agli alleati, due
dei quali, essendo mediterranei per posizione
geografica (Francia) o per interessi e colonie
(Inghilterra) non possono vedere di buon occhio il
sorgere dell'Italia in potenza mediterranea. onde si
spiegano, in loro, lo zelo e tutte le manovre più
o meno oblique con cui sono riuscite a creare
nell'Adriatico Superiore e Inferiore, il contraltare
marittimo - jugoslavo e greco - dell'Italia. Rapallo
si spiega pensando a Wilson e ai suoi cosiddetti
"experts"; alla mancanza assoluta di
propaganda italiana all'estero; alla stanchezza
mortale e perfettamente comprensibile della
popolazione. Rapallo si spiega col convegno delle
Nazionalità oppresse tenutosi nell'Aprile del
1918 a Roma e quel convegno si riattacca
all'infausta pagina di Caporetto. Tutto si paga
nella vita. Il 12 Novembre del 1920 abbiamo pagato a
Rapallo la rotta del 24 Ottobre 1917. Senza
Caporetto, niente Patto di Roma. In quel congresso i
jugoslavi ci vendettero del fumo, poiché in realtà
essi nulla, assolutamente nulla, fecero per
disintegrare dall'interno la duplice monarchia,
della quale furono fedelissimi servitori sino
all'ultimo, con lealismo tradizionalmente croato.
Non per niente, dopo il suo decesso, la monarchia d'Absburgo
tentava regalare ai jugoslavi la sua flotta di
guerra. Ma nell'Aprile del 1918 si creava -
consenzienti tutte le correnti dell'opinione
pubblica italiana, compresa la nostra e la
nazionalista - l'irreparabile; si elevavano, cioè,
al rango di alleati effettuali e potenziali i nostri
peggiori nemici e si capisce, che a vittoria
ottenuta, costoro non hanno accettato il ruolo dei
vinti, ma hanno insistito sul loro ruolo di
collaboratori e hanno rivendicato anche nei nostri
confronti la relativa quota-parte del bottino
comune. Dopo il Patto di Roma, non si poteva
piantare il ginocchio sul petto alla Jugoslavia:
questa la verità. Così è
accaduto che il popolo italiano, stanco ed
impoverito, snervato da due lunghi anni di inutili
trattative, demoralizzato dalla politica di Cagoia e
dalla tremenda ondata di disfattismo postbellico
alla quale solo i Fasci hanno potentemente reagito,
ha accettato o subito il trattato di Rapallo, senza
manifestazioni di gioia o di rammarico. Pur di
finirla, una buona volta, molta gente avrebbe
trangugiato anche la linea terribile di
Montemaggiore. Tutti i partiti, di tutte le
gradazioni di destra o di sinistra, hanno accettato
il trattato come un "meno peggio". Noi lo
abbiamo subìto considerandolo soprattutto
come una cosa effimera e transitoria (c'è mai
stato nel mondo e specialmente sulle sabbie mobili
della diplomazia qualche cosa di definitivo?) e,
nell'intento di preparare tutte le forze affinché
la prossima o lontana, ma fatale revisione, migliori
il trattato e non lo peggiori; porti il nostro
confine alle Dinariche, ma non porti mai più
il confine jugoslavo all'Isonzo. La sorte toccata
alla Dalmazia ci angoscia profondamente. Ma la colpa
della rinuncia non è da attribuirsi tutta ai
negoziatori dell'ultima ora: la rinuncia era già
stata perpetrata nel Parlamento, nel giornalismo,
nell'Università stessa, dove un professore ha
stampato libri - naturalmente tradotti a Zagabria -
per dimostrare - a modo suo - che la Dalmazia non
è italiana ! La tragedia dalmata è in
questa ignoranza, malafede e incomprensione, colpe
alle quali speriamo di riparare colla nostra opera
futura, intesa a far conoscere, amare e difendere la
Dalmazia italiana. Firmato il trattato, si poteva
annullarlo con uno o l'altro di questi due mezzi: o
la guerra all'esterno o la rivoluzione all'interno.
L'una e l'altra assurde ! Non si fa scattare un
popolo sulle piazze contro un trattato di pace, dopo
cinque anni di calvario sanguinoso. Nessuno è
capace di operare tale prodigio ! Si è potuta
fare in Italia una rivoluzione per imporre
l'intervento, ma nel Novembre 1920 non si poteva
pensare a una rivoluzione per annullare un trattato
di pace, che, buono o cattivo, era accettato dal 99
percento degli italiani ! Io non tengo, fra tutte le
virtù possibili e pensabili, alla coerenza;
ma testimoni esistono e documenti stenografici fanno
fede, che, dopo Rapallo, io ho sempre dichiarato che
due cose mi rifiutavo di fare contro il trattato: la
guerra all'esterno e la guerra all'interno. Pensavo
anche che era pericoloso imbottigliarsi in
un'opposizione armata al trattato, rimanendo in un
punto periferico della Nazione, come Fiume. Due mesi
di polemiche e note quotidiane dei mesi di Novembre
e Dicembre, stanno a testimoniare trionfalmente la
mia opera di solidarietà colla causa di Fiume
e la mia aperta e recisa opposizione al Governo di
Giolitti. Gran peccato che l'oblio cada così
rapidamente sugli scritti di un quotidiano; nè
io ho l'abitudine melanconica di riesumare ciò
che pubblico. Ma la realtà indistruttibile
è che giorno per giorno ho battagliato perché
il Governo di Roma riconoscesse quello di Fiume;
perché al convegno di Rapallo fossero invitati i
rappresentanti della Reggenza; perché da parte del
Governo di Roma si evitasse ogni attacco armato
contro Fiume. A Tragedia iniziata ho bollato come un
enorme delitto l'attacco della vigilia di Natale e
ho segnato all'indomani i "titoli
d'infamia" del Governo di Giolitti e sempre ho
esaltato lo spirito di giustizia, di libertà
e di volontà che è lo spirito
immortale della legione di Ronchi. Accade per gli
avvenimenti della storia, come talvolta a teatro: ci
sono delle platee ringhiose che, avendo pagato il
biglietto, pretendono che la rappresentazione, a
qualunque costo, vada a termine. Così oggi in
Italia incontrate due categorie d'individui: gli
uni, tipo Malagodi e Papini, che rimproverano a
D'Annunzio di essere sopravvissuto alla tragedia
fiumana e altri che rimproverano a Mussolini di non
aver fatto quella piccola cosa leggera, facile,
graziosa, che si chiama una "rivoluzione".
Io ho sempre disdegnato gli alibi vigliacchi, coi
quali e pei quali, in Italia - deficienza,
impotenza, rancori e miserie - ci si sfoga su teste
di turco reali o immaginarie. I Fasci di
Combattimento non hanno mai promesso di fare la
rivoluzione in Italia, in caso di un attacco a
Fiume, e specialmente dopo la defezione di Millo. Io
poi, personalmente, non ho mai scritto o fatto
sapere a D'Annunzio che la rivoluzione, in Italia,
dipendeva dal mio capriccio. Non faccio bluff e non
vendo del fumo. La rivoluzione non è una
boite à surprise che scatta a piacere. Io non
la porto in tasca e non la portano nemmeno coloro
che del suo nome si riempiono la bocca rumorosamente
e all'atto pratico non vanno oltre al tafferuglio di
piazza, dopo la dimostrazioncella inconcludente,
magari col provvidenziale arresto che salva da guai
peggiori. Conosco la specie e gli uomini. Faccio la
politica da vent'anni. A guerra iniziata fra
Caviglia e Fiume, o c'era la possibilità di
scatenare grandi cose o altrimenti, per un senso di
pudore, bisognava evitare l'eccessivo vociare e le
sparate fumose, dileguate subito senza traccia e
senza sangue. La storia raccolta di fatti lontani
insegna poco agli uomini; ma la cronaca,storia che
si fa sotto gli occhi nostri, dovrebbe essere più
fortunata. Ora la cronaca ci dice che le rivoluzioni
si fanno coll'esercito, non contro l'esercito; colle
armi, non senza armi; con movimenti di reparti
inquadrati, non con masse amorfe, chiamate a comizi
di piazza. Riescono quando le circonda un alone di
simpatia da parte della maggioranza; se no, gelano e
falliscono. Ora, nella tragedia fiumana, esercito e
marina non defezionarono. Certo rivoluzionarismo
fiumano dell'ultima ora non si definiva; andava da
taluni anarchici a taluni nazionalisti. Secondo
taluni "emissari", si poteva mettere
insieme il diavolo e l'acqua santa; la nazione e
l'anti-nazione; Misiano e Delcroix. Ora io, dichiaro
che respingo tutti i bolscevismi, ma qualora
dovessi, per forza, sceglierne uno, prenderei quello
di Mosca e di Lenin, non fosse altro perché ha
proporzioni gigantesche, barbariche, universali.
Quale rivoluzione allora? La nazionale o la
bolscevica ? Una grande incertezza - complicata da
tante cause minori - confondeva gli animi, mentre la
nazione più che in un senso di rivolta per ciò
che accadeva attorno a Fiume, si raccoglieva in un
senso di dolore e una sola cosa auspicava: la
localizzazione dell'episodio e la sua rapida,
pacifica conclusione. Delle due l'una, nel caso che
ci fosse stata e non c'era assolutamente, dato il
contegno delle forze armate di cui disponeva il
governo, la possibilità di un moto
insurrezionale da parte nostra: o la disfatta o la
vittoria. Nel primo caso tutto sarebbe andato
perduto irreparabilmente nel baratro di una inutile
guerra civile. Facciamo pure per amore di polemica,
la seconda ipotesi; l'ipotesi della vittoria colla
caduta del governo e del regime. E nel secondo
tempo? Dopo la più o meno facile demolizione,
quale direzione avrebbe avuto la rivoluzione?
Sociale, come volevano taluni bolscevizzanti -
quelli della formula "sempre più a
sinistra", equivalente della grottesca
"corsa al più rosso" - o nazionale
e dalmatica e reazionaria come la volevano altri?
Non possibilità di conciliazione fra le due
correnti. Per una rivoluzione socialoide, che
significato avrebbero potuto avere ancora le
questioni territoriali e precisamente dalmatiche?
Nell'altro caso di una rivoluzione nazionale, contro
il trattato di Rapallo, il tutto si sarebbe limitato
ad un annullamento formale del trattato e a una
sostituzione di uomini, per poi addivenire a un
altro trattato, in un'altra Rapallo qualsiasi, poiché
un giorno o l'altro, la nazione avrebbe dovuto
finalmente avere la sua pace. Non si sanava un
episodio di guerra civile, scatenando più
ampia guerra, in un momento come quello che si
attraversava, e nessuno è capace di
prolungare e di creare artificiosamente situazioni
storiche conchiuse e superate. A chi sa elevarsi al
disopra delle meschine passioni e sa trarre una
sintesi del vario cozzare degli elementi, e scernere
il grano puro dal loglio equivoco, è concesso
il privilegio dell'anticipazione sul Natale fiumano
che può essere chiamato il punto d'incrocio
tragico fra la ragione di Stato e la ragione
dell'Ideale; il convegno terminale di tutte le
nostre deficienze e di tutte le nostre grandezze !
Il primo è quello di Fiume. Non sentiamo il
bisogno di accumulare frasi per ripetere la nostra
solidarietà colla città olocausta.
Abbiamo dato, proprio in questi giorni, le prove più
tangibili della nostra solidarietà al Fascio
Fiumano di Combattimento, per rimetterlo in
condizioni tali da impegnare la lotta contro la
croataglia che ritorna a farsi viva. L'azione dei
fascisti deve tendere a realizzare, per il momento,
l'annessione economica di Fiume all'Italia.
Sollecitare governo e privati. Nello stesso tempo
mantenere con ogni mezzo la fiamma dell'italianità,
in modo che all'annessione economica si passi in
breve a quella politica. A ciò si arriverà,
malgrado tutto. Tutta la solidarietà
fascista, nazionale e governativa dev'essere
concentrata su Zara, in modo che la piccola città
possa adempiere al suo delicato e grandioso compito
storico. Tutela efficace degli italiani rimasti
negli altri centri della Dalmazia. Niente collegio
separato per gli slavi in Istria o per i tedeschi
nell'Alto Adige. Non si può creare un
precedente siffatto che ci porterebbe molto lontano.
I francesi della Val d'Aosta, che sono, in realtà,
ottimi italiani, non hanno collegio speciale o altri
privilegi del genere. Questa duplice circoscrizione
sarebbe un errore gravissimo. Tocca ai fascisti del
Trentino e di Trieste, impedire a qualunque costo
che si compia. Gli orientamenti stabiliti l'anno
scorso - nell'adunata del Maggio a Milano - non sono
invecchiati o sorpassati. Il Fascismo gode fama di
essere "imperialista".Quest'accusa fa il
paio coll'altra di "reazionarismo". Il
Fascismo è anti-rinunciatario quando
"rinunciare" significa umiliarsi e
diminuirsi. A paragrafi:
1°)Il
Fascismo non crede alla vitalità e ai
principi che ispirano la cosiddetta Società
delle Nazioni. In questa Società le Nazioni
non sono affatto su un piede di eguaglianza. E' una
specie di santa alleanza delle nazioni plutocratiche
del gruppo franco-anglo-sassone per garantirsi -
malgrado inevitabili urti di interessi - lo
sfruttamento della massima parte del mondo.
2°)
Il Fascismo non crede alle Internazionali rosse che
muoiono, si riproducono, si moltiplicano, tornano a
morire. Si tratta di costruzioni artificiali e
formalistiche, che raccolgono piccole minoranze, in
confronto alle masse di popolazioni che vivendo,
movendosi e progredendo o regredendo, finiscono per
determinare quegli spostamenti di interesse, davanti
ai quali vanno a pezzi le costruzioni
internazionalistiche di prima, seconda, terza
maniera.
3°)
Il Fascismo non crede alla immediata possibilità
del disarmo universale.
4°)
Il Fascismo pensa che l'Italia debba fare,
nell'attuale periodo storico, una politica europea
di equilibrio e di conciliazione fra le diverse
Potenze.
Da
queste premesse generali consegue che i Fasci
Italiani di Combattimento chiedono:
a)
che i Trattati di pace siano riveduti e modificati
in quelle parti che si appalesano inapplicabili o la
cui applicazione può essere fonte di odi
formidabili e fomite di nuove guerre;
b)
l'annessione economica di Fiume all'Italia e la
tutela degli italiani residenti nelle terre
dalmatiche;
c)
lo svincolamento graduale dell'Italia dal gruppo
delle nazioni plutocratiche occidentali attraverso
lo sviluppo delle nostre forze produttive interne;
d)
il riavvicinamento alle nazioni nemiche - Austria,
Germania, Bulgaria, Turchia, Ungheria - ma con
atteggiamento di dignità, e tenendo fermo
alle necessità supreme dei nostri confini
settentrionali e orientali;
e)
creazione e intensificazione di relazioni amichevoli
con tutti i popoli dell'Oriente, non esclusi quelli
governati dai "Soviety" e del Sud-Oriente
europeo;
f)
rivendicazioni, nei riguardi coloniali dei diritti e
delle necessità della nazione;
g)
svecchiamento e rinnovamento di tutte le nostre
rappresentanze diplomatiche con elementi usciti da
facoltà speciali universitari;
h)
valorizzazione delle colonie italiane del
Mediterraneo e di oltre Atlantico con istituzioni
economiche e culturali e con rapide comunicazioni.
Ho
una fede illimitata nell'avvenire di grandezza del
popolo italiano. Il nostro è, fra i popoli
europei, il più numeroso e il più
omogeneo. E' destino che il Mediterraneo torni
nostro. E' destino che Roma torni ad essere la città
direttrice della civiltà in tutto l'Occidente
d'Europa. Innalziamo la bandiera dell'impero, del
nostro imperialismo che non deve essere confuso con
quello di marca prussiana o inglese. Commettiamo
alle nuove generazioni che sorgono la fiamma di
questa passione: fare dell'Italia una delle nazioni
senza le quali è impossibile concepire la
storia futura dell'Umanità. Respingiamo tutte
le stolide obiezioni dei sedentari che ci parlano di
analfabetismo e di pellagra ed altro, quando si vede
che mezzo secolo di "piede di casa" non ci
ha guariti da questi che non sono nè delitti,
nè vergogna. Al disopra dei pessimisti che
vedono tutto grande in casa altrui e tutto piccolo
in casa propria, dobbiamo avere l'orgoglio della
nostra razza e della nostra storia. La guerra ha
enormemente aumentato il prestigio morale
dell'Italia. Si grida: "Viva l'Italia"
nella lontana Lettonia e nella ancora più
lontana Georgia. L'Italia è l'ala tricolore
di Ferrarin, l'onda magnetica di Marconi, la
bacchetta di Toscanini, il ritorno a Dante, nel
sesto centenario della sua dipartita. Sogniamo e
prepariamo - con l'alacre fatica di ogni giorno -
l'Italia di domani, libera e ricca, sonante di
cantieri, coi mari e i cieli popolati dalle sue
flotte. con la terra ovunque fecondata dai suoi
aratri. Possa il cittadino che verrà dire
quel che Virgilio diceva di Roma: imperioum oceano,
famam qui terminet astris: ponga i termini
dell'Impero all'Oceano ma la sua fama elevi alle
stelle.