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Sire,
Graziosa Regina, il monumento che su questo
colle garibaldino il Governo fascista ha
voluto dedicare alla memoria di Anita, la
rappresenta galoppante, nell'atteggiamento di
guerriera che insegue il nemico e di madre che
protegge il figlio. L'artista insigne ci ha
così dato, oltre l'effigie, lo spirito
di Anita che conciliò sempre, durante
la rapida avventurosa sua vita, i doveri alti
della madre con quelli della combattente
intrepida a fianco di Garibaldi. È nel
cinquantenario della morte dell'Eroe,
cinquantenario che volemmo celebrato come
nazionale solennità, che il monumento
si inaugura alla Vostra Augusta presenza, alla
presenza dei discendenti di Garibaldi e dei
prodi veterani garibaldini, alla presenza
ideale di tutto il popolo italiano. Di
Garibaldi fu detto, e prima e dopo la morte,
dalla storia, dall'arte, dalla poesia, dalla
leggenda che vive nelle anime delle
moltitudini più a lungo della storia.
Adolescenti, il nome di Garibaldi ci apparve
circonfuso dalle luci di questa leggenda, e
oggi, a distanza di anni, la ragione non ha
illanguidito quell'entusiasmo che scaldava i
nostri cuori. Cresciuti nel nuovo secolo e
pure essendo, nel tempo, lontani dalle gesta
di lui, rivendichiamo il diritto e il dovere
di ricordarlo e di onorarlo. Questo diritto e
dovere ci viene dall'aver voluto l'intervento
con animo e con minoranze garibaldine,
dall'essere intervenuti, dall'avere imposto la
guerra sino alla vittoria, dall'avere difesa -
nuovamente col sangue - questa vittoria,
salvata ormai nel suo spirito non più
comprimibile e nel suo certo futuro.
Gli
italiani del nostro eccezionale e durissimo
tempo, che questo hanno fatto non sono nuclei
rari, ma milioni, da un capo all'altro
d'Italia, disciplinati per la prima volta dopo
l'impero di Roma, in masse di combattimento.
Gli italiani del ventesimo secolo hanno
ripreso tra il '14 e il '18, sotto il comando
Vostro, o Sire, la marcia che Garibaldi nel
1866 interruppe a Bezzecca, col suo laconico
ed enigmatico Obbedisco e l'hanno continuata
sino al Brennero, sino a Trieste, a Fiume, a
Zara, sul culmine del Nevoso, sull'altra
sponda dell'Adriatico. Le Camicie nere che
seppero lottare e morire negli anni della
umiliazione, sono anche politicamente sulla
linea ideale delle Camicie rosse e del loro
Condottiero. Durante la sua vita Egli ebbe il
cuore infiammato da una sola passione: l'unità
e l'indipendenza della Patria. Uomini e
partiti, ideologie e declamazioni di
assemblee, le quali ultime Garibaldi disdegnò,
propugnatore come Egli era delle «illimitatissime
dittature» nei tempi difficili, mai lo
piegarono, né lo distolsero da questa mèta
suprema.
La
vera, la sovrana grandezza di Garibaldi
è in questo suo carattere di Eroe
nazionale, nato dal popolo, e in pace e in
guerra sempre rimasto col popolo. Le
guerriglie di America non sono che un
preludio. Digione un epilogo. Fra i due
periodi giganteggia Garibaldi, che ha un solo
pensiero, un solo programma, una sola fede:
l'Italia; coerente di una perfetta coerenza,
che gli apologeti postumi del suo nome non
sempre compresero. Fu coerente e quando
offriva la sua spada a Pio IX e quando, venti
anni dopo, lanciava i suoi disperati legionari
sulle colline di Mentana; coerente quando
collaborava con Cavour, seguiva Mazzini,
serviva Vittorio Emanuele II, osava ad
Aspromonte; soprattutto coerente quando
dimenticava le crudezze e le insufficienze di
molti contemporanei, poiché sempre e dovunque
la sua parola d'ordine era: «Italia
avanti tutto, Italia e Vittorio Emanuele!».
Dal
1830 al 1870, per 40 anni, il nome e le gesta
di Garibaldi riempiono la storia d'America e
d'Italia e influiscono su quella d'Europa. Il
principio di nazionalità, per il quale
combatte, suscita moti nelle nazioni oppresse
dalla Vistola al Danubio; quegli echi
rimangono ancora e il nome di Garibaldi, nelle
masse profonde di taluni popoli, evoca le
immagini e gli entusiasmi di una volta. Se la
difesa di Roma del 1849 fu superba e vermiglia
di eroismi inobliabili, che basterebbero da
soli a illuminare di gloria un popolo intero -
chi, tra gli italiani degni di questo nome,
dimenticherà mai i Mameli, i Daverio, i
Morosini, i Manara, i Dandolo e i Masina? - la
marcia dei Mille da Marsala al Volturno,
guerra e rivoluzione insieme, è
l'evento portentoso che salda per sempre
l'unità della patria.
Ci
sono nella vita, anche in quella di Garibaldi,
le minori e mediocri cose che accompagnano
inevitabilmente l'azione: polemiche,
ingratitudine, abbandoni; un uomo non sarebbe
più grande, se non fosse uomo fra
uomini. Ma la storia ha già tratto
dalle fatali antitesi la sintesi delle
definitive giustizie e Garibaldi è più
vivo, più alto, più possente che
mai nella coscienza della Nazione e nella
coscienza universale. Le generazioni del
nostro secolo, cariche già di
sanguinose esperienze, attraverso la più
grande guerra che l'umanità ricordi, si
volgono a Garibaldi con occhio al quale non fa
più velo la passione antica.
L'Italia,
che ha raggiunto le sue intangibili frontiere
e ha portato le sue bandiere e la sua civiltà
verso il centro dell'Africa; l'Italia, che si
prepara a vivere una vita ancora più
ampia, ama ed esalta in Garibaldi il
navigatore dei mari e degli oceani, il
generale che strappò tutte le vittorie
e si piegò a tutte le rinuncie; che
offrì alle sue Camicie rosse non onori,
ne spalline, ma «per tenda il cielo, per
letto la terra, per testimonio Iddio»;
che conobbe la solitudine di una cella e
l'apoteosi di Londra; il rurale, come Egli
stesso si definì, che, nelle soste tra
le battaglie e toccato il crepuscolo, amò
la fatica e la gente dei campi e, prima di
morire, progettò la grande bonifica
dell'Agro Romano; l'Uomo che disdegnò
onori e ricchezze e fu povero come un asceta e
generoso più di Cesare. In lui si
riassunsero e sublimarono le qualità
migliori del popolo italiano e quelle
peculiari della schiatta ligure, solida e
coraggiosa, pratica ed idealista ad un tempo.
Sono
passati 50 anni dal giorno in cui il suo cuore
gagliardo cessò di battere ed i suoi
occhi si chiusero, dopo un'estrema visione di
dolcezza che gli ricordava i suoi figli.
L'isola solitaria è diventata, da
allora, uno dei luoghi sacri della Patria e
tale resterà nei secoli!
Sire,
Graziosa Regina! se per un prodigio il
Cavaliere bronzeo, che sorge qui vicino,
diventasse uomo vivo e aprisse gli occhi, mi
piace sperare che Egli riconoscerebbe la
discendenza delle sue Camicie rosse nei
Soldati di Vittorio Veneto e nelle Camicie
nere, che da un decennio continuano, sotto
forma ancora più popolare e più
feconda, il suo volontarismo, e che sarebbe
lieto di posare il suo sguardo su questa Roma
luminosa, vasta, pacificata, che egli amò
d'infinito amore e che, fin dai primi anni di
giovinezza, identificò con l'Italia!
Sire!
Finchè su questo colle dominerà
la statua dell'Eroe, sicuro e forte sarà
il destino della Patria.
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