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Sono
10 anni che noi viviamo il grande dramma della
nazione che prende coscienza di se stessa.
Questo dramma comincia nel 1915, comincia con
la neutralità; quando la guerra
percorse come una folgore improvvisa gli
orizzonti del mondo. Tutti allora i cittadini
furono d'accordo nella neutralità, ma i
più intelligenti e i più animosi
compresero che la neutralità non poteva
essere fine a se stessa e ci furono degli
anticipatori allo scoppio della guerra, come
quei volontari che andarono a morire in Serbia
o come quelli che andarono a insanguinare le
Argonne.
Poi a mano a mano che i mesi passavano, il
travaglio è diventato più
profondo: bisognava scegliere e decidersi.
Quali le ragioni, quali gli elementi che
spingevano all'intervento dell'Italia nella
guerra mondiale? Vi era una corrente che
sosteneva la guerra in nome degli ideali di
libertà e di una idea umanitaria e di
giustizia; un'altra per la conquista dei
confini della Patria, e infine una terza
corrente che voleva la guerra non per
obbiettivi lontani e nemmeno per obbiettivi
territoriali, ma semplicemente per togliere la
Nazione da uno stato di inferiorità
morale. Certamente voi ricordate quei mesi che
si conclusero nel maggio radioso quando Genova
fu scossa dalla voce formidabile del Poeta e
Milano e Roma erano dominate dall'estremismo
popolare che travolse le ultime barriere. Fu
allora che per la prima volta il popolo si
impose al Parlamento; fu allora che per la
prima volta 300 deputati furono travolti dal
popolo che voleva essere arbitro dei suoi
destini. Non si può spiegare
l'intervento della moltitudine italiana senza
ricordare l'opera di Gabriele d'Annunzio, il
quale, quando molti esitavano ancora, scosse
nel maggio il popolo italiano in maniera
decisiva e indistruttibile. E fummo alla
guerra. Il popolo andò alla guerra con
entusiasmo.
Vi
furono duecentomila volontari: questo dimostra
che la guerra era popolare, ma anche la massa
mobilitata si recò alla frontiera con
alto senso del proprio dovere; ma, o signori,
la guerra non è un affare di ordinaria
amministrazione, come la sostituzione di un
Commissario Regio o la destituzione di un
Prefetto. La guerra che mette in giuoco
l'esistenza, l'avvenire, il destino di tutto
un popolo è l'atto più solenne
che questo popolo compie nella sua storia; e
allora è necessario di educare gli
uomini alla grandezza degli eventi.
Io
non discuto, non metto minimamente in dubbio
il patriottismo di coloro che in regime
demo-liberale condussero la guerra. Il
patriottismo è fuori questione. Ma il
demo-liberalismo ci diede una pagina assai
triste: non dobbiamo dimenticarlo. Quando la
vita della Nazione è in giuoco, non
esistono più diritti di singoli:
esistono i diritti dei popolo che deve essere
salvato ad ogni costo.
E
io affermo che se una più rigida
disciplina fosse stata imposta alla Nazione
senza differenza di fronti e di retrofronti,
molto probabilmente non avremmo avuto un
episodio triste che ancora ci turba. E
soprattutto, commilitoni, non bisognava
coltivare il cretinissimo principio che
consiste nell'accettare il male con la
semplice speranza che ne venga un bene, Era
meglio arrivare a Vittorio Veneto senza le
giornate dell'ottobre 1917. Basta con l'idolo
e basta con l'idolatria stupida dello
stellone; la storia deve insegnarci qualche
cosa.
D'altra
parte dopo quelle giornate il popolo ritrovò
se stesso. Ci fu la disciplina che i grandi
capi avevano invano richiesta dal fronte.
E
il popolo italiano mandò i suoi
giovanetti sul Piave; i mutilati, pure nello
strazio delle antiche ferite, ritornarono al
fronte per incuorare coloro che stavano in
trincea.
L'Italia
fu magnifica, fu superba, piena di entusiasmo,
di fede, di passione.
Avemmo
la vittoria trionfale nel giugno e la vittoria
non meno trionfale di Vittorio Veneto.
Chi
di voi non ricorda quei giorni inobliabili?
Però il popolo era nelle strade a
festeggiare la pace, non ancora la vittoria.
Umano, profondamente umano.
Ma
la vittoria non appariva ancora agli spiriti
con tutta la sua potenza creatrice e nemmeno
per tutto il 1919, a pace ultimata, ci fu
senso della vittoria, e nemmeno nel '20,
quando una nobile città dell'Alta
Italia, straziata dalle bombe nemiche, rifiutò
la croce di guerra.
Fu
nel 1921, quando un manipolo di deputati
fascisti alla Camera dei deputati scacciò
un disertore, che si cominciò a capire
che c'era qualche cosa di nuovo in Italia.
Il
fante era tornato dalle trincee, anzi era
stato disperso dalle trincee.
Quale
era il tuo bottino, o fante scalcinato, o
fante tricolore, per il rosso delle trincee
carsiche, per il bianco dei ghiacciai alpini e
per il verde della bile che ti avevano fatto
mangiare gli imboscati durante la guerra?
Eccolo il tuo bottino: il pacco vestiario. Ci
fossero state almeno delle soddisfazioni
morali!
Bisognava
portare almeno i nostri battaglioni superstiti
a sfilare nelle capitali nemiche; ma voi
sapete come all'ultimo minuto mutò la
scena.
Tu
non dovevi avere nemmeno quella soddisfazione.
Si
disse al fante: tu dovrai nascondere i segni
delle tue ferite; tu non dovrai portare i
simboli del valore sul tuo petto; tu dovrai
diventare numero della moltitudine e
dimenticarti di aver fatto la guerra perché
è l'ora dell'espiazione. È
questa la parola funebre, catastrofica venuta
dall'abisso dell'abiezione, che dominò
lo spirito del popolo in quel tempo. Si
voleva che si espiasse il delitto della
guerra: e si voleva un'inchiesta sulla guerra,
come se la guerra fosse una operazione
amministrativa qualunque e si volevano colpire
i grandi generali, verso i quali deve andare
la gratitudine del popolo anche se hanno
sbagliato, perché dobbiamo tener conto delle
enormi difficoltà che essi hanno in
certe ore guidando un esercito.
Intanto
i diplomatici si sedevano attorno a un tavolo
verde. Erano eloquenti o non erano eloquenti,
pensavano al popolo italiano o vi pensavano
pochissimo; ma la vittoria era ancora quasi
sconosciuta al popolo. Non la sentiva. Fu solo
più tardi nel 1922 che il popolo si
rese finalmente conto del miracolo che egli
aveva compiuto. Miracolo! Prodigio, prodigio
umano. Pensate, o commilitoni, alla storia
italiana di questo scorcio di secolo e vi
troverete quasi certamente il segno di Dio.
Pensate al periodo che va dal '20 al '48,
periodo delle cospirazioni, degli esili;
pensate alla guerra temeraria del piccolo
Piemonte del '48 e '49. E una delle cause
della rotta di Novara fu, lo hanno
riconosciuto gli storici, la eccessiva libertà
di stampa.
E
pensate che ad ogni tentativo di rompere in
guerra vi era il dissidio fra i municipalisti
retrivi e i democratici conservatori, quando
la guerra di Crimea era l'atto più
geniale che sia stato compiuto dalla
diplomazia in tutti i tempi.
Cavour
decideva di mandare 15.000 uomini in Crimea,
Mazzini si dichiarava contrario a questa
impresa, mentre Garibaldi l'appoggiava.
Persino v'era chi non voleva votare i bilanci
militari. Ed aveva ragione Carlo Alberto il
magnanimo quando, andando ad Oporto, diceva
agli italiani: siate un po' più uniti e
diventerete invincibili.
Malgrado
ciò, per il sacrificio, per la volontà
crescente, per l'impulso dato dal Piemonte,
per tutti i martirii sopportati da tutti i
patrioti di tutte le regioni d'Italia, il gran
passo era compiuto nel 1870. Poi, nel 1915,
non la sola fatalità storica, ma anche
la volontà umana spinge a brandire la
spada. Abbiamo conquistato i confini veramente
sacri e inviolabili, i confini del Brennero e
del Nevoso; guai a chi li tocca. Tutto il
popolo in questo caso urgerebbe alle frontiere
nel desiderio della guerra e della battaglia.
Perché io affermo che con oggi il popolo ha
il senso della vittoria? Prego di seguirmi in
questa formulazione del mio pensiero che
cercherò di rendere il più
esatta possibile.
Il
regime precedente al nostro, il regime
demo-liberale, ignorò le masse. In un
secondo tempo non le ignorò più,
ma le abbandonò agli altri che le
innalzarono contro lo Stato. Oggi, quando
vedete i reduci marciare a tre e a quattro,
quando vedete questa magnifica disciplina del
popolo italiano che marcia nelle strade non più
a forma di gregge come una volta, ma a
battaglioni serrati, voi vi rendete conto che
una profonda trasformazione si è
operata nell'animo del popolo italiano; vi
rendete conto che il popolo italiano è
entrato nello Stato. È un atto di
vittoria. Chi poteva dopo la guerra, e
lavorando sul materiale della guerra, sulle
passioni, i trionfi ed anche sulle delusioni
della guerra, chi poteva avvicinare questo
popolo ostile o indifferente o dimenticato
allo Stato? Chi? Il Fascismo.
Non il liberalismo. Non il socialismo. Le
masse oggi riconciliate con la Nazione entrano
per la grande porta spalancata dalla
Rivoluzione fascista nello Stato, e lo Stato
con la Monarchia in alto allarga
smisuratamente le sue basi e non ci sono più
soltanto dei sudditi, ci sono cittadini; non
c'è soltanto una popolazione, ma c'è
un popolo cosciente. Questo è il
problema, questa è la verità
della storia diventata pane dello spirito
consapevole degli italiani.
O commilitoni, la vittoria non è punto
di arrivo! È un punto di partenza. Non
è una meta, è una tappa. La
vittoria non è una comoda poltrona,
nella quale ci si adagia durante le solenni
commemorazioni. No, è un aculeo,
è uno sprone, che ci spinge alle vette
faticose; la vittoria non deve essere il
pretesto per una commemorazione annuale per
avere poi l'indulgenza di dormirci su gli
altri 364 giorni!
Io
reagisco nettissimamente contro questa
concezione passiva, statica, inerte della
vittoria. La vittoria è un patrimonio
ricchissimo, sul quale è rigorosamente
proibito di vivere di rendita. Bisogna ogni
giorno rinnovarlo, ogni giorno fortificarlo,
ogni giorno renderlo più efficiente, più
armato, più lucente, in modo che
domani, se il destino voglia, la vittoria sia
la pedana dalla quale si balza all'avvenire.
Questo
senso augusto e solenne della vittoria deve
essere presente. Perché la pace è
certamente un desiderio umano, di tutti gli
individui e di tutti i popoli, specie dopo una
lunga guerra. Or bene, io vi dichiaro
recisamente che, mentre credo e spero in un
periodo di pace abbastanza lungo, non sono
ancora arrivato a un grado così eccelso
di ottimismo da credere alla pace duratura per
i secoli.
Io
partecipo, l'Italia partecipa, il Governo
italiano naturalmente, a tutti i tentativi che
si fanno per stabilizzare la pace, ma
all'indomani del più grande avvenimento
pacifista di questi ultimi tempi, il cannone
ha tuonato ancora in Macedonia, tuona ancora
sui bordi orientali del Mediterraneo e,
proprio all'indomani, 60 mila combattenti in
una grande città di oltre frontiera
sfilavano in parata sognando una rivincita.
Guardiamo con un occhio alla colomba della
pace che pura si leva negli orizzonti lontani,
ma con l'altro occhio guardiamo alle necessità
concrete della vita, alla storia che non può
essere contenuta in nessun trattato, alla
storia che ci mostra il sorgere, il crescere,
il declinare degli individui e dei popoli,
alla storia che crea i grandi squilibri
fatali. Speriamo che la storia di domani abbia
un corso diverso da quello di ieri, ma
nell'attesa di questo miracolo noi dobbiamo
agguerrirci, noi dobbiamo avere un esercito
potente, una marina valida, una aviazione che
domini i cieli, e soprattutto uno spirito in
tutte le classi del popolo disposto al
sacrificio.
Nel
1826, dopo la spedizione infelice della
Savoia, Giuseppe Mazzini si domandava: «E
se questa Patria non fosse che una illusione ?
E se l'Italia, esaurita da due epoche di
civiltà, fosse oggi condannata a
giacere senza nome e senza missione, aggiogata
a nazioni più giovani e rigogliose di
vita?». Quando Mazzini dettava queste
parole, il suo animo era sconvolto da quella
che si può chiamare «la tempesta
del dubbio». Oggi, dopo un secolo,
è ineffabile per noi, italiani di
questa generazione, poter sciogliere questo
dubbio angoscioso e dare, attraverso Vittorio
Veneto, la risposta trionfale a questo
interrogativo.
No!
La Patria non è una illusione, la
Patria è la più grande, la più
umana, la più pura delle realtà!
No! L'Italia non si è esaurita nella
prima e nella seconda civiltà e ne sta
creando una terza!
Nel
nome del Re e nel nome dell'Italia, col
braccio, con lo spirito, col sangue, con la
vita, commilitoni, la creeremo.
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