E
che cosa è l'efficienza bellica della
Nazione? È il risultato supremo di
tutte le forze storiche e attuali di un
popolo. Dico tutte. L'elettrificazione di
una ferrovia, che riduce il nostro
fabbisogno di carbone, è un aumento
della efficienza bellica della Nazione. La
bonifica di una palude che ridurrà le
nostre necessità di pane è un
aumento dell'efficienza bellica della
Nazione. Una nave che scende nel mare, uno
forse dei nomi sonanti dei nostri eroi del
mare, è un altro elemento che aumenta
l'efficienza bellica della Nazione. Dico
storiche, perché anche le forze storiche
giocano profondamente nel destino dei
popoli. Sapete voi che cosa vuol dire per la
tradizione guerriera della Francia l'avere
Napoleone agli Invalidi?
E
d'altra parte tutte le forze economiche,
politiche, militari, un alto grado di
coltura, sarebbero insufficienti, se il
popolo si fosse adagiato in un benessere
economico e vile e non fosse più
capace di fare lo sforzo guerriero
necessario.
L'efficienza
bellica di una Nazione è quindi il
dato complesso risultante non dalla semplice
somma, ma dalla coordinazione
dell'efficienza militare, economica, morale,
industriale. La efficienza bellica militare
è un dato complesso risultante non
dalla somma, ma dalla coordinazione armonica
dell'efficienza dell'Esercito,
dell'efficienza della Marina e
dell'efficienza dell'Aviazione. E
l'efficienza bellica di ognuna di queste tre
armi è un dato risultante non dalla
semplice somma, ma dall'armonica
coordinazione e impiego di questi tre
fondamentali elementi: quadri, truppe,
macchine.
Voi,
onorevoli Senatori, vedete che la mia logica
è semplice, ma è strettamente
consequenziale. Se io domani mi recassi in
un paese straniero a fare un'inchiesta sulle
sue condizioni e sulla sua efficienza
bellica, io comincerei col domandare: Quanta
forza bilanciata avete? Quale è la
durata della vostra ferma? Ma non mi
fermerei qui. Domanderei: Quanti quadri? Chi
insegna nelle vostre scuole di guerra? I
sottufficiali come sono raccolti,
inquadrati, organizzati? Avete un ufficio
chimico per i gas e per gli anti-gas? La
vostra aviazione è sviluppata o
ancora primitiva? Le vostre possibilità
industriali sono grandi o piccole? Le
possibilità dei vostri rifornimenti
sono garantite o non garantite? Avete una
marina? Il morale delle vostre truppe e del
vostro popolo è alto o basso?
Quando
io avessi raccolto tutti questi elementi
potrei dire di avere, sia pure in via
approssimativa, conosciuto il grado di
efficienza bellica di quel determinato
popolo. Voglio dire che l'efficienza bellica
di una nazione non dipende soltanto
dall'efficienza bellica dell'esercito, e
l'efficienza bellica dell'esercito non
è strettamente legata alla forza
bilanciata - che fu sempre variabile a
seconda delle circostanze - e alla durata
della ferma che variò sempre con
tendenza a diminuire.
Si
dice: «aumentate gli stanziamenti per
la forza bilanciata e per allungare la
durata della ferma». Vi do le cifre.
Nel 1913-14 il totale dei milioni assegnati
all'Esercito e alla Marina era di 687, nel
1923-24 era di 3381, nel 1925-26 sarà
di tre miliardi e 552 milioni. Voi vedete
che abbiamo moltiplicato esattamente per
cinque la cifra dell'anteguerra.
Aumentare
la ferma e aumentare la forza bilanciata,
bisogna vedere che cosa significhi ai fini
della finanza. E le altre forze dello Stato?
E la Marina? Mi par di udire la voce del mio
amico il Duca del Mare, che è
veramente un vecchio giovane lupo di mare,
che mi dice: «Presidente, e la Marina?»
Questa domanda mi fa riflettere, perché non
vi è dubbio che con la scomparsa
della flotta tedesca, che era modernissima e
potente, si è profondamente alterato
l'equilibrio navale mondiale. Oggi
l'Inghilterra sposta più liberamente
le sue flotte e la Francia - bisogna pur
prendere dei termini di paragone - ha un
programma navale del quale io reputo
conveniente di esporvi le cifre. Per nuove
costruzioni navali la Francia ha impegnato
nel bilancio del 1925, 479 milioni di lire
carta, nel bilancio del 1926, 652 milioni di
lire carta, nel 1927, 789 milioni di lire
carta, nel 1928, 809 milioni, nel 1929, 800
milioni, con una media annuale di 704
milioni di lire carta, superiore alla somma
che noi abbiamo stanziato per il
quinquennio. Le conseguenze di tutto ciò
sono che la forza navale italiana
diminuirebbe a poco a poco e che la
sproporzione diventerebbe sempre maggiore.
Ricordo, e non ho bisogno di ricordarlo a
voi, che l'Italia si trova nel Mediterraneo,
ha tre vie di accesso e queste tre vie sono
ben guardate. Il giorno in cui fossero
bloccate, il problema dei viveri in Italia
sarebbe estremamente difficile.
Quale
sarebbe l'ideale?
L'ideale
sarebbe quello di portare al massimo questi
elementi molti quadri, molte truppe, molte
macchine. Ma qui entra la finanza; è
la finanza, da cui si deve partire, perché
se la finanza è sana e solida si
troveranno i milioni necessari, ma se
crolla, tutto crolla.
Ora
dovrei accennare all'Aviazione. Constato
come Peccri Giraldi abbia riconosciuto
quella che è la pura verità:
che io ho trovato l'Aviazione per terra,
letteralmente per terra, e l'ho portata ad
un grado che aumenta veramente l'efficienza
bellica della Nazione.
Naturalmente
noi non possiamo seguire la tattica
dell'America, dove non si fa che un
apparecchio; ma esso è il più
perfetto tra tutti, perché l'America
è il Paese dei dollari e le officine
possono fare gli apparecchi a serie
immediate. Noi dobbiamo tendere alla qualità,
ma anche alla quantità.
I
dati relativi all'aviazione sono i seguenti:
la Francia ha 138 squadriglie con 1208
apparecchi e una nave porta-aerei in
costruzione. Però a queste cifre
dovete aggiungere quelle della riserva dei
consumi che portano le cifre a 3000 o 4000
apparecchi.
L'Inghilterra
ha 63 squadriglie con 792 apparecchi, ha
quattro navi porta-aerei. Gli Stati Uniti
d'America hanno 70 squadriglie, 570
apparecchi e 4 navi porta-aerei: l'Italia ha
80 squadriglie con 882 apparecchi escluse le
riserve e i consumi. Oggi l'Italia ha 1786
apparecchi. Aggiungendovi quelli che sono
presso le ditte in costruzione e riparazione
si ha un totale oggi, 2 aprile 1925, di 2166
apparecchi che possono prendere quasi
immediatamente il volo. Ma ciò costa.
Io, Commissario dell'aeronautica, ho chiesto
al ministro delle finanze 702 milioni per il
1925-26. Il ministro delle finanze mi ha
detto «è impossibile» e
allora ho ridotto questa cifra a 450 milioni
che spero portare con una aggiunta
straordinaria ad una cifra più
elevata.
Ma
quando l'erario si trova nelle condizioni in
cui si trova il nostro, quando il pianoforte
fiscale è stato battuto e ribattuto e
c'è pericolo di vederselo fracassato
fra le mani, quando insomma non si può
più oltre abusare dell'eroismo troppo
decantato e giustificabilissimo del
contribuente italiano, quando insomma
occorre fare una politica di economia, il
quesito s'impone: si debbono fare queste
economie sui quadri? No. I quadri sono
l'ossatura dell'Esercito, devono essere ben
trattati, ben preparati. Debbono farsi delle
economie sui materiali, sulle dotazioni e
sulle macchine? No. L'esperienza della
guerra è conclusiva.
Mi
è accaduto di leggere pochi giorni fa
un libro assai interessante: «Le
memorie di Gallieni» . Niente di più
emozionante delle pagine che egli dedica a
descrivere lo stato in cui si trovò
il campo trincerato di Parigi. Le brigate
dei territoriali francesi erano
assolutamente disarmate di fronte agli ulani
(non lo dico io, lo dice Joffre e lo
conferma Gallieni). Nel campo trincerato di
Parigi non c'erano cannoni, non c'erano
mitragliatrici, c'erano vecchi fucili; non
c'erano telefoni da campo, né tutti gli
altri strumenti di segnalazione. Momenti
terribili per la Francia i giorni che vanno
dal 26 agosto al 5 settembre, quando il
piano dello Stato Maggiore tedesco era in
pieno svolgimento e dopo aver attraversato
il Belgio si puntava su Parigi e si era già
arrivati ai bordi estremi della foresta di
Compiègne.
Bisogna
leggere quelle pagine per convincersi che
non si sarà mai abbastanza dotati di
mezzi e di macchine.
La
Nazione armata? Sono contrario. Non vorrei
che alla Nazione armata in tempo di pace
corrispondesse la Nazione disarmata in tempo
di guerra.
Non
bisogna credere che quel che va bene per la
Svizzera che ha una speciale geografia, una
speciale storia ed una speciale situazione
diplomatica, possa andar bene per l'Italia.
La Nazione armata svizzera ha tradizioni
secolari. Non bisogna abbandonarsi a
esperimenti avventurosi. La Nazione armata
in tempo di pace deve intendersi armata
spiritualmente, ma essa non potrà mai
sopprimere quello che si chiama esercito
permanente. Sono d'avviso, sempre in tema di
principio, che convenga tener presente
quello che ha detto il Generale Pecori
Giraldi circa una unità di indirizzo
per tutte le questioni che concernono la
preparazione della Nazione per la guerra.
Non bisogna veder solo il proprio settore,
non bisogna veder solo l'Esercito, solo la
Marina e solo l'Aviazione. questa visione
sarebbe unilaterale ed insufficiente:
potrebbe condurre domani come ieri a
squilibri ed inconvenienti, a pericoli
gravissimi.
Sempre
sul tema, per dire così, di ordine
generale, sono perfettamente d'accordo sulla
disciplina necessaria nell'Esercito. Ricordo
anzi al Senato che io ho dato un esempio
clamoroso quando gli ufficiali della
guarnigione di Roma volevano venire sotto
l'Hôtel Savoia, diedi ordine tassativo che
nessuno si muovesse dalle caserme, ma, se
questa disciplina, che è gloria
dell'Esercito, dovesse essere interpretata
in modo estensivo, come fascismo e
antifascismo, si sappia che io respingo
questa interpretazione in modo solenne.
Perché gli uomini dell'antifascismo nel
1917, mentre pochi italiani si maceravano in
trincea, tentavano di pugnalarli con la
rivolta di Torino; ed è del 1917 il
grido parricida: il prossimo inverno non più
in trincea; e qui c'è il maresciallo
Cadorna che può dire quali
conseguenze d'ordine morale ha avuto questo
grido nefando.
Gli
uomini dell'antifascismo sono quelli che,
dopo la guerra, hanno battuto il leit-motiv
dell'espiazione, cioè che la
borghesia italiana doveva espiare il crimine
della guerra, mentre essa per noi è
il titolo più nobile d'orgoglio della
stirpe italiana.
Gli
uomini dell'antifascismo sono quelli che
vollero l'inchiesta su Caporetto, che
lavorarono sull'inchiesta. Tutti gli
eserciti hanno avuto rovesci, forse più
gravi del nostro, ma nessuno si è
gettato con foia che si potrebbe dire sadica
su quella che è stata una grande
sciagura nazionale, ma che è stata
riscattata magnificamente con le battaglie
del giugno e dell'ottobre 1918. C'è
stato un momento in cui gli uomini
dell'antifascismo misero a riposo il
generale Cadorna e costrinsero al silenzio
un altro Uomo, che aveva avuto il grave
torto di dichiarare la guerra dall'alto del
Campidoglio.
Gli
uomini dell'antifascismo sono stati quelli
che hanno inflitto all'Italia la vergogna di
Valona, quando non aiutarono i nostri
soldati attaccati da poche migliaia di
truppe disordinate, perché si era lanciato
il grido altrettanto parricida : Via da
Valona!
Gli
uomini del Fascismo hanno un passato ben
diverso. E chiudo questa parentesi.
Bisogna,
a mio avviso, essere egualmente lontani
dalla rigidità cadaverica e dalla
elasticità evanescente. Bisogna avere
un punto di partenza, bisogna dire agli
italiani: sapete, in qualsiasi occasione,
con qualsiasi Governo, voi avrete 150 o 250
mila uomini come minimo delle forze
militari.
A
questo punto io mi domando se sono riuscito
bene ad esprimermi in questa materia. E mi
domando se non si potrebbe giungere ad un
ordinamento tale che da una parte tenesse la
forza minima in un limite preciso, fissato,
dal quale non si dovrebbe discendere per
qualsiasi ragione, e che dall'altra parte
assicurasse una latitudine maggiore al
periodo di forza massima. In tutti i casi
avremmo, ad esempio, che il minimo di 150
mila uomini non sarebbe diminuito; nei casi
migliori, in un periodo di floridezza del
bilancio o in un periodo di necessità,
lo potremmo portare a cifre ben più
alte e per un periodo superiore a sei mesi.
Onorevoli
Senatori, dato il tono della discussione che
fu rigorosamente contenuta nel campo
tecnico, dato anche - non vi dolga se io
faccio questa constatazione - il turbamento
in cui voi o almeno molti di voi vi trovate
di fronte a responsabilità di grave
momento, aumentate dalle opposte tesi
sostenute da uomini che guidarono le armi
alla vittoria, dal momento che si profila la
possibilità di una soluzione di
questo contrasto soddisfacente per l'una e
per l'altra parte e soprattutto
soddisfacente per l'esercito italiano, non
vi stupirete della mia richiesta e
soprattutto non le darete delle
interpretazioni arbitrarie.
Voi
intendete che non si tratta della sorte
ministeriale di un uomo o di un progetto.
Noi siamo qui anello di congiunzione tra
coloro che furono e coloro che saranno nella
nostra Patria; noi siamo qui i custodi della
vittoria che dobbiamo tramandare a coloro
che verranno, pura e potente. Qui, onorevoli
Senatori, ed io lo vedo dall'ansia con cui
avete seguite questa discussione, e anche
dall'attenzione con cui avete ascoltato le
mie parole, voi sentite che qui la posta del
giuoco è suprema e richiede che
ognuno assuma le sue responsabilità
attraverso il vaglio della propria
coscienza. Qui sono in giuoco la sicurezza e
la potenza della Patria.