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Popolo
di Perugia! Popolo dell'Umbria tutta!
Non
ti stupire se io comincio il mio discorso con un atto
di contrizione. Non mi vergogno di dirti che questa
è la prima volta nella mia vita che vengo nella
tua mirabile e bellissima città, la quale mi
è balzata incontro con la sua cordialità
profonda, mentre il suo cielo purissimo, la sua aria
trasparente, il suo orizzonte chiaro, dolce e quasi
senza confine, mi spiegano come questa terra sia
quella che ha celebrato a volta a volta l'eroismo e la
santità.
Questa
è l'ultima tappa del viaggio di celebrazione
della marcia su Roma. Abbiamo ripercorso in pochi
giorni il cammino di molti anni e forse di molti
secoli. In questa tappa, nella mia duplice qualità
di capo del Governo e di capo del fascismo, voglio
porgere il mio saluto, il ringraziamento fraterno a
coloro che lavorarono con me in quella che fu un'ora
suprema nella storia della nazione. Parlo degli uomini
del Quadrumvirato.
E
comincio da te, generale Emilio De Bono (applausi
vivissimi), guerriero intrepido di molti anni e di
molte battaglie, col petto onusto dei segni del
valore, giovane malgrado la lieve neve che incornicia
il tuo volto maschio e fiero. (Le camicie nere
gridano alti «alalà!»). Chiamo
te, Cesare De Vecchi, combattente decoratissimo,
mutilato della grande guerra e mutilato anche della
nostra guerra, solido e fedele come le montagne del
tuo vecchio Piemonte. Parlo a te, Italo Balbo, uomo
della mia terra, vorrei quasi dire della mia razza se
io non mi sentissi intimamente, vorrei dire
ferocemente, uomo di una sola razza: la razza
italiana. (Applausi vivissimi). Tu, giovane,
hai combattuto brillantemente nella nostra santa
guerra di redenzione e sei stato insieme coi tuoi
compagni uno di coloro che ha più potentemente
contribuito a trasformare il movimento di squadre in
un movimento di riscossa impetuosa e invincibile. Né
ultimo tu sei, o Michele Bianchi, uomo della lunga e
tempestosa vigilia, uomo che vidi con me il 23 marzo
1919 a Milano, quando in numero esattamente di
cinquantadue, dico cinquantadue, ci riunimmo a giurare
che la lotta che noi avevamo intrapresa non poteva
finire se non con una trionfale vittoria.
E
dopo i capi del Quadrumvirato io voglio anche
ricordare quelli che condussero le colonne verso Roma.
Erano fra di loro dei generali come Ceccherini, come
Fara, come Zamboni, uomini e nomi ben noti a tutto
l'Esercito italiano. E vi erano anche i comandanti
delle nostre squadre. Voglio ricordare anche tutti i
gregari, i morti e i superstiti e fra i primi quel
vostro perugino che morì sulla soglia di Roma.
Voglio ricordare tutti quelli che ad un dato momento
dimenticarono famiglia, interessi, amori, e non
ascoltarono che il grido che prorompeva dal mio e dai
lord animi: il grido di «Roma o morte!». (Ovazione
entusiastica della folla. Si grida ripetutamente:
«Roma! Roma!»).
Chi
poteva resistere alla nostra marcia? Noi preparammo
tutti gli eventi, con tutte le sagge regole della
strategia militare e politica. La nostra lotta non era
diretta contro l'Esercito, al quale non cessammo mai
di tributare l'attestato della nostra più
profonda e incommensurabile devozione. (Applausi
vivissimi. Grida di: «Viva l'Esercito!»).
Non era diretta contro la monarchia, la quale ha la
tradizione della nostra razza e della nostra nazione.
(Applausi e grida di: «Viva il re!»).
Non era diretta contro le forze armate della Polizia,
soprattutto non era diretta contro i fedeli della
Benemerita, coi quali noi avevamo in molte località
combattuto assieme la buona battaglia contro gli
sciagurati dell'antinazione. (Applausi). Non
era nemmeno la nostra battaglia diretta contro il
popolo lavoratore; questo popolo che per qualche tempo
è stato ingannato da una demagogia stupida e
suicida, questo popolo lavoratore in quei giorni non
interruppe il ritmo solerte e quotidiano della sua
fatica. Assisteva simpatizzando al nostro movimento,
perché sentiva oscuramente, istintivamente che
sbarazzava il terreno da una classe di politicanti
imbelli. Noi facevamo anche l'interesse del popolo che
lavora. (Applausi).
Contro
chi dunque abbiamo noi diretto la nostra impetuosa
battaglia? Da venti anni, forse da trenta anni, la
classe politica italiana andava sempre più
corrompendosi e degenerando. Simbolo della nostra vita
e marchio della nostra vergogna era diventato il
parlamentarismo con tutto ciò che di stupido e
demoralizzante questo nome significa. Non c'era un
Governo; c’erano degli uomini sottoposti
continuamente ai capricci della cosiddetta maggioranza
ministeriale. Chi dominava erano i capi della
burocrazia anonima, i quali rappresentavano l'unica
continuità della nostra vita nazionale. Il
popolo, quando poteva leggere i cosiddetti resoconti
parlamentari ed assistere al cosiddetto incrocio delle
ingiurie più plateali fra i cosiddetti
rappresentanti della nazione, sentiva lo schifo che
gli saliva alla gola. (Applausi).
Era
diretta la nostra battaglia soprattutto contro una
mentalità di rinuncia, uno spirito sempre più
pronto a sfuggire che ad accettare tutte le
responsabilità. Era diretta contro il mal
costume politico-parlamentare, contro la licenza che
profanava il sacro nome della libertà.
E
chi ci poteva resistere? Forse i pallidi uomini che in
quel momento rappresentavano il Governo? Roma in quei
giorni mi dava l'idea di Bisanzio: discutevano se
dovevano o non applicare il loro ridicolo decreto di
stato d'assedio, mentre le nostre colonne formidabili
ed inarrestabili avevano già circondato la
capitale. Non costoro potevano coi loro reticolati,
con le loro mitragliatrici, che al momento opportuno
non avrebbero sparato (Applausi), non costoro
potevano impedire a noi di toccare la mèta. E
meno ancora i vecchi partiti. Non certamente i partiti
della democrazia, frammentari, segmentati
all'infinito; non certamente i partiti del cosiddetto
sovversivismo che noi abbiamo inesorabilmente spazzato
via dalla scena politica italiana e nemmeno il partito
del dopoguerra, il cosiddetto Partito Popolare
Italiano, che ha rivaleggiato col socialismo quando si
trattava di fare della demagogia per mercato
elettorale. (Applausi).
Ora
tutti questi partiti dispersi e mortificati vivono
della nostra longanimità. Né noi, o cittadini,
o camicie nere, intendiamo di sacrificarli. La nostra
è una rivoluzione originale e grandiosa, che
non ha fatto i tribunali straordinari e non ha
fucilato nessuno. Non è necessario del resto
fare una rivoluzione secondo gli stampi antichi. Ci
deve essere una originalità nostra, fascista e
latina. Del resto il consenso del popolo è
immenso. La forza delle nostre legioni è
intatta (Applausi), per cui se qualche uomo o
qualche partito pretendesse di ritornare ai tempi che
furono, quell'uomo e quel partito saranno
inesorabilmente puniti.
Camicie
nere! Cittadini!
Noi
non possiamo, non vogliamo più tornare al tempo
in cui si elargiva una triplice amnistia ai disertori,
mentre i mutilati non potevano circolare per le strade
d'Italia. (Applausi). Né si deve più
tornare al tempo in cui i partiti e la cosiddetta
democrazia affogavano il popolo nel mare delle loro
interminabili ciarle. Meno ancora si può
tornare al tempo in cui era possibile mistificare le
masse lavoratrici mettendole contro la patria o fuori
della patria. Ebbene, sia detto qui, in questa piazza
meravigliosa e in quest'ora solenne: le sorti del
popolo lavoratore sono intimamente legate alle sorti
della nazione, perché il popolo lavoratore è
parte di questa nazione. Se la nazione grandeggia,
anche il popolo diventa grande e ricco; se la nazione
perisce, anche il popolo muore. (Applausi vivissimi).
Non
è senza un profondo disgusto che noi
rievochiamo i tempi del dopoguerra. L'Esercito che
tornava dalla battaglia di Vittorio veneto non ebbe la
grande, la meritata soddisfazione di occupare Vienna o
Budapest. Non già per esercitarvi atti di
prepotenza, perché i nostri soldati dovunque sono
stati hanno lasciato un buon ricordo incancellabile,
ma perché era giusto che i nostri battaglioni
vittoriosi sfilassero nelle città che erano
state capitali del nemico battuto. (Applausi).
Giacché
questo non si osò di fare perché il profeta di
oltre oceano andava inseguendo le utopie dei suoi
quattordici punti, almeno fosse stato concesso ai
nostri reggimenti vittoriosi di sfilare per le strade
di Roma imperiale perché avessero avuto nel tripudio
di tutto il popolo e di tutta la nazione il senso
augusto della nostra vittoria! (Applausi vivissimi).
Nemmeno questo si volle! Ora questi tempi sono
passati.
Taluni
politicanti che non si muovono da Roma, che di questa
città fanno centro della loro vita e
pretenderebbero fare centro dell'Italia il palazzo di
Montecitorio girano poco. Non si muovono da Roma. Se
avessero l'abitudine di circolare in mezzo alle
moltitudini italiane, si convincerebbero che è
ora di deporre le loro speranze, si convincerebbero
che non c'è più niente da fare, si
convincerebbero di una realtà che pareva fino a
ieri la più stupenda ed irraggiungibile delle
utopie. Questa realtà, o cittadini, è. Il
capo del Governo gira tranquillamente in mezzo alle
moltitudini italiane ed ha da loro attestazioni di
consenso sempre più grande. (Applausi, ovazioni
entusiastiche).
Chi
oserà dire, sia pure l'avversario in malafede
dichiarata, chi oserà dire che il Governo di
Mussolini poggia soltanto sopra la forza di un
Partito? E non era assurdo che si pretendesse da
taluni di dare alla celebrazione della marcia su Roma
il carattere esclusivo di una manifestazione di
Partito? Non è una manifestazione di Partito,
non è solo il fascismo che celebra la marcia su
Roma. Sono accanto a noi mutilati e combattenti che
rappresentano, lo ripeto, l'aristocrazia della
nazione. (Applausi). E accanto a noi la massa
imponente dei nostri operai dei campi, dell'industria,
dei sindacati, delle nostre corporazioni. E
soprattutto è con noi la moltitudine del popolo
italiano, senza distinzione di età, di classi,
di categorie: tutto il popolo italiano nel significato
divino e potente di questa parola; il popolo italiano
che da un anno a questa parte dà uno spettacolo
superbo di disciplina e dimostra che la ciurma era
sana. Solo i piloti erano deficenti e mancanti. (Applausi).
E, o cittadini, non si poteva pensare di assumere la
somma delle responsabilità senza prendere Roma.
Roma è veramente il segno fatale della nostra
stirpe, Roma non pub essere senza l'Italia, ma
l'Italia non può essere senza Roma. (Applausi).
Il
nostro destino di popolo ci inchioda alla storia di
Roma. Noi prendemmo Roma per purificare, redimere ed
innalzare l'Italia; noi terremo Roma solidamente
fino a che il nostro compito non sarà
totalmente compiuto. E state tranquilli, o cittadini,
state tranquilli, o voi legionari delle camicie nere,
che l'opera sarà continuata. Sarà
continuata con una tenacia fredda, oserei dire
matematica e scientifica. Noi marceremo con passo
sicuro e romano verso le mète infallibili.
Nessuna forza ci potrà arrestare, perché noi
non rappresentiamo un partito o una dottrina o un
semplice programma: noi rappresentiamo ben più
di tutto ciò. Portiamo nello spirito il sogno
che fermenta ancora nel nostro animo: noi vogliamo
forgiare la grande, la superba, la maestosa Italia del
nostro sogno, dei nostri poeti, dei nostri guerrieri,
dei nostri martiri.
Qualche
volta io vedo questa Italia nella sua singolare,
divina espressione geografica: la vedo costellata
delle sue città meravigliose, la vedo recinta
dal suo quadruplice mare, la vedo popolata di un
popolo sempre più numeroso, laborioso e
gagliardo, che cerca le strade della sua espansione
nel mondo.
Salutate
questa Italia, questa divina nostra terra protetta da
tutti gli Iddii. Salutatela voi, o uomini dalla piena
virilità; salutatela voi, vecchi che avete
vissuto e avete bene spesa la vostra vita; salutatela
voi, o donne che portate nel grembo il mistero delle
generazioni che furono e di quelle che saranno;
salutatela voi. o adolescenti che vi affacciate alla
vita con occhi e con animo puro; salutiamola insieme e
gridiamo
Viva,
Viva, Viva l'Italia!
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