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Gloriose
ed invitte, invincibili camicie nere!
Il
mio plauso anzitutto ai vostri capi ed a voi che avete
sfilato magnificamente in una disciplina
perfetta; mi pareva di vedere non delle centurie, ma
la nazione intera che marciava con il vostro ritmo
gagliardo. Dopo qualche anno, ecco che il destino mi
concede di parlare ancora una volta in questa piazza,
sacra ormai nella storia del fascismo italiano. Qui,
infatti, nei tempi oscuri, nei tempi bastardi, nei
tempi che non tornano più (applausi), ci
siamo riuniti in poche centinaia di audaci e di fedeli
che avevano il coraggio di sfidare la bestia, che era
allora trionfante.
Eravamo
piccoli manipoli, siamo oggi delle legioni; eravamo
allora pochissimi, oggi siamo una moltitudine
sterminata.
Ad
un anno di distanza da quella Rivoluzione che deve
costituire l'orgoglio indefettibile di tutta la vostra
vita, io rievoco dinanzi a voi, con sicura coscienza,
con animo tranquillo, il cammino percorso. E non parlo
soltanto a voi, parlo a tutte le Camicie Nere, a tutto
il popolo italiano. E dichiaro che il Governo fascista
si è tenuto fedele alla sua promessa, e
dichiaro che la Rivoluzione fascista non ha mancato
alla sua mèta.
Noi
avevamo detto, in tutte le manifestazioni che
precedettero la Marcia fatale, che la Monarchia
è il simbolo sacro, glorioso, tradizionale,
millenario della Patria; noi abbiamo fortificato la
Monarchia, l'abbiamo resa ancora più augusta.
Il nostro lealismo è perfetto e devono ormai
riconoscerlo anche gli ipercritici, che amano
arrampicarsi sugli specchi, dove si riflette troppo
spesso l'immagine della loro pervicace malafede e
della loro cronica stupidità. (Applausi).
Avevamo
detto che non avremmo toccato un altro dei pilastri
della Società Nazionale: la Chiesa. Ebbene, la
religione, che è patrimonio sacro dei popoli,
da noi non è stata toccata né diminuita. Ne
abbiamo anzi aumentato il prestigio. Avevamo
assicurato il maggior rispetto e la devozione più
profonda per l'Esercito: ebbene, oggi l'Esercito di
Vittorio Veneto occupa un posto d'onore nello spirito
di tutti gli Italiani devoti alla patria. (Applausi).
Se oggi gli ufficiali possono portare sul petto i
segni della gloria da loro conquistata in guerra, se
possono circolare a fronte alta, se i mutilati non
sono più costretti a piangere sui loro
moncherini, lo si deve in gran parte alle migliaia di
morti dell'esercito delle Camicie Nere, sacrificati in
tempi difficili e quando la viltà sembrava
divenuta un'insegna.(Applausi prolungati). Oggi
la Nazione può contare pienamente sull'Esercito
e questo lo si sa all'interno e lo si sa benissimo
anche oltre i confini.
Né
abbiamo toccato l'altro pilastro, che chiamerò
quello della istituzione rappresentativa. Non abbiamo
né invaso, né chiuso il Parlamento, malgrado la
nausea invincibile che ci ha provocato in questi
ultimi tempi. (Applausi). Non abbiamo fatto
nessuna legge eccezionale, o malinconici zelatori di
una libertà che è stata anche troppo
rispettata (applausi), e non abbiamo creato
tribunali straordinari, che forse avrebbero potuto
distribuire su certe schiene le razioni di piombo
necessarie!
Ci
sarebbe quasi da inquietarsi quando gli uomini che si
vantano di una tradizione liberale vanno gemendo sulla
mancanza di libertà, quando nessuno attenta
alla vera libertà del Popolo italiano. Ma,
dico, o signori, e dico a voi, Camicie Nere, se per la
libertà s'intende di sospendere ogni giorno il
ritmo tranquillo, ordinato del lavoro della Nazione,
se per la libertà s'intende il diritto di
sputare sui simboli della Religione, della
Patria e dello Stato, ebbene, io - grida con
grande forza, .scandendo le parole, il Presidente -
io, capo del Governo e Duce del Fascismo, dichiaro che
questa libertà non ci sarà mai!(Lunga
ovazione entusiastica). Non solo, ma dichiaro che
i nostri avversari, di tutti i colori, non devono
contare più oltre sulla nostra longanimità.
Abbiamo dato un anno di prova perché si ravvedano,
perché si rendano conto di questa nostra forza
invincibile, perché si rendano conto che quello che
è stato è stato, che non si torna più
indietro, che siamo disposti a impegnare le più
dure battaglie pur di difendere la nostra rivoluzione.
(L'ovazione si rinnova più imponente). Ebbene,
o camicie nere, non notate una profonda trasformazione
nel clima di questa nostra adorata patria? (Grida
elevatissime: «Sì!»).
Nell'anno
che ha preceduto la nostra marcia si sono perduti
sette milioni di giornate di lavoro, uno sciupìo
enorme di ricchezza nazionale; da sette milioni
abbiamo ridotto queste giornate a duecentomila appena.
Tutto quello che rappresenta il ritmo della vita
civile si svolge ordinatamente. Nel settembre di
quest'anno l'Italia ha vissuto, dal punto di vista
politico, l'esperienza più interessante e più
importante che essa abbia mai vissuto dal '60 in poi.
Per la prima volta nella vita politica italiana,
l'Italia ha compiuto un gesto di assoluta autonomia,
ha avuto il coraggio di negare la competenza
dell'areopago ginevrino, che è una specie di
premio di assicurazione delle nazioni arrivate contro
le nazioni proletarie. (Applausi).
Ebbene,
in quei giorni, che sono stati assai più gravi
di quello che non sia apparso al nostro pubblico, in
quei giorni, che hanno avuto bagliori di tragedia,
tutto il popolo italiano ha dato uno spettacolo
magnifico di disciplina. Se io avessi detto al popolo
italiano di marciare, non vi è dubbio che
questo meraviglioso, ardente popolo italiano avrebbe
marciato.
D'altra
parte vi prego di riflettere che la rivoluzione venne
fatta coi bastoni, voi che, cosa avete ora nei vostri
pugni? (I fascisti gridano: «fucili»,
«moschetti» e mostrano, levandole in alto,
le armi). Se coi bastoni è stato possibile
fare la rivoluzione, grazie al vostro eroismo e grazie
anche all'incommensurabile viltà di coloro che
avevamo di fronte, ora la rivoluzione si difende e si
consolida con le armi, coi vostri fucili. E sopra la
camicia nera avete indossato oggi il grigio verde; non
siete più soltanto l'aristocrazia di un
partito, siete qualche cosa di più, siete
l'espressione e l'anima della nazione italiana. (Vivi
applausi).
Voglio
fare un dialogo con voi e sono sicuro che le vostre
risposte saranno intonate e formidabili. Le mie
domande e le vostre risposte non sono ascoltate
soltanto da voi ma da tutti gli italiani e da tutto il
popolo, poiché oggi, a distanza di secoli, ancora una
volta è l'Italia che dà una direzione al
cammino della civiltà del mondo. (Applausi).
Camicie
nere, io vi domando: se i sacrifici domani saranno più
gravi dei sacrifici di ieri, li sosterrete voi? (Urla
immense dei fascisti: «Sì!»).
Se
domani io vi chiedessi quello che si potrebbe chiamare
la prova sublime della disciplina, mi dareste questa
prova? («Sì!», ripetono ad alta
voce i militi, con entusiasmo).
Se
domani dessi il segnale dell'allarme, l'allarme delle
grandi giornate, di quelle che decidono del destino
dei popoli; rispondereste voi? (Nuova esplosione
entusiastica di: «Sì! Lo giuriamo!»).
Se
domani io vi dicessi che bisogna riprendere e
continuare la marcia e spingerla a fondo verso altre
direzioni, marcereste voi? («Sì! Sì!».
Ed il coro fascista si eleva al più alto
diapason).
Avete
voi l'animo pronto per tutte le prove che la
disciplina esige, anche per quelle umili, ignorate,
quotidiane? (La Milizia grida gran voce: «Si!»).
Voi
certamente siete ormai fusi in uno spirito solo, in un
cuore solo, in una coscienza sola. Voi
rappresentate veramente il prodigio di questa vecchia
e meravigliosa razza italica, che conosce le ore
tristi ma non conobbe mai le tenebre dell'oscurità.
Se qualche volta appare oscurata, ad un tratto
ricompare in luce maggiore.
Certo
vi è qualche cosa di misterioso in questo
rifiorire della nostra passione romana, certo vi
è qualche cosa di religioso in questo esercito
di volontari che non chiede nulla ed è pronto a
tutto. Ora io vi dico che non sono altra cosa
all'infuori di un umile servitore della Nazione. Se
qualche volta io sono duro, se qualche volta io sono
inflessibile, se qualche volta ho l'aria di comprimere
e di voler qualche cosa di più dello stretto
necessario, gli è perché le mie spalle portano
un peso durissimo, portano un peso formidabile, che
spesso mi dà dei momenti di angoscia profonda.
È il destino di tutta la Nazione.
Voi
avete l'obbligo di aiutarmi, avete l'obbligo di non
appesantire il mio fardello, ma di alleggerirlo. (Vivi
applausi).
O
fascisti degni di questo glorioso nome, degni di
questo movimento fatale, serbate intatta negli animi
la piccola fiaccola della purissima fede! E quanto a
voi, avversari di tutti i colori, rimettete le
speranze e finitela col vostro giuoco che non ha
nemmeno il pregio della novità e che è
stato smentito solennemente in cinque anni di storia.
Quando
siamo nati, i grandi magnati della politica italiana
ed i grandi pastori delle masse operaie avevano l'aria
di considerarci come quantità trascurabile. Poi
hanno detto - filosofi mancati che non riescono mai ad
interpretare esattamente la storia - hanno detto che
questo era un movimento effimero; hanno detto che noi
non avevamo una dottrina - come se essi avessero delle
dottrine e non invece dei frammenti dove c'è
tutto un miscuglio impossibile delle cose più
disparate; hanno detto - uno di essi era un filosofo
della storia, un malinconico masturbatore della storia
- hanno detto che il Governo fascista avrebbe durato
sei settimane appena.
Sono
appena dodici mesi. Pensate voi che durerà
dodici anni moltiplicato per cinque ?
(Sì,
sì! - scattano ad una sola voce i militi e la
folla).
Durerà,
Camicie Nere, durerà perché noi, negatori
della dottrina del materialismo, non abbiamo espulsa
la volontà dalla storia umana; durerà
perché vogliamo che duri, durerà perché
faremo tutto il possibile perché duri, durerà
perché sistematicamente disperderemo i nostri nemici,
durerà perché non è soltanto il trionfo
di un partito e di una crisi ministeriale: è
qualche cosa di più, molto di più,
infinitamente di più.
È
la primavera, è la resurrezione della razza,
è il Popolo che diventa nazione, la Nazione che
diventa Stato, è lo Stato che cerca nel mondo
le linee della sua espansione.
(Applausi prolungati).
Camicie
Nere!
Noi
ci conosciamo; fra me e voi non si perderà mai
il contatto. Vi devono far ridere ed anche suscitare
qualche moto di disgusto coloro che vorrebbero che io
avessi già l'arteriosclerosi o la paralisi
della vecchiezza. Ben lungi da ciò, lo stare
dieci o dodici ore ad un tavolo, non mi ha impedito,
il 24 maggio, di fare un volo di guerra; lavorare
indefessamente dal mattino alla sera, dalla sera al
mattino, non mi impedisce e non m'impedirà mai
di osare tutti gli ardimenti, e nemmeno io desidero
che le Camicie Nere invecchino anzi tempo; non voglio
che diventino una specie di società di mutuo
soccorso; voi dovete mantenere bene accesa nel vostro
animo la fiamma del Fascismo, e chi dice Fascismo dice
prima di tutto bellezza, dice coraggio, dice
responsabilità, dice gente che è pronta
a tutto dare ed a nulla chiedere quando sono in gioco
gli interessi della Patria. Con questi intendimenti, o
Camicie Nere di Lombardia, meravigliose Camicie Nere,
io vi saluto; voi potete contare su me; ed io posso
contare su voi? («Sì! Sì!»,
rispondono una volta ancora tutte le migliaia di
voci).
A
chi Roma? (E un urlo risponde; «A noi!»).
A
chi l'Italia? («A noi!»).
A
chi la vittoria? («A noi!»)
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