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Sette
anni or sono io convocai a Milano coloro che
mi avevano seguito nelle battaglie
dell'interventismo e durante la guerra. Vi
prego di riflettere che convocando questa
riunione io non domandai la parola al
dizionario delle sibille democratiche ancora
ferme al loro vacuo cicaleccio, ma chiamai
questa riunione con un nome che era già
tutto un programma: la chiamai «adunata».
Potevo nel vasto bazar degli specifici
demo-liberali trovare un titolo comodo per
l'organizzazione che io intendevo di fondare.
Potevo chiamare i Fasci, Fasci di
ricostruzione, di riorganizzazione, di
elevazione e con altre cotali parole che
finiscono in «one». Chiamai invece
questa organizzazione: «Fasci italiani
di combattimento». In questa
parola dura e metallica c'era tutto il
programma del Fascismo, così come io lo
sognavo, come io lo volevo, così come
io l'ho fatto!
Ancora
questo è il programma, o camerati:
combattere.
Per
noi fascisti la vita è un combattimento
continuo, incessante, che noi accettiamo con
grande disinvoltura, con grande coraggio, con
la intrepidezza necessaria. I misteriosi
sacerdoti di quella non meno inafferrabile
divinità che si chiama l'opinione
pubblica ignorarono la nostra adunata. Non le
regalarono nemmeno quelle tre piccole righe in
corpo sei che si concedono anche ai fatti
diversi della minuta cronaca quotidiana.
Alcuni dei miei avversari che intendevano di
battere il «record» della sublime
stupidità, pensarono di ignorare il mio
nome e toglierlo accuratamente dalle pagine più
o meno sudice dei loro giornali, credendo di
fermare la storia e di spezzare la mia volontà.
Quando
per una affermazione del nostro movimento
partecipammo alle elezioni generali, pur
vincendo la nausea che questi ludi cartacei
suscitano in me ed in voi, io fui battuto,
battutissimo. Raccolsi poche migliaia di voti:
quegli elettori dimostrarono in quella
occasione una intelligenza straordinaria. Gli
avversari mi credettero spacciato. Viceversa,
dopo pochi mesi, il Fascismo, che aveva già
tenuto a Firenze un memorabile congresso,
continuamente interrotto e punteggiato dal
crepitio delizioso di rivoltellate, il
Fascismo si riorganizzava, pronto pur sempre
ad impegnare la battaglia. Intanto il processo
di decomposizione, di putrefazione delle
vecchie caste politiche italiane, ingiolittate,
incagoiate, con una mentalità
tremebonda ed ancillare, pronte sempre ad
avere paura di avere avuto un poco di
coraggio, dicevo questo processo di decadenza
continuava, mentre attorno ai Fasci di
combattimento già si schieravano le
folle italiane, non solo delle grandi città,
ma anche delle plaghe rurali.
Decomponendosi
lo Stato che ormai non resisteva più in
alcun modo all'azione di sfruttamento e di
parassitismo dei vecchi partiti, bisognava
avere il coraggio di fare la rivoluzione per
sommergere, rovesciare, distruggere queste
caste politiche che noi avevamo spinto alla
guerra attraverso ad un atto rivoluzionario;
queste caste politiche che durante la guerra
più volte avevano tremato di viltà;
queste caste politiche che alle truppe di
Vittorio Veneto non avevano dato né il
trionfo in terra straniera, né il trionfo
nella nazione. Queste caste politiche che
sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori
della vittoria italiana, dovevano essere
disperse e distrutte. Questo noi abbiamo fatto
organizzando ed attuando quella Marcia su Roma
che ha già, dopo pochi anni, gli
aspetti di una grande leggenda.
Vennero
allora le fatiche, i doveri, le dure
responsabilità del governo. Noi avevamo
voluto governare la nazione, avevamo voluto
prendere nel nostro pugno i destini
della nazione, ma la fatica era ardua, il
compito grave, perché attorno a noi c'era un
mucchio di rovine, non soltanto materiali, ma
anche morali, e diecine e diecine di problemi
aspettavano da decenni la loro soluzione.
C'era dell'attesa; l'attesa del miracolo,
poiché ad ogni uomo nuovo, ad ogni regime
nuovo si chiede sempre qualche cosa di più.
C'era da sentirsi tremare, le vene e i polsi.
Ebbene,
o giovani camerati, se io guardo a questi
ormai quattro anni di dura fatica, ho la
coscienza perfettamente tranquilla. Ho
lavorato, e me ne glorio, giorno per giorno,
legato al mio dovere quotidiano, e problemi
poderosi che aspettavano la soluzione sono
stati risolti. Guardate questa Roma, questa
nostra adorabile Roma che sonnecchiava sotto
le cure di una burocrazia sorda di orecchie e
di cervello: questa Roma che era considerata
una città come tutte le altre, nelle
quali c'era un prefetto a rappresentare il
governo. Siamo noi che abbiamo decapitato
tutte le piccole capitali per fare di Roma la
grande Roma imperiale, l'anima immensa del
mondo latino.
L'eroico
quadrunviro della Marcia su Roma che vi ha
parlato poc'anzi, ha ricordato il dramma del
'24. Ogni rivoluzione ha questo passivo. La
vita sarebbe troppo bella e troppo comoda e
troppo vile se non presentasse all'improvviso
qualche volta delle grandi difficoltà.
Ma,
camerati, voglio farvi una confessione. In
fondo in fondo, tutto questo 1924 a che cosa
si riduce? Ad un consumo di inchiostro; si
riduce a quintali, a tonnellate di carta
stampata, si riduce a chilometri di articoli
ponderosi che nessuno leggeva.
Quando
ho creduto che la misura fosse colma, e lo
era, ho detto «basta» , ed in
poche ore la situazione ne fu veramente
chiarita e delle opposizioni all'interno
d'Italia non è restata che polvere
vile.
In
un anno solo abbiamo dato al popolo italiano
le leggi di difesa della rivoluzione fascista,
abbiamo dato le leggi della ricostruzione
nazionale e sociale, abbiamo dato le leggi
all'Esercito, abbiamo approntato proprio in
questi giorni il programma della Marina e
dell'Aviazione. Tutto ciò è
stato fatto in un anno. La mole di lavoro
è grandissima. In altri tempi, vi
dichiaro che non sarebbe bastato un
cinquantennio.
Ho
l'orgoglio di dirvi, o camerati, che noi, io
in primo luogo e voi tutti, ci infischiamo
solennemente di tutto quello che si dice e si
stampa all'estero. È tempo, è
gran tempo, di bucare quest'altra vescica;
è perfettamente logico che il mondo
internazionale della democrazia, del
liberalismo, della massoneria, della
plutocrazia, dei senza patria, è
perfettamente logico che tutte queste forze
siano contro di noi. La prova migliore che noi
abbiamo fatto realmente una rivoluzione
è in questa controrivoluzione che noi
abbiamo sgominato all'interno e che
tenta invano di affilare le sue armi perfide
all'estero.
Ma
noi diciamo ai fattori responsabili degli
Stati: Voi passerete per dove siamo passati
noi! anche voi, se vorrete vivere, dovrete
finirla con il parlamentarismo chiacchierone.
Anche voi, se vorrete vivere dovrete dare dei
poteri al potere esecutivo. Anche voi, se
vorrete vivere, dovrete affrontare il problema
più ponderoso di questo secolo, il
problema dei rapporti tra capitale e lavoro,
problema che il Fascismo ha pienamente risolto
mettendo e il capitale e il lavoro allo stesso
livello ed in vista di un obiettivo comune: la
prosperità e la grandezza della
Nazione.
Camerati!
Io
sono sicuro che voi siete impazienti, mi pare
di vedere nei vostri occhi, mi pare di leggere
nelle vostre anime l'impazienza dell'attesa.
Voi attendete qualche cosa.
La
folla grida: - Sì! Sì!
Quando
l'anno scorso io vi promisi il bello, ho
mantenuta la parola?
Dalla
folla erompe un nuovo formidabile: - Sì!
Prima
che io dia una parola a questo vostro
sentimento, che è anche il mio, vi
debbo dire: È necessario, anzitutto,
che voi vi maceriate nella disciplina delle
opere quotidiane. La grande ora non batte a
tutte le ore e a tutti gli orologi. La ruota
del destino passa. È sapiente colui
che, essendo vigilante, la afferra nel minuto
in cui trascorre dinanzi a lui.
Bisogna
che l'Italia, la nostra divina e adorabile
Italia fascista, sia vigilante e ferma nelle
opere della pace, si adegui alle necessità
del lavoro, diventi sistematica, tenace,
perseverante. Voglio correggere gli italiani
da qualcuno dei loro difetti tradizionali. E
li correggerò. Voglio correggerli dal
troppo facile ottimismo, dalla negligenza che
segue talvolta una troppo rapida ed eccessiva
diligenza, a questo lasciarsi ingannare dopo
la prima prova, a questo credere che tutto sia
compiuto. Se mi riuscirà, e se riuscirà
al Fascismo di sagomare così come io
voglio il carattere degli italiani, state
tranquilli e certi e sicuri che quando la
ruota del destino passerà a portata
delle nostre mani noi saremo pronti ad
afferrarla ed a piegarla alla nostra volontà.
Camicie
nere!
Poco
fa con una cerimonia breve, ma profondamente
suggestiva, il sacerdote di quella religione
che è dei nostri padri e nella quale
crediamo, ha consacrato sessantasette
gagliardetti dei vostri gruppi. Ognuno di
questi gagliardetti reca il nome di uno dei
nostri Caduti. Non c'è dunque soltanto
un brano di stoffa, ma c'è la memoria
di un sacrificio, c'è un'anima viva.
Camerati, all'ombra dei nostri gagliardetti
è bello vivere, ma se sarà
necessario sarà ancora più bello
morire.
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