Fascisti
dell'Emilia e della Romagna ! Cittadini bolognesi !
Tutte le circostanze, a cominciare dalle accoglienze
di ieri sera, dai canti di questa notte, a questo
magnifico mareggiare di teste, al saluto che io
accettai con trepida venerazione, dalla vedova del
nostro indimenticabile Giulio Giordani, (applausi)
alla presenza in un palco di due donne eroiche,
vedove di eroi grandissimi: parlo di Battisti e di
Venezian (applausi); tutto ciò
potrebbe trascinarmi sopra un terreno dell'eloquenza
che non è la mia. Ma io credo, io sono quasi
certo che voi non vi attendete da me un discorso
retorico, ma vi attendete da me un discorso duro ed
aspro, come è nel mio costume. Ed allora noi
ci parleremo schiettamente, fascisticamente. Io
ringrazio l'avv. Grandi che mi ha presentato a voi
con parole troppo lusinghiere: io le accetto e credo
di non commettere un peccato di orgoglio. Potrei
dirvi socraticamente che se ognuno deve conoscere se
stesso, anche io conosco e devo conoscere me stesso (applausi).
Come è nato questo fascismo, attorno al quale
è così vasto strepito di passioni, di
simpatie, di odi, di rancori e di incomprensione?
Non è nato soltanto dalla mia mente o dal mio
cuore: non è nato soltanto da quella riunione
che nel 1919 noi tenemmo in una piccola sala di
Milano. E' nato da un profondo, perenne bisogno di
questa nostra stirpe ariana e mediterranea che ad un
dato momento si è sentita minacciata nelle
ragioni essenziali della esistenza di una tragica
follia e da una favola mitica che oggi crolla a
pezzi nel luogo stesso ove è nata (applausi).
Noi sentimmo allora, noi che non eravamo i maddaleni
pentiti; noi che avevamo il coraggio di esaltare
sempre l'intervento e le ragioni delle giornate del
1915; noi che non ci vergognavamo di avere
sbaragliato l'Austria sul Piave e di averla poi
mandata in frantumi a Vittorio Veneto; noi che
volemmo una pace vittoriosa, noi sentimmo subito,
appena cessata l'esaltazione della vittoria, che il
nostro compito non era finito. Difatti ad ogni
volgere di stagione si dice che il mio compito e il
compito delle forze che mi seguono, sia finito. Nel
Maggio 1915, quando i fasci di azione rivoluzionaria
avevano spazzato da tutte le strade, da tutte le
piazze e le vie d'Italia, perfino nei più
piccoli borghi d'Italia il neutralismo parecchista,
si disse: Mussolini non ha più niente da dire
alla nazione. Ma quando vennero le tragiche e tristi
giornate di Caporetto, quando Milano era grigia e
terrea perché sentiva che se gli austriaci
passavano e venivano nella città delle cinque
giornate sarebbe stata la fine dell'Italia tutta,
allora noi sentimmo di avere ancora una parola di
dire. E dopo la vittoria, quando sorse la scuola
della rinunzia più o meno democratica, che
intendeva amputare la vittoria, noi fascisti avemmo
il supremo spregiudicato coraggio di dirci
imperialisti ed antirinunciatari. Fu quella la prima
battaglia che demmo nel Teatro della Scala nel
Gennaio 1919. Ma come? Avevamo vinto, avevamo vinto
noi per tutti, avevamo sacrificato il fior fiore
della nostra gioventù, e poi si veniva a noi
coi conti degli usurai, degli strozzini. Ci si
contendevano i termini sacri della patria, e c'erano
in Italia dei democratici, la cui democrazia
consiste nel fare l'imperialismo per gli altri e nel
rinnegarlo per noi (applausi), che ci
lanciavano questa stolta accusa, semplicemente perché
intendevamo che il confine d'Italia al nord dovesse
essere il Brennero, dove sarà fin che ci sarà
il sangue di un italiano in Italia (applausi).
Intendevamo che il confine orientale fosse al
Nevoso, perché la' sono i naturali, giusti confini
della Patria e perché non eravamo sordi alla
passione di Fiume e perché portavamo nel cuore lo
spasimo del fratelli della Dalmazia, perché infine
sentivamo vivi e vitali quei vincoli di razza che
non ci lega soltanto agli italiani da Zara a Ragusa
ed a Cattaro, ma che ci lega anche agli italiani del
Canton Ticino, anche a quegli italiani che non
vogliono più esserlo, a quelli di Corsica, a
quelli che sono al di la' dell'Oceano, a questa
grande famiglia di 50 milioni di uomini che noi
vogliamo unificare in uno stesso orgoglio di razza (applausi).
Si notavano già le prime avvisaglie della
offensiva pussista. Milano il 16 Febbraio
assistette, fra lo sgomento e il terrore di una
borghesia infiacchita e trepidante, ad una sfilata
di 20 mila bolscevichi i quali, dopo aver inneggiato
a Lenin dall'alto dei torrioni del castello, dissero
che la rivoluzione bolscevica era imminente. Allora
io uscii all'indomani con un articolo che fece una
certa impressione anche ad alcuni amici. Era
intitolato:"Contro il ritorno della bestia
trionfante".Era un articolo in cui si diceva:
noi siamo disposti a convertire le piazze delle città
d'Italia in tante trincee munite di reticolati per
vincere la nostra battaglia, per dare l'ultima
battaglia contro questo nemico interno. E la
battaglia disfattista iniziatasi con quella parata
continuò per tutta l'estate quando fu
rimestata fino alla nausea quella inchiesta sul
disastro di Caporetto che un ministro infame,
infamabile, da infamarsi ( morte a Nitti, morte a
Cagoia, viva d'Annunzio, applausi) aveva dato in
pasto alla esasperazione ed ai giusti dolori di gran
parte del popolo italiano. Anche allora noi fascisti
avemmo il coraggio di difendere certe azioni che col
misurino della morale corrente non sono forse
difendibili. Ma, o signori, la guerra è come
la rivoluzione: si accetta in blocco: non si può
scendere al dettaglio: non si può e non si
deve. Ma intanto questa campagna aveva le sue
risultanze elettorali. Un milione e 850.000 elettori
misero nell'urna la scheda con la falce e il
martello: 156 deputati alla Camera. Pareva imminente
la catastrofe. Io fui ripescato suicida nelle acque
niente affatto limpide del vecchio Naviglio. Ma si
dimenticava una cosa: si dimenticava il mio spirito
tenacissimo e la mia volontà qualche volta
indomabile. Io, tutto orgoglioso del miei
quattromila voti, e chi mi ha visto in quei giorni
sa con quanta disinvoltura accettassi questo
responso elettorale, dissi: la battaglia continua !
Perché io credevo fermamente che giorno sarebbe
venuto in cui gli italiani si sarebbero vergognati
delle elezioni del 16 Novembre, giorno sarebbe
venuto in cui gli italiani non avrebbero più
eletto in due città quell'ignobile disertore
che io in questo momento non voglio nominare (applausi:
morte a Misiano!). Tanto è vero che
costui oggi essendo incapace di vivere nel dramma
scende nella farsa e dopo avere disprezzato la
guardia regia chiede a quella divisa la impunità
e la salvezza. Ma ancora non è finito
l'avvento di questo fascismo, di questo movimento
straripante, di questo movimento giovane,
ardimentoso ed eroico. io solo qualche volta , io
che rivendico la paternità di questa mia
creatura così traboccante di vita, io posso
qualche volta sentire che il movimento ha già
straripato dai modesti confini che gli aveva
assegnato. Infine noi fascisti abbiamo un programma
ben chiaro: noi dobbiamo procedere innanzi preceduti
da una colonna di fuoco, perché ci si calunniava e
non ci si voleva comprendere. E per quanto si possa
deplorare la violenza, è evidente che noi per
imporre le nostre idee ai cervelli dovevamo a suon
di randellate toccare i crani refrattari. Ma noi non
facciamo della violenza una scuola, un sistema o
peggio ancora una estetica. Noi siamo violenti tutte
le volte che è necessario esserlo. Ma vi dico
subito che bisogna conservare alla violenza
necessaria del fascismo una linea, uno stile
nettamente aristocratico o se meglio vi piace
nettamente chirurgico. Le nostre spedizioni
punitive, tutte quelle violenze che occupano le
cronache dei giornali, devono avere sempre il
carattere di una giusta ritorsione e di una
legittima rappresaglia. Perché noi siamo i primi a
riconoscere che è triste dopo avere
combattuto contro i nemici di fuori combattere ora
contro i nemici di dentro che vogliono o non
vogliono sono italiani anch'essi. Ma è
necessario, e fin che sarà necessario
assolveremo al nostro compito in questa dura ingrata
fatica. Ora i democratici, i repubblicani, i
socialisti ci muovono accuse di diverso genere. I
socialisti fino a ieri hanno detto che siamo venduti
ai pescicani o all'agraria. Non ci sarebbero
pescicani sufficienti in Italia per sovvenzionare un
movimento come il nostro e d'altra parte vi devo
dire che sarebbero pescicani piuttosto stupidi perché
fin dal Marzo 1919 noi nei postulati fascisti
abbiamo messo dei provvedimenti fiscali assai gravi
e che sono in ogni caso antipescecaneschi. Le altre
accuse che ci da la democrazia sono ridicole, le
accuse che ci fanno i repubblicani altrettanto. Io
non mi spiego come dei repubblicani possano essere
contrari ad un movimento che è
tendenzialmente repubblicano. Io comprenderei che
fossero contrari ad un movimento tendenzialmente
monarchico. Ci si dice: voi non avete pregiudiziali.
Non ne abbiamo ed è nostro vanto non averne.
Ma voi dovete spiegarvi il fenomeno dell'ira e della
incomprensione dei socialisti. I socialisti avevano
in Italia costituito uno stato nello Stato. Se
questo nuovo stato fosse stato più liberale,
più moderno, più vicino all'antico,
niente in contrario. Ma questo stato, e voi lo
sapete per esperienza diretta, era uno stato più
tirannico, più illiberale, più
camorrista del vecchio, per cui questa che noi
compiamo oggi è una rivoluzione che spezza lo
stato bolscevico nell'attesa di fare conti con lo
stato liberale che rimane. (Applausi). C'è
chi pensa che la crisi socialista sia soltanto una
crisi di uomini, di questi piccoli uomini che voi
conoscete, i Bucco, i Zanardi, i Bentini (urla di
abbasso)e simile tritume umano; ma la crisi
è più profonda, cari amici, è
un tracollo di tutti i valori. Non è soltanto
una fuga più o meno ignobile di uomini perché
fra tutte le cose assurde c'è stata questa:
di battezzare il socialismo come scientifico. Ora di
scientifico non c'è niente al mondo. La
scienza ci spiega il come dei fenomeni, ma non ci
spiega anche il perché di essi. Ora se non c'è
niente di scientifico in quelle che si chiamano le
scienze esatte, pensate se non era assurdo, se non
era grottesco gabellare per scientifico un movimento
vasto, incerto, oscuro, sotterraneo come è
stato il movimento socialista il quale ha avuto una
funzione utile in un primo tempo, quando si è
diretto a queste plebi oppresse e le ha fatte
scattare verso nuove forme di vita. Voi converrete
con me che non si torna indietro. Non si deve fare
del contrabbando stolto, reazionario o conservatore
sotto il gagliardetto del fascismo. Non si può
pensare a strappare alle masse operaie le conquiste
che hanno ottenuto con sacrifici. Noi siamo i primi
a riconoscere che una legge dello Stato deve dare le
otto ore di lavoro e che ci deve essere una
legislazione sociale rispondente alle esigenze dei
tempi nuovi. E ciò non perché riconosciamo
la maestà di S.M. il proletariato. Noi
partiamo da un altro punto di vista. Ed è
questo: che non ci può essere una grande
nazione capace di grandezza attuale e potenziale se
le masse lavoratrici sono costrette ad un regime di
abbrutimento. (Applausi) E' necessario quindi
che attraverso ad una predicazione e ad una pratica
che io chiamerei mazziniana, la quale concilii e
debba conciliare il diritto col dovere, è
necessario che questa massa enorme di diecine di
milioni di gente che lavora, che questa enorme massa
sia portata sempre più ad un livello
superiore di vita. E' stolto ed assurdo dipingerci
come nemici della classe lavoratrice e laboriosa.
Noi ci sentiamo fratelli in ispirito con coloro che
lavorano: Ma non facciamo distinzioni assurde, ma
non mettiamo al primo piano il callo, specie se
è al cervello. Noi non mettiamo sugli altari
la nuova divinità del lavoratore manuale. Per
noi tutti lavorano: anche l'astronomo che sta nella
sua specula a consultare la traiettoria delle stelle
lavora, anche il giurista, l'archeologo, lo studioso
di religioni, anche l'artista lavora, quando
accresce il patrimonio dei beni spirituali che sono
a disposizione del genere umano: lavora anche il
minatore, il marinaio, il contadino. Noi vogliamo
appunto che tutti i lavori si compendino e si
integrino a vicenda: vogliamo che tra spirito e
materia, fra cervello e braccio si realizzi la
comunione, la solidarietà della stirpe. Ed
allora questo fascismo è la ventata di tutte
le eresie che batte alle porte di tutte le chiese. E
dice ai vecchi sacerdoti più o meno piagnoni:
Andatevene da questi tempi che minacciano rovina,
perché la nostra eresia trionfante è
destinata a portare la luce in tutti i cervelli, a
tutti gli animi. E diciamo a tutti: piccoli e grandi
uomini della scena politica nazionale, diciamo fate
largo che passa la giovinezza d'Italia che vuole
imporre la sua fede e la sua passione. E se voi non
farete spontaneamente largo, voi sarete travolti
dalla nostra universale spedizione punitiva che
raccoglierà in un fascio gli spiriti liberi
della nazione italiana. (Applausi) Siamo
dinanzi ad un fatto che è il fatto
elettorale. Essendo la camera vecchia e peggio che
vecchia, fradicia ed imputridita, essendo tutti i
protagonisti di questa semitragedia degli uomini
usati ed abusati, stanchi e peggio ancora stracchi,
si impone la nuova consultazione elettorale. Ebbene,
non sentite voi che se le elezioni del 1919 furono
disfattiste e misianesche, le elezioni del 1921
saranno nettamente fasciste? Non sentite voi che il
timone dello Stato non ritornerà più
ai vecchi uomini della vecchia Italia: nè a
Salandra, nè a Sonnino, nè al
lacrimoso Orlando, nè al porcino Nitti? Non
sentite voi che il timone passa per un trapasso
spontaneo da Giovanni Giolitti, l'uomo del parecchio
neutralista, del 1915 a Gabriele D'Annunzio che
è un uomo nuovo? (Applausi, ovazioni
prolungate: Viva D'Annunzio). Questi vostri
applausi dicono molte cose: e disperdono equivoci
che sono già dispersi. Ho ricevuto oggi un
messaggio in base al quale posso affermare
sinceramente che il dissidio creato più o
meno ad arte fra quelli che hanno difeso Fiume - e
noi tributeremo sempre loro l'omaggio della nostra
riconoscenza - e noi che la difendemmo all'interno,
non ha ragione di essere. E Gabriele D'Annunzio porrà
fine a questo dissidio che più che da
legionari partiva da certi politicanti che forse non
erano neppure a Fiume quando a Fiume ci si batteva
sul serio. E credo di aver detto a sufficienza perché
tutti mi comprendano. (Applausi) Altro
elemento di vita del fascismo è l'orgoglio
della nostra italianità. A questo proposito
sono lieto di annunziarvi che abbiamo già
pensato alla giornata fascista: se i socialisti
hanno il 1° Maggio, se i popolari hanno il 15
Maggio, se altri partiti di altro colore hanno altre
giornate, noi fascisti ne avremo una: ed è il
Natale di Roma. il 21 Aprile. In quel giorno noi,
nel segno di Roma Eterna, nel segno di quella città
che ha dato due civiltà al mondo e darà
la terza, noi ci riconosceremo e le legioni
regionali sfileranno col nostro ordine che non
è militaresco e nemmeno tedesco, ma
semplicemente romano. Noi anche così abbiamo
abolito e tendiamo ad abolire il gregge, la
processione: noi aboliamo tutto ciò e
sostituiamo a queste forme di manifestazione
passatiste la nostra marcia che impone un controllo
individuale ad ognuno, che impone a tutti un ordine
ed una disciplina. Perché noi vogliamo appunto
instaurare una solida disciplina nazionale, perché
pensiamo che senza questa disciplina l'Italia non può
divenire la nazione mediterranea e mondiale che
è nei nostri sogni. E quelli che ci
rimproverano di marciare alla tedesca, devono
pensare che non siamo noi che copiamo i tedeschi, ma
sono questi che copiavano e copiano i romani, per
cui siamo noi che ritorniamo alle origini, che
ritorniamo al nostro stile romano, latino e
mediterraneo. E non abbiamo pregiudiziali: non le
abbiamo perché non siamo una chiesa: siamo un
movimento. Non siamo un partito: siamo una palestra
di uomini liberi. Quando uno è stufo di
essere fascista ha venti botteghe e venti chiese cui
battere alla porta, per domandare ospitalità.
Non abbiamo nemmeno istituti: li riteniamo
superflui. Il nostro è un esercito che si
riconosce dalla sua passione e dalla disciplina
volontaria: che si riconosce soprattutto per
ritenersi non guardia di un partito o di una
fazione, ma soltanto guardia della nazione. Ci
riconosciamo soprattutto dall'amore che sentiamo per
l'Italia, per l'Italia resa e raffigurata nella sua
storia, nella sua civiltà e raffigurata anche
nella sua struttura geografica ed umana. Ieri mentre
il treno mi portava a Bologna, io mi sentivo
veramente legato con le cose e con gli uomini, mi
sentivo legato a questa terra, mi sentivo parte
infinitesimale di quel magnifico fiume che corre
dalle Alpi all'Adriatico, mi riconoscevo fratello
nei contadini, che avevano il gesto sacro e grave di
colui che lavora la terra; mi riconoscevo nel cielo
azzurro che suscitava la mia inestinguibile passione
del volo, mi riconoscevo in tutti gli aspetti della
natura e degli uomini. Ed allora una preghiera
profonda saliva dal mio cuore. E' la preghiera che
tutti gli italiani dovrebbero recitare quando le
aurore incendiano il cielo o quando i crepuscoli
obnubilano la terra. Noi italiani del secolo XX, noi
che abbiamo veduto la grande tragedia del compimento
nazionale, noi che portiamo nel profondo nel nostro
animo il ricordo di tutti i nostri morti, che sono
la nostra religione, noi, o cittadini d'Italia,
facciamo un solo giuramento, un solo proposito:
vogliamo essere gli artefici modesti, ma tenaci
delle sue fortune presenti e avvenire. (Applausi
ed ovazioni)