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Il
Governo si associa alle alte e commosse parole
pronunciate dal Presidente di questa
Assemblea. Parole di esultanza, di rimpianto,
di esecrazione. Di esultanza perché lo
scempio micidiale lasciò illesa la
sacra persona del Re; di rimpianto per le
vittime innocenti, falciate improvvisamente
dalla morte, e vi furono tra esse donne,
fanciulli, soldati; di esecrazione per gli
autori di tanta strage. All'annuncio del
luttuoso evento, la Nazione fu profondamente
rattristata. Milano non meritava tale
mortificazione e tale dolore, proprio nel
giorno in cui si apprestava a mostrare al
mondo, con una esposizione superba, presenti
ben seimila espositori, i progressi compiuti
in questi ultimi anni dall'Italia. Milano,
instancabile nel suo lavoro, inesauribile
nelle sue iniziative, incrollabile nel suo
patriottismo; Milano, asse dell'economia
italiana, non è rimasta che poche ore
sotto il peso della sanguinosa onta. Già
nel pomeriggio della stessa giornata, Milano
raccoglieva a masse innumeri il suo popolo per
onorare il Re. Composti religiosamente e
solennemente nelle fosse i suoi cittadini
caduti, Milano riprendeva il suo intenso
lavoro, al quale sono per tanta parte legate
le fortune d'Italia.
Come
bene disse testè il Presidente di
questa Assemblea, l'illusione dei criminali
non poteva avere durata più breve. La
disciplina della Nazione rifulse come non mai
nella tragica giornata, e quanto al Regime,
è semplicemente insensato illudersi che
attentati del genere possano in qualsiasi
guisa indebolirlo. C'è ancora una
parola che dovrà essere pronunciata
prima che il tempo fuggevole e l'oblio pietoso
allontanino dalle memorie l'episodio barbaro
del 12 aprite: i morti, i feriti, i vivi
vogliono palese ma severa giustizia.
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