Dichiaro
fin dal principio che accetto il contradittorio con
chiunque, quindi è nell'interesse di tutti di
ascoltarmi.
Io
comprendo perfettamente l'agitazione di questa assemblea;
d'altra parte vi dichiaro che sono abituato alle assemblee
tempestose per cui io ammetto la fischiata, ammetto l'«abbasso»,
ma dopo, se non si vuol diventare degli inquisitori rossi,
dopo avete il dovere di lasciarmi parlare.
E
dopo, se oltre al fischio, ci sono degli argomenti e delle
idee, qui è la libera tribuna affidata al libero
cittadino; qui, dall'urto delle idee liberamente espresse,
può vedersi quale sia la verità. Non è
col fischio che si combattono le idee, com'era stolto per
gli inquisitori del medioevo pretendere di combattere le
idee con la ruota, con le carrucole e con le torture della
inquisizione.
Io
faccio appello non per me, che io resterò qui fino a
domani mattina, fino a quando non avrò detto tutto il
mio pensiero; ma faccio appello al vostro spirito di
tolleranza, o avversari, perché voi dovete dopo venire a
contradirmi ed a dimostrarmi che le idee che io sostengo
sono errate.
D'altra
parte vi dico che l'odio avversario non riuscirà mai
ad impedirmi la libera manifestazione del mio pensiero. Voi
potete esserne sicuri. Poiché se ad un dato momento della
mia vita ho fatto liberamente e deliberatamente gettito di
molte cose che possono lusingare l'amor proprio e le
legittime ambizioni degli uomini più o meno
politicanti, se io ad un certo momento della mia vita ho
voluto sfidare l'impopolarità delle masse per
annunciare loro quella che io ritenevo la verità
nuova, la verità santa, questo è titolo
sufficiente per garantirmi la tolleranza di tutti i
cittadini che non vogliono rubare il mestiere ai settari ed
agli intolleranti di tutte le epoche.
D'altronde,
sarò preciso e violento.
Non
risparmierò nessuno. È finito il periodo dei
mezzi termini, delle restrizioni mentali, di tutto ciò
che è servilità, di tutto ciò che
è equivoco.
Mi
sento un po' imbarazzato a svolgere il tema che mi si
è assegnato
Il
dovere dell'Italia.
Il
dovere dell'Italia? Ma, prima di tutto, di quale Italia? Di
questa ancora triplicista, che ha nel Senato e nelle
Università gli ultimi ruderi del triplicismo? A
questa Italia io non so quale dovere è da assegnarsi.
Parlo
da socialista a socialisti: da socialista, perché nessuno
in questo dinamico e movimentato periodo storico può
asseverare di possedere la verità assoluta, può
dichiarare di essere l'assertore del vero unico.
Noi
tutti siamo incerti, andiamo a tastoni: appunto perché
tutto ciò che era il solido, il fisso, quello che noi
credevamo il dogma, è andato in frantumi.
In
un certo senso si può dire che non vi sono partiti.
Non
più, in quanto che, lo dicevo polemizzando otto o
nove mesi fa mi pare coll'on. Graziadei, ogni partito ha il
suo programma, la sua bandiera, la sua inquisizione, la
quale inquisizione necessariamente fa funzionare i roghi.
Non si canta più oggi il Kyrie elèison, ma il
rogo morale c'è ancora e manca solo il rogo materiale
perché viviamo nel secolo XX e sono passati quattro secoli
dal martirio di Giordano Bruno.
Ci
sono delle mentalità diverse, e difatti ci sono
riformisti per la guerra e riformisti contro la guerra, ci
sono rivoluzionari per la guerra e rivoluzionari contro la
guerra, sindacalisti pro e sindacalisti contro la guerra.
Nessun partito ha potuto sottrarsi a questa divisione che
ripete le sue origini dalla diversa mentalità con cui
gli uomini affrontano i problemi di una determinata epoca
storica.
E
le mentalità sono queste, sono due: la mentalità
dogmatica, fissa, eterna, immobile. Si è detta nel
1848 una verità e quella deve rimanere la verità
per tutti i secoli. Questi uomini i quali si aggrappano a
questo scoglio della verità e vi rimangono attaccati
fino al giorno del naufragio, sanno qualche volta salvarsi
per le vie equivoche della ritirata; e sarebbero certamente
uomini ammirabili se sentissero questa verità, se non
preparassero già fin d'adesso l'alibi prudente ed i
tradimenti fin troppo astuti.
E
ci sono invece gli altri uomini i quali non possono
nascondersi la realtà perché la realtà
esiste. Si può fingere di ignorarla, si può
imitare lo struzzo che nasconde il capo sotto la sabbia per
evitare il pericolo; questo pacifico abitatore del deserto
non vede più il pericolo, ma il pericolo incalza.
Ora
noi, dopo aver superata la crisi che proveniva dal fatto che
volevamo rimanere fedeli a quelle che ci sembravano le verità
assolute, ad un dato momento abbiamo visto che la realtà
travolgeva queste verità. Allora abbiamo volute
vedere, confrontale, sceverare, distinguere, vedere cioè
se il vangelo era buono per tutte le età, per tutti i
secoli, per tutti gli uomini, o se invece non sia più
profondamente vero e umano che ogni generazione deve creare
dal suo seno le verità, quando queste verità
sono invocate per le generazioni che vogliono venire avanti.
E allora ci siamo trovati, in un momento in cui nessuno ci
pensava, alla guerra europea.
Giovanni
Jaurès il 30 luglio tornando da Bruxelles ottimista,
pensava che la guerra non ci sarebbe stata. Si erano scritti
dei volumi per dimostrare l'impossibilità della
guerra europea; si era detto che gli uomini erano diventati
buoni, e si trascurava il fattore psicologico.
Ieri
stesso Achille Loria, un uomo dinanzi al quale mi inchino,
ha voluto dare spiegazioni puramente economiche di questo
fenomeno.
Non
basta: c'è l'insopprimibile dissidio delle stirpi, ma
anche qualche cosa di più che non possiamo nascondere
a noi stessi; ed è che l'uomo è un animale
bellicoso, forse l'animale più bellicoso di tutta la
zoologia.
Bisogna
dunque tener conto di tutti questi diversi fattori ed
elementi per spiegarci il fenomeno complesso della guerra,
alla quale noi opponevamo la «Internazionale».
Non
ho mai avuto fiducia nel partito socialista tedesco. Quattro
mesi prima della conflagrazione europea, in una polemica
svoltasi sul Giornale d' Italia, all'avversario che mi
magnificava la poderosa Sozialdemocratie tedesca, io
ricordavo una sentenza di Roberto Michels che diceva:
«Il partito socialista tedesco è simile al
gigante capace di portare un quintale, e impotente a
fecondare una vergine».
La
sua forza dunque era fisica sopratutto, ma non era energia
fisiologica; per cui questo partito che aveva 92 quotidiani,
111 deputati, 5 milioni di elettori, 3 milioni di
organizzati, ad un dato momento è scomparso dalla
scena politica dell'impero come può crollare uno
scenario invecchiato e Guglielmo II, dall'alto del suo
balcone di Potsdam, ha potuto dire: «Cittadini (o
meglio sudditi), non ci sono più partiti; ci sono
semplicemente dei tedeschi!».
Cosa
faceva la Sozialdemocratie? Cresceva, ed io vedevo già
in questa sua crescenza la ragione della sua immobilità.
Questo
partito cresceva. Ebbene, io dicevo, verrà il giorno
in cui questo partito troverà nella sua stessa mole
pachidermica la ragione della sua immobilità. Ed
è quello che è avvenuto. I socialisti tedeschi
che dovevano tener alta la bandiera della «Internazionale
socialista» sono stati i primi a buttarla nel fango.
E
quando a Bruxelles, Jouhaux, il segretario della
Confederazione Generale di Francia, chiese a Legien,
deputato socialista al Reichstag, che cosa avrebbero fatto i
socialisti tedeschi nel caso di uno sciopero generale
francese, il Legien rispose, o meglio non rispose; fece
capire che i tedeschi non potevano prendere impegni di
questo genere.
Ed
il contegno dei socialisti tedeschi ha determinato
automaticamente il contegno dei socialisti degli altri
paesi.
Hervé
era quasi un profeta quando in uno dei tanti congressi
internazionali in cui veniva alla superficie l'eterno
dissidio fra latini e tedeschi, che fu causa della prima
rovina della Internazionale, chiedeva a Bebel: «Cosa
farete voi se noi risponderemo alla mobilitazione con
l'insurrezione?». E Bebel rispondeva: «Prima di
essere socialista, sono un tedesco». E Hervé
replicava: «Ebbene, quel giorno in cui passerete il
Reno, sappiate che troverete i fucili dei liberi cittadini
francesi pronti a respingervi».
Per
cui è inutile voler ossigenare un cadavere.
Certi
neutralisti muovono questa obbiezione: «Ah! voi
rimproverate ai socialisti tedeschi il loro tradimento della
Internazionale? E voi, socialisti italiani, vi preparate a
fare qualche cosa che rassomiglia molto all'atto dei
socialisti tedeschi». Ma c'è una ragione
assoluta che smantella questa obbiezione.
Amici,
l'amore si fa in due; la Internazionale si fa in molti.
Quando uno per il primo, abbia ragione o torto, straccia il
contratto, l'altro contraente non ha più il dovere di
tener fede a questo patto, anzi non può più
tenerla. Un'Internazionale unilaterale è un assurdo
in termini.
Se
i socialisti tedeschi avessero tenuto fede al loro patto,
potevano pretendere qualche cosa di più da noi.
Sorgerà
una nuova Internazionale; ma quella che aveva un ufficio a
Bruxelles, il quale ufficio pubblicava un soporifero
bollettino due o tre volte all'anno in tre lingue, esclusa
l'italiana, quella Internazionale è finita. Starei
per dire che il suo segretario Camillo Huysmann, quando mi
ha mandato l'adesione di simpatia e di solidarietà,
mi mandava con quel voto l'atto di decesso di quella
Internazionale di cui egli era segretario.
E
allora noi socialisti italiani ci troviamo proiettati
nell'ambito dei problemi nazionali.
Ieri
il Vorwaerts!, pubblicando un articolo sul Natale,
prospettava, sia pure vagamente, la possibilità della
creazione di un socialismo nazionale, o quasi.
Non
dovete dimenticare che nel partito socialista tedesco gli
imperialisti ed i pangermanisti sono numerosissimi; non
dovete dimenticare che infinito è il numero degli
espansionisti che dicono «più terra», ed
anche gli operai non sono estranei all'influsso di questa
dottrina.
E,
del resto, la nazione non è scomparsa. Noi credevamo
che fosse annientata; invece la vediamo sorgere vivente,
palpitante dinanzi a noi! E si capisce: La realtà
nuova non sopprime la verità; la classe non può
uccidere la nazione. La classe è una collettività
di interessi, ma la nazione è una storia di
sentimenti, di tradizioni, di lingua, di cultura, di stirpi.
Voi potete innestare la classe sulla nazione, ma l'una non
elide l'altra.
Ed
allora, se questo è vero, molte altre verità
saranno prospettate poi, quando questi avvenimenti avranno
fatto il loro corso.
Noi
dobbiamo esaminare la questione da un punto di vista
socialistico e nazionale.
Già
l'onorevole Claudio Treves, nella Critica Sociale di agosto,
diceva che poiché il patto internazionale non esiste più,
ognuno deve pensare ai propri casi, ognuno deve vedere che
valore, che senso, che portata può dare alla
neutralità.
Ebbene
noi ci troviamo al bivio.
Questa
neutralità deve durare sempre o deve finire? E se
deve finire lo deve perché noi saremo forzati da motivi
estranei a volerlo?
Socialismo
e guerra.
Si
dice: «Ma la rottura della neutralità ci mette
allo sbaraglio delle guerre!».
La
guerra è certamente un fenomeno orribile. Si pensa
con un vivo strazio dell'animo a questi milioni di uomini
che stanno nelle trincee, nel freddo, nel gelo, nella neve,
mentre noi proletari italiani chiacchieriamo.
C'è
forse un'antitesi fra socialismo e guerra?
Certamente
se il socialismo vuole la fratellanza dei popoli, non può
voler la guerra che di quella fratellanza è la
violazione brutale, aperta, decisiva, assoluta.
Ma
ci sono guerre e guerre.
Giorgio
Sorel diceva che il socialismo è una cosa terribile,
grave, sublime e non un esercizio di politicanti che fanno
lo sconcio comodo dei loro mercati quotidiani. Se il
socialismo è forza, è sacrificio, è
tragedia, noi non possiamo seguire coloro che credono di
spaventarci innanzi alla guerra coll'idea delle stragi, del
sangue, del sacrificio.
Mi
inchino al dolore delle madri, mi inchino a chi soffre; ma
ci sono dei doveri supremi e quando uno è un
socialista rivoluzionario, sa che anche la rivoluzione
sociale sarà sacrificio, sangue, pianto di madri.
Anche
Mazzini, quando sospingeva le generazioni italiane alla
guerra, ben sapeva che essa era sacrificio, sangue, rovina,
distruzione. Ma sapeva pure che ogni generazione ha i suoi
ineluttabili doveri da compiere.
Ora
le generazioni che ci hanno preceduto hanno fatto il loro
dovere; un altro però ne hanno legato a noi e noi
dobbiamo compierlo perché le generazioni che verranno, i
figli, i nipoti, ci chiederanno: «E voi? Nel 1914-15
quando l'Europa, anzi quando il mondo era in fiamme, che
cosa avete fatto?».
È
comodo chiudersi nell'egoismo neutrale, nel sacro egoismo di
Salandra, che è l'egoismo delle classi abbienti, del
Senato triplicista, del papato temporalista, della borghesia
contrabbandiera.
No,
non può essere questo il nostro egoismo. Non abbiamo
egoismo nazionale noi; ma dei doveri imprescrittibili da
compiere.
Dite
un po', o amici: è un quesito che vi pongo. Nel 1791
quando gli operai parigini al rullo dei tamburi, al suono
della Marsigliese, si recavano nei quadrivi delle strade,
scalzi, laceri, sol di rabbia armati, e dicevano «noi
vogliamo combattere» e piantavano le bandiere della
rivoluzione sui colli di Walmy, e Goethe diceva: «Oggi
da questo luogo comincia una novella istoria»; questi
proletari volevano la guerra, andavano ad uccidere degli
altri proletari. Ma noi, noi che godiamo dei benefici di
quel sangue, troviamo che essi erano i martiri, i precursori
della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, documento
memorabile del pensiero e della civiltà umana.
Nel
1870 a Roma se ci fosse stato un Circolo socialista più
o meno neutrale, avrebbe esso gridato abbasso la guerra
quando attraverso la breccia si abbatteva il potere
temporale dei papi?
Osereste
rinnegare Pisacane?
Ma,
amici, c'è il suo testamento. Ebbene, Pisacane con
trecento idealisti - c'erano ancora degli idealisti - sbarcò
a Sapri.
C'erano
forse le classi, c'era forse lo sciopero, una questione di
contratto, di salari, di tariffe? No. C'era il governo dei
Borboni, e Pisacane irredentista, precursore di Garibaldi,
quindi più grande di Garibaldi, ha detto Victor Hugo,
andava a compiere un'opera di redenzione nazionale.
E
chi erano i neutralisti d'allora? Poveri contadini del
napoletano sobillati dai preti i quali amavano molto il
governo del Borbone come i preti d'ora amano molto il
governo di Francesco Giuseppe.
Nel
1897, io ero giovinetto, mi ricordo che molti socialisti
italiani s'armarono e corsero a combattere in Grecia. Ma
forse che in Grecia c'era un conflitto fra capitale e
lavoro? No, c'era un conflitto fra due nazioni. Essi
andavano ad aiutare i borghesi greci! Ma che cosa importa
questo? Essi vedevano in conflitto due nazioni: la Turchia
che sopprimeva le nazionalità, la Grecia che voleva
ricongiungere a sé Candia; e non distinguevano, e si
battevano e morivano.
Che
più? Quando le ceneri di Antonio Fratti ritornarono
in Italia, ricordo che una colonna imponente di socialisti
romagnoli, quattro o sei mila, muniti del garofano rosso, si
recarono a riverire questo martire del diritto delle
nazionalità.
È
dunque solo adesso che siamo diventati degli egoisti, dei
vigliacchi, dei poltroni? Solo adesso?
Guardiamo
alle rovine del Belgio e diciamo: poveri belgi, è
veramente doloroso il loro calvario.
Eppure
ho sentito un socialista domandarsi perché, in fin dei
conti, questi belgi hanno resistito; perché non hanno
contrattato col Kaiser magari il prezzo del libero transito,
offerto il loro pane, i loro alloggi.... fors'anche le loro
donne agli ulani. Sarebbero stati risparmiati.
Ebbene
i belgi, al contrario, hanno avuto questa suprema ingenuità
si sono difesi e si sono difesi egregiamente salvando la
Francia.
La
Francia che non aveva alla frontiera che trentamila uomini
da opporre ai tre milioni di baionette prussiane, la Francia
che ha dovuto costituirsi un esercito oltre la Marna, la
Francia odiata da tutti gli imperatori perché è una
nazione repubblicana, perché ha tagliato la testa a un re.
E
se voi avete letto Arrigo Heine, ricorderete l'episodio in
cui il poeta è entrato nella grotta dove riposa
Barbarossa che ha la barba già fluente e gli cresce
smisuratamente, Barbarossa che aspetta per scendere, o
meglio per salire in armi. E il poeta scomunicato dalla
Germania ufficiale, il poeta Heine che era troppo parigino
per essere tedesco, si diverte a scherzare col Kaiser che
distrusse molte castella dell'Alta Italia, e ad un certo
punto gli dice: «Ma, caro imperatore, se non avete dei
cavalli, provvedetevi degli asini». E siccome
l'imperatore non aveva letto le cronache, domanda al poeta:
«Che cosa è successo in questi secoli?».
E
il poeta gli risponde: «Sono successe cose
sorprendenti: guerre, terremoti, pestilenze, carestie; e poi
in Francia, sappiate, o imperatore, in Francia ad un certo
momento hanno ghigliottinato Luigi XVI!».
E
il vecchio Kaiser: «Ghigliottinato? Che parola
è? Ai miei tempi non era nel vocabolario».
E
il poeta gli risponde: «È una parola nuova. Si
tratta di uno strumento inventato da un medico, il quale
strumento taglia la testa dei re ed anche degli imperatori».
E
allora il Kaiser trema pensando a quest'epoca in cui non si
ha più rispetto per le teste coronate.
La
Francia ne ha tagliato una, ma l'Inghilterra due secoli
prima aveva tagliato la testa ad un altro re.
Le
monarchie sentono che quando si avanza il popolo, i re, i
papi, gli imperatori devono retrocedere. È evidente
che questa gente prega perché l'Italia si mantenga
neutrale; ed i socialisti tedeschi, teneri della sorte dei
loro Kaiser e della sorte del loro impero, mandano il
messaggero Sudekum in Italia ed in Rumenia a fermare i
proletari che volessero aiutare la triplice intesa.
La
guerra che noi vogliamo, e noi vogliamo la guerra, non ci
carica la coscienza di nessun delitto.
Noi
guerrafondai? Nel 1911, a Forlì, abbiamo trattenuto i
richiamati che stavano per partire per la Libia. Se da per
tutto si fosse fatto così forse in Libia non si
sarebbe andati.
Guerrafondaio?
No. Uomo che lotta in un determinato periodo, in un
determinato spazio; lotta colle armi che sono a sua
disposizione.
Se
voi volete abbattere i mortai da 420 e se volete demolire la
prepotenza del militarismo prussiano, vorrete dunque portare
il ramoscello d'olivo, vorrete portare gli ordini del
giorno, i bei discorsi con relative invocazioni pacifiste?
Bethmann-Hollweg
ha avuto il coraggio di dire al Reichstag: «Abbiamo
violata la neutralità belga? Ebbene, necessità
non conosce legge. Abbiamo distrutte le città,
abbiamo seminato il terrore? Non importa: daremo un'indennità,
oppure ci annetteremo il Belgio per farlo partecipe dei
benefici della civiltà tedesca».
E
i socialisti neutrali d'Italia, dopo cinque mesi di
neutralità, trovano tutto ciò legittimo,
giusto, umano!
La
mentalità socialista, nei suoi primordi, aveva un
chiaro significato. Abbiamo detto cioè: c'è il
pericolo di due guerre, una a fianco dell'Austria e un'altra
a fianco della Francia. Per la prima noi dichiarammo che ci
saremmo opposti collo sciopero generale e colla
insurrezione, ma per la seconda avremmo lasciato fare. Si
sono chiamate tre classi e i socialisti non hanno
protestato. Se il Governo avesse voluto mobilitare avrebbe
mobilitato senza proteste da parte dei socialisti perché
questi capivano, e ci voleva poco, che quando tutta l'Europa
era in fiamme, e tutti armavano, dalla Svizzera degli
albergatori (da tenere d'occhio, specie la Svizzera tedesca)
all'Olanda dei formaggi, alla Danimarca, era ridicolo, era
idiota, era sopratutto criminoso aprire le frontiere e dire:
Austriaci venite, le porte sono aperte.
E
fin da allora che il socialismo italiano ha distinto tre
guerre e per ognuna di queste guerre ha specificato un
determinato atteggiamento pratico. E non più tardi di
ieri, l'on. Rigola, il quale è un personaggio
importante perché è un uomo molto acuto e perché
è segretario della Confederazione generale del lavoro
la quale dovrebbe fare quel famoso sciopero generale, ha
distinto tre guerre e tre ipotesi. Ha detto: «Per la
guerra a fianco dell'Austria, faremmo la rivoluzione; una
guerra con finalità puramente nazionaliste, la
subiremmo; in una guerra di difesa, in caso d'invasione, per
indipendenza nazionale, saremmo in prima linea».
Ora
è perfettamente assurdo subire una guerra,
disinteressarsi di una guerra. Io mi disinteresso di una
cosa che non mi riguarda, che avviene nell'altro emisfero,
nel mondo della luna; ma una guerra fatta con me, per me,
colla mia pelle, non posso subirla non curandomene, bisogna
che io dica se la voglio o non la voglio.
E
poi voi accettate la guerra di difesa. Ma allora vi faccio
una questione pratica che taglia la testa al toro. Si tratta
di vedere se deve essere fatta prima o dopo; adesso con
minore dispendio di vite umane e di denaro, domani in
condizioni difficilissime e con la prospettiva del disastro
nazionale.
Perché
la triplice intesa non verrà ad aiutarci, specie dopo
gli scandalosi esempii che abbiamo dato.
I
russi ci danno i prigionieri, ed il Presidente del Consiglio
va in biblioteca a sfogliare i volumi del diritto
internazionale per sapere se li può accettare. Non
solo: l'Inghilterra ci dà il carbone; e noi ne
approfittiamo per fare il contrabbando in Germania! Ma tutta
questa gente, naturalmente, domani quando ci troverà
nell'imbarazzo, dirà: «Signori italiani, fate
come potete».
Voi
mi direte che la Germania e l'Austria non ci aggrediranno
subito. Ma ci disonoreranno diplomaticamente e non
tarderanno a punirci.
Poiché,
non vi dovete fare illusione dello stato d'animo che regna
in Germania. In Germania passiamo per dei traditori, dei
vigliacchi. C'è una cartolina diffusissima in tutta
la Germania nella quale è rappresentato un coniglio
colla bandierina tricolore ed il cappello da bersagliere. C'è
una lettera di Sassenbach, organizzatore tedesco, cui Rigola
ha brillantemente risposto, nella quale dice: «Italiani,
operai italiani! Voi ci avete lasciati in asso nel momento
buono. Vi perdoniamo; ma guai a voi se osaste, dopo essere
rimasti neutrali, di attaccarci, perché sareste odiati da
tutte le generazioni tedesche per tutti i secoli, e contro
di voi proclameremmo la guerra allo sterminio».
Cose
da meditare. Ed ora, se volete fare una politica di
isolamento, dovrete armare, armare, armare, poiché dovrete
contare sulle sole vostre forze. Il socialismo non potrà
opporsi quando il governo chiederà dei miliardi,
perché il governo dirà: «Ma socialisti, non
avete voluto la guerra; adesso voi dovete almeno tollerare
che io mi difenda, che prepari la mia difesa; specie quando
abbiamo il Trentino che è un cuneo conficcato fra la
Lombardia e il Veneto, il Trentino che è a quattro
ore da Verona, Verona che forse è destinata a subire
la sorte di Lovanio se i tedeschi si potessero precipitare
alla chiusa dell'Adige».
Sono
cose che impongono un po' di meditazione. Non si può
rispondere a queste argomentazioni col grido di «abbasso
la guerra».
Abbasso
la guerra! Sì, ci sto anch'io, come a gridare abbasso
il colera, l'omicidio, tutte le cose orribili, ripugnanti.
Ma
adesso la guerra c'è e noi non possiamo ignorare
questo incendio che è alle porte d'Italia. Non
possiamo non vedere se la guerra debba essere fatta dalla
monarchia nel solo interesse della monarchia o se invece il
popolo non debba asservire questa ai suoi interessi per
fiaccare il militarismo prussiano ed anche per fiaccare
quella monarchia degli Absburgo, di Francesco Giuseppe l'impiccatore,
che in 66 anni di regno ha non poche decine di impiccati al
suo passivo.
Noi
dobbiamo veder quale deve essere la nostra condotta, e la
nostra condotta pratica è nettamente determinata.
Dire
che i borghesi vogliono la guerra è dire una
stupidaggine. Più la borghesia è evoluta e più
è pacifista. La Vossische Zeitung e la Frankfurter
Zeitung, due organi capitalisti tedeschi, prima della guerra
erano più pacifondai del Vorwaerts.
Dove
sono questi ceti che vorrebbero la guerra? Io non li trovo.
La
borghesia italiana, l'ho detto, è luridamente
pacifista. Il Senato? È l'asilo dove si raccolgono
tutte le vecchie cariatidi. Giuseppe Ferrari ha avuto il
torto di finire senatore e così pure Giosuè
Carducci. Ma se Enotrio fosse stato presente al discorso
austriacante di Barzellotti gli avrebbe scaraventato un
calamaio sulla testa.
I
senatori che rappresentano l'élite reazionaria sono tutti
triplicisti per la pelle, austriacanti.
E
i deputati che sono andati in delirio, per l'evviva di De
Felice a Trento e Trieste, li credete intervenzionisti? Non
bisogna dimenticare che 253 di essi sono deputati
gentilonizzati, cioè a dire preti, cioè
austriacanti.
La
borghesia, infine, fa ottimi affari colla neutralità:
lo sapete voi di Genova. Né può essere guerrafondaio
il contadino che ha un orizzonte mentale limitatissimo.
E
il proletariato delle grandi città, il proletariato
di Genova, di Milano, di Roma, di Napoli che può
essere per la guerra come lo è stato quello del 1791,
come lo è stato quello della gloriosa Comune che
chiedeva armi e armi per abbattere il Prussiano.
Come
lo fu Blanqui nel suo giornale, che era tutto uno squillo,
una diana guerresca ai socialisti di Parigi, autore di
quella famosa intimazione al governo nella quale diceva:
«Voi, governo, siete andato al potere dicendo che non
un pollice di territorio sarebbe caduto in mano ai tedeschi.
Ora è tempo di mantenere questa promessa; altrimenti
noi vi frantumeremo il potere nelle mani».
Non
conoscete la storia della Comune? Non sapete che quello fu
un moto patriottico? Farete bene a leggerla, la storia. Il
popolo di Parigi si raccoglieva in assemblee. E di che cosa
discuteva? Forse della concentrazione del capitale? Ma che!
Discuteva sui mille modi per abbattere i prussiani. I
comunardi parigini volevano la guerra perché volevano
salvare Parigi.
E
se Jaurès, l'apostolo, il martire della pace, caduto
veramente nell'ora critica, che è stato il Cristo
spentosi sul calvario con tutti i suoi sogni, tutte le sue
illusioni, tutte le sue bontà, se Jaurès fosse
vivo, sarebbe oggi al posto di Guesde e di Sembat, sarebbe
al ministero della difesa nazionale, perché ogni nazione ha
il diritto di vivere nei suoi confini, perché voi non
potete pretendere di fare la «Internazionale»
finché ci saranno dei popoli oppressi e dei popoli
oppressori, non potete ritornare all'esercizio della lotta
di classe finché non sarà finita la guerra fra le
nazioni.
Si
dice: « Perché non vi agitate per Nizza, per la
Corsica, per la Savoia? ».
Ma
questa è un'obbiezione buffa. Ve lo dimostro subito.
Voi mi dovete fare una statistica: di tutti i disertori
nizzardi, corsi e savoiardi che sono venuti in Italia. Non
ne è venuto nessuno. E questo vi dimostra che queste
popolazioni stanno volentieri sotto la Francia, come i
ticinesi sotto la Svizzera.
-
Quante migliaia, invece, di irredenti trentini e triestini
sono venuti in Italia!
Chi
non ricorda l'entusiasmo per l'insurrezione cubana? E per il
Transvaal chi non si è entusiasmato? Chi di noi si
è entusiasmato per l'insurrezione candiota? Chi di
noi per i piccoli giapponesi che abbattendo il colosso
russo, provocarono la rivoluzione in Russia? E per la
Macedonia! E per l'Armenia!
Noi
socialisti italiani abbiamo questo singolare privilegio: ci
entusiasmiamo per chi è lontano e quando alle porte
d'Italia c'è un Trentino che spasima, che sanguina,
ci chiudiamo nel sacro egoismo!
Per
noi socialisti non sarebbe ragione sufficiente spingere alla
guerra i popoli se la posta del giuoco non fosse che quella
delle terre irredente. Noi potremmo dire ai borghesi
italiani: Quello è vostro compito; assolvetelo, o
altrimenti noi vi destituiremo, vi condanneremo. Non
è per voi che le monarchie hanno giuocato la loro
esistenza sul tradimento delle nazioni? Napoleone III
è caduto perché sconfitto a Sedan.
Ma
ci sono altre ragioni più profonde, più
socialistiche. Noi ci troviamo dinnanzi a due gruppi di
potenze; noi dobbiamo scegliere.
Dobbiamo
fare tre ipotesi. Da questo cozzo tremendo voi credete che
uscirà un'Europa uguale a quella di ieri? Allora
ammetto che siate neutralisti. Ma questa ipotesi è
assurda perché sarebbe spaventevole che venti milioni di
uomini si fossero scannati per mesi e mesi senza un
risultato.
E
allora o l'Europa di domani è migliore o è
peggiore, o c'è più militarismo o meno, o c'è
più libertà o più autorità.
Dei
due aggruppamenti di Potenze senza dubbio è la
triplice intesa quella che dà maggiori garanzie per
un assetto migliore dell'Europa.
Mi
fa ridere la Stampa di Torino quando dice che la Francia di
domani sarà clericale, reazionaria.
Ma
la Francia ha due ministri socialisti, la Francia ha due
milioni e mezzo di voti socialisti; la Francia ha la
Confederazione generale del lavoro; la Francia è una
repubblica che si avvia al cinquantennio di vita, e ciò
è già un prodigio. E la Francia di domani sarà
più democratica, e per una ragione semplicissima.
Che
cosa hanno detto i reazionari, monarchisti, realisti di
tutte le specie? Hanno detto: «Vedete la
disorganizzazione del regime francese? La democrazia non sa
combattere; la democrazia condurrà alla disfatta».
Ebbene,
la democrazia sa combattere. È veramente meraviglioso
quel soldatino francese! Pensate ad un popolo che si
è svegliato per essere un popolo, che ha dato tutto
il suo sangue per tutti gli imperi, ovunque, un popolo
raffinato, che sta sulle trincee da cinque mesi ed ha
spezzato l'urto della barbarie prussiana.
Ebbene,
questa Francia democratica, questa Francia repubblicana vi
dimostra che quando la causa è giusta, sa combattere
anche la repubblica. Del resto c'è una prova anche più
evidente. Ma forse che nel '70 la Francia era repubblica?
No; era impero, e cadde.
C'era
la profezia di Victor Hugo, impressionante. Nel 1871
all'assemblea di Parigi, Victor Hugo diceva: «La
Prussia forse ci ha reso un servigio, ci ha mutati, ma ci ha
liberati da Napoleone». (A questo punto un
giovincello dice: «Parlaci della Russia »). E
Mussolini pronto:
Non
ho difficoltà ad ammettere che il regime czarista
è obbrobrioso. Ma sapete voi chi è stata
l'anima dannata della reazione russa? Guglielmo II. Sapete
voi quali siano stati i ministri più reazionari di
Russia, taluno dei quali giustiziato dalle bombe terroriste?
Erano tutti di origine tedesca. La Russia si libera adesso
della influenza preponderante dei tedeschi i quali avevano
tedeschizzato perfino la capitale.
Lo
czarismo russo è detestabile ma il caporalismo
prussiano non lo è meno. Con questa differenza: che
la Russia è un vasto crogiuolo di energie e di fede.
Noi ci intenderemo coi russi. La loro psicologia è la
nostra. Essi sono capaci di fare la rivoluzione; in Germania
il proletariato non si è mai ribellato.
E,
del resto, nell'interesse stesso della causa rivoluzionaria
che noi vogliamo la partecipazione dell'Italia al conflitto.
Ma
voi pensate sul serio che la Russia potrà restare
almeno immune dal contagio democratico quando ci sia una
repubblica dalla Vistola al Reno.
Mai
più. Domani la Russia sarà travolta - intendo
la Russia nella sua impalcatura feudale e czarista - e
dall'interno e dall'esterno.
Ma
coloro che ci agitano lo spauracchio russo per farci
dimenticare le forche di Francesco Giuseppe ed il
militarismo prussiano, fanno un giuoco polemico che non vale
certamente la candela.
Noi
abbiamo dimostrato che è nell'interesse appunto delle
democrazie occidentali di far sì che all'atto della
liquidazione dei conti ci siano molte nazioni democratiche
contro le nazioni feudali, perché solo a questo patto
l'Europa di domani non sarà una copia di quella di
ieri.
Vi
dicevo che ci sono le ragioni di classe, le ragioni tipiche
del proletariato. Ma il proletariato non può rimanere
estraneo a questo conflitto; non lo può perché il
proletariato non è già una collettività
di straccioni, di elemosinanti; è una collettività
di soldati, di combattenti, di gente che quando l'ora suona,
accetta il sacrificio.
Ma
come? Voi ammettete la rivoluzione per sbarazzarvi di una
monarchia o di una aristocrazia all'interno, e non volete la
guerra solo perché le aristocrazie o le monarchie da
spazzare via sono all'esterno?
Ma
allora siete degli egoisti!
C'è
anche una ragione umana. È ormai dimostrato che coll'intervento
dell'Italia e della Rumenia gli austro-tedeschi saranno
fiaccati. E allora noi diciamo: O madri che tremate per i
figli che dovranno andare sulle trincee, voi combattenti da
una parte e dall'altra, è finita. Veniamo a dare il
colpo di grazia. Sacrificheremo centomila dei nostri ma
salveremo un milione dei vostri. Sarà questa la prova
suprema della Internazionale proletaria.
Ed
è nelle nostre tradizioni. Io sono per temperamento,
per abitudine di studi, un antitradizionalista perché le
tradizioni sono dei ruderi; ma qualche volta sono dei ruderi
intorno ai quali bisogna andare per ispirarsi. Ebbene, noi
riprendiamo le tradizioni italiane.
Oh!
erano belli i tempi, quando il socialismo idealista che non
si era corrotto, il socialismo italiano teneva nei suoi
circoli la veneranda figura di Garibaldi! Il socialismo
italiano dunque, riconosceva in Garibaldi un uomo che aveva
fatto qualche cosa per noi tutti, per il proletariato
mondiale.
Ah!
Garibaldi era un guerrafondaio! Sicuro! Quaranta battaglie,
dieci guerre in tutti i continenti; ma chi di voi sarebbe
così stolto, così pazzo da dire che Garibaldi
era un guerrafondaio?
Ma
no: qualche volta la spada bisogna sguainarla per sciogliere
il nodo gordiano di tutte le tirannie; qualche volta bisogna
saper versare fino all'ultima stilla il nostro sangue, perché
è il sangue che dà il movimento della storia,
perché il sangue - è così - è la
tragica necessità di questa specie umana che da
254.000 anni è venuta sul pianeta.
È
destino che ogni creazione, che ogni passo in avanti sia
segnato da macchie di sangue. Voi non comprenderete la
storia se non vi introdurrete l'elemento della violenza.
Qualche
volta le cose sono così aggravate che i mercati
diplomatici, le trattative mercantili, i compromessi
politici non bastano a risolverle. E allora viene dal popolo
l'ignoto colla bomba, colla dinamite, o viene il popolo coi
suoi fucili e le sue spade. Questo il dovere d'Italia nel
momento attuale.
Chi
siete voi piccoli, voi che pretendete alzando il dito del
cittadino che protesta, di fermare gli avvenimenti che
rotolano con fragore di uragano nelle linee della storia? Ma
no, voi sarete travolti; voi dovete comprendere questo
fenomeno, voi dovete introdurvi la vostra volontà se
siete dei socialisti e se siete dei rivoluzionari.
E
allora, o per amore o per forza, colla parola prima o con
qualche gesto di sangue e di fiamma, noi spingeremo tutta
l'Italia a spezzare il nodo che la lega ancora all'impero
della forca e la spingeremo là dove il nostro destino
ci chiama per l'interesse della nazione, per interesse di
classe, per interesse di umanità.
E
coloro che in questo momento tragico della storia si
rinchiudono nel loro guscio di egoismo che non è sano
ma abbietto, che non vogliono sentire il grido dei popoli
oppressi, che restano freddi dinanzi allo spettacolo
terribile del Belgio, dinanzi alle stragi scatenate dal
militarismo prussiano, costoro saranno ancora dei
socialisti, se per essere socialisti occorre essere muniti
della tessera. Ma io ho concepito il socialismo sempre come
una lotta diuturna, instancabile, violenta, contro tutti i
tiranni, quei di dentro e quei di fuori; io ho concepito il
socialismo come un'aspirazione di giustizia, di umanità,
di fratellanza.
Una
pagina del vangelo socialista sarà quella in cui si
dice, prendendo a prestito il verso di Terenzio: «Io
sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi
è straniero». Ebbene, io sono uomo, uomo di
questa Italia e non mi è straniero il sacrificio del
Belgio, non mi è straniero il sacrificio della
Francia, non mi è straniero il sacrificio della
Serbia e vedo dietro alle borghesie il proletariato che
sanguina, che soffre, che invoca, che dice: Proletari
d'Italia, avanti: ancora uno sforzo, liberateci voi! (L'oratore
è stato frequentemente applaudito).