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Camerati,
Otto
anni or sono, - in questi giorni di fine
ottobre, - il ritmo della storia italiana si
era straordinariamente accelerato. Erano
momenti di «alta tensione». Nel
mio discorso alla «Sciesa» di
Milano nell'agosto, nell'altro, - breve, ma
preannunciatore, di Levanto, in quello di
Udine del XX Settembre e successivamente nel
discorso di Cremona le tappe erano state
bruciate. Finalmente, con l'adunata nazionale
di Napoli, la sorte del Governo di allora e il
destino della Nazione cadevano nelle nostre
mani.
Fino
dal 18 ottobre, immediatamente dopo la
decisiva riunione di via San Marco, 48, a
Milano, avevo preparato quello che più
tardi fu il problema del Quadrumvirato e che
le Camicie nere impazienti attendevano:
l'ordine di marciare.
Il
28 ottobre l'ordine fu lanciato. Da quell'istante
una grande era cominciò nella storia
del popolo italiano. Rievocando quelle
giornate, l'animo nostro vibra ancora di
emozione e di fierezza, e ringraziamo il
Destino che ha consentito alla nostra
generazione di vivere i due eventi che sono i
più memorabili nell'esistenza degli
individui , e delle Nazioni: la Guerra e la
Rivoluzione. Un'onda di poesia sale al
ricordo, nel nostro spirito: par di rivedere
le squadre e i gagliardetti, di risentire
gl'inni e il tumulto di quelle giornate: con
un rimpianto virile facciamo l'appello delle
Camicie nere che segnarono col sangue il
trionfo del Fascismo. La Rivoluzione allora
non incontrò nemici in campo aperto:
quelli stessi che pochi mesi prima,
nell'agosto, avevano giocato la carta suprema
del cosiddetto sciopero generale legalitario,
si ritirarono dalla circolazione; alcuni
accennarono ad accettare il fatto compiuto.
Il
Fascismo esordì con un Ministero di
coalizione; ma sin dal 16 novembre, nel
discorso alla Camera, le posizioni ideali
venivano prospettate con un discorso
scudiscio, che sibila ancora nelle orecchie di
chi lo ascoltò e sembra rimasto
nell'atmosfera dell'aula come sospeso. Di lì
a poco, io creavo due istituti originali che
provocavano l'irreparabile frattura fra il
vecchio mondo demoliberale e il nuovo mondo
fascista: la Milizia, con la quale la
Rivoluzione apprestava le sue specifiche e
insostituibili difese, e il Gran Consiglio, la
cui funzione di organo propulsore e
coordinatore del Regime, in tutte le sue
manifestazioni, è stata, nel tempo,
fondamentale.
Non
è oggi il caso di rifare la storia di
questi pieni e formidabili anni del Regime
fascista. Chi fa la storia non sente affatto
il bisogno di scriverla; tutt'al più può
darne una spiegazione. E poi, non siamo che al
principio. Guai se ci comincia a prendere la
nostalgia delle date, di ciò che non può
più tornare. Noi guardiamo invece con
occhi accesi al futuro: quello che dobbiamo
conquistare c'interessa molto di più
del già conquistato. La vita e la
gloria delle Nazioni è in questo
spirito del futuro, è in questo
proiettarsi oltre oggi: in questa «instancabilità»
è il segno eroico della fede fascista.
Naturalmente
i conservatori, i poltroni, i pusillanimi, gli
uomini del tempo che fu, non possono
intenderci, e noi li dobbiamo respingere
spietatamente dalle nostre file e anche dalle
nostre vicinanze. Chi non è pronto a
morire per la sua fede non è degno di
professarla!
Otto
anni di vicende, otto anni di lavoro - talora
grande, ma spesso anche amministrativo e
minuto - ci hanno portato a una intransigenza
politica e morale sempre più risoluta;
ad un'assunzione di responsabilità
sempre più netta e definitiva. Non mai
come oggi vale la mia formula del 1925: tutto
il potere a tutto il Fascismo, ed
esclusivamente al Fascismo! La Rivoluzione,
che risparmiò i suoi nemici nel 1922,
li manda oggi, li manderà domani al
muro, tranquillamente. È più
forte, quindi, oggi di allora. Quanti fra i
nostri nemici opinano non esservi rivoluzione
sino a quando non funzionino i plotoni di
esecuzione, possono prenderne atto. La
Rivoluzione che fu unitaria sin dal Congresso
di Roma del 1921, tale è rimasta, tale
rimane, tale rimarrà: qui è la
sua incomparabile forza. Giacobini, girondini,
termidoriani, destra o sinistra, sono
terminologie ignote nel Regime fascista. I
personalismi, se affiorano, non oltrepassano
un determinato traguardo. Le generazioni che
sorgono nel segno del Littorio non devono
assistere a spettacoli che turbino o gelino
gli entusiasmi, i quali sono il lievito
indispensabile nel pane della storia.
Eccoci
dunque alla fine dell'anno ottavo, alla soglia
del nono. Anno duro quello che muore, ma
tuttavia illuminato dalla grande luce del
maggio toscano e milanese. Ricordate i miei
discorsi a quelle adunate? Ecco che io li
commento a distanza, ora che il tumulto degli
altrui commenti sembra calmato. Con quei
discorsi io intesi strappare la maschera a
questa Europa ipocrita che balbetta la pace a
Ginevra e prepara la guerra dovunque. Furono
ritenuti una dichiarazione di guerra, mentre
si dimenticava che la guerra contro il Regime
fascista, gli uomini, i gruppi, i partiti, le
sette, cui allusi a Firenze, la conducono da
otto anni. Uccidere i fascisti in quanto tali
non è un atto di ostilità?
Diffamare il Regime e danneggiarlo nel
credito, non è atto di guerra? Quali
calunnie, per quanto infami, non sono state
lanciate nel mondo contro il Regime fascista?
Ciò che è accaduto dopo le
esecuzioni di Trieste non è la prova
che la guerra contro il Regime fascista
è in atto; guerra morale per ora, ma
preparatrice della guerra militare? Le
invenzioni calunniose sono un'arma di guerra:
fra poco anche noi avremo tagliato le mani ai
bambini, come si disse dei Tedeschi nel 1914,
ma pare che di quei bambini mutilati si sia
perduta ogni traccia. Tutto ciò per
accrescere l'odio contro l'Italia fascista;
odio che viene predicato e praticato da
milioni e milioni d'individui. Odio
controrivoluzionario; odio di reazione; odio
di conservatori, che ci onora e ci esalta;
è la Vandea universale, socialista,
liberale, democratica, massonica, che teme per
i suoi feticci, che vede crollare i suoi
altari, che sente smascherare le sue
mistificazioni. Noi lottiamo contro un mondo
al declino, ma ancora potente perché
rappresenta una enorme cristallizzazione di
interessi. I fascisti se ne rendano conto.
L'antifascismo non è morto,
l'opposizione esiste ancora. Soltanto il
terreno della lotta si è dilatato: ieri
era l'Italia, oggi è il mondo, poiché
dovunque si battaglia pro e contro il
Fascismo.
Dunque
uno stato di guerra «morale»
contro di noi esiste, ed è fatale che
ciò sia, ed è fatale che ciò
si accentui. È logico e provvidenziale
che noi dobbiamo riconquistarci la vittoria
giorno per giorno. Se così non fosse, a
quest'ora il Fascismo sarebbe oltrepassato. Ma
accanto alla guerra morale, i preparativi di
guerre materiale vengono affrettati alle
nostre frontiere. Vedete questo fascicolo? Qui
sono notati giorno per giorno i preparativi
militari degli anni '27, '28, '29, '30 fatti
contro l'Italia, ben prima dei miei discorsi
di Livorno, Firenze, Milano. Qui è
l'elenco delle batterie postate, dei forti
costruiti, degli armamenti predisposti e
consegnati.
Potevo
tardare a suonare la sveglia al popolo
italiano? Naturalmente coloro ai quali fu
strappata la maschera tentarono di invertire
le parti e di ripresentare ancora una volta
l'Italia, unico pericolo per la pace europea,
unica Nazione di lupi in mezzo al belante
armento di pacifici agnelli. Questo giuoco
è puerile.
L'Italia
fascista, relativamente, si arma perché tutti
armano. Disarmerà, se tutti
disarmeranno. Ripeto che finche ci saranno dei
cannoni, essi saranno più belli delle
belle, ma spesso vane, parole. Quando il
«verbo» basterà da solo a
regolare i rapporti fra i popoli, allora io
dirò che la «parola»
è divina. Sia chiaro, comunque, che noi
ci armiamo materialmente e spiritualmente per
difenderci, non per attaccare. L'Italia
fascista non prenderà mai l'iniziativa
della guerra. La nostra stessa politica di
revisione dei trattati - che non è di
ieri ma fu prospettata sin dal giugno del 1928
- è diretta ad evitare la guerra, a
fare l'economia, l'immensa economia di una
guerra. La revisione dei trattati di pace non
è un interesse prevalentemente
italiano, ma europeo, ma mondiale. Non
è una cosa assurda e inattuabile, dal
momento che è contemplata, questa
possibilità di revisione, nello stesso
patto della S. D. N. Di assurdo c'è
soltanto la pretesa della immobilità
dei trattati. Chi viola il patto della S. D.
N.? Coloro che - a Ginevra - hanno creato e
vogliono perpetuamente mantenere due categorie
di Stati: gli armati e gli inermi. Quale parità
giuridica e morale può esistere tra un
armato e un inerme? Come si può
pretendere che questa commedia duri
all'infinito, quando gli stessi protagonisti
cominciano ad averne stanchezza?
Quanto
alla politica danubiana e orientale
dell'Italia, essa è dettata da ragioni
di vita. Noi cerchiamo di utilizzare sino
all'ultima zolla del nostro territorio. Ciò
che facciamo è gigantesco. Ma il
territorio a un certo punto sarà tutto
saturato da una popolazione che cresce, il che
noi vogliamo, del che siamo fieri, poiché la
vita chiama la vita. Nel 1950 l'Europa avrà
le rughe, sarà decrepita. L'unico Paese
di giovani sarà l'Italia. Si verrà
d'oltre frontiera a vedere il fenomeno di
questa primavera di un popolo! È solo
verso Oriente che può indirizzarsi la
nostra pacifica espansione. Si comprendono
quindi le nostre amicizie e le nostre
alleanze. Amicizie e alleanze che hanno, oggi,
un valore assoluto. Il mio dilemma fiorentino
rimane: duri coi nemici, marceremo con gli
amici sino in fondo. Noi facciamo una politica
schietta, senza infingimenti o restrizioni
mentali. Un impegno firmato, per noi, è
sacro, qualunque cosa possa accadere. Né
conosciamo altro modo perché un popolo
aumenti il suo prestigio, accresca la fiducia
degli altri in lui.
Camerati!
L'anno
VII è stato dominato dai problemi della
economia. Il Regime li ha affrontati, questi
problemi, con decisioni tempestive e audaci a
un tempo. Mi limiterò a ricordare la
libera contrattazione delle divise e quella
non meno importante delle case. Per quanto
concerne la situazione economica generale,
confermo quanto dissi il 1° ottobre. I
problemi specifici dell'economia italiana mi
occupano quotidianamente. Il popolo deve
saperlo e lo sa. Il popolo deve sapere che il
Regime fascista non è il regime
liberale che lasciava andare e passare, ma
è un Regime che provvede e prevede. Le
centinaia di migliaia di operai che lavorano
in Italia lo sanno. Malgrado il disagio vi
è un miglioramento nel loro stato
d'animo.
I
contribuenti devono sapere che essi saranno
lasciati tranquilli perché la mite ed
obbediente pecora ha già dato tutta la
sua lana preziosa. Restino tranquilli anche e
soprattutto i portatori dei buoni novennali e
degli altri titoli di Stato! Mentre il popolo
che lavora guarda con accresciuta simpatia al
Fascismo, gl'irriducibili sono i rottami della
cosiddetta borghesia liberale e
professionistica. Taluni di essi sono riusciti
negli anni scorsi a infiltrarsi nel Partito o
nelle istituzioni del Regime specialmente alla
periferia. Camerata Giuriati, voi avete la
consegna di snidarli! È zavorra che ci
appesantisce la marcia. È gente che può
tradire e che nell'intimo tradisce. È
meglio averli di fronte che al fianco. Non
sono oggi un pericolo, ma sono certamente una
molestia, e in dati casi possono diventare una
insidia. Il Fascismo è un esercito in
cammino; deve essere dunque garantito con le
più elementari misure di sicurezza. I
massoni che dormono, potrebbero risvegliarsi.
Eliminandoli, si è sicuri che
dormiranno per sempre! Anche tutti i residui
dei vecchi partiti distrutti vanno considerati
con diffidenza e comunque respinti anche dai
margini del Regime. Il Regime doveva
estendersi e dilatarsi il più
vastamente possibile; ora il Partito deve
accentuare invece la sua fisonomia e la sua
psicologia di combattimento, poiché il
combattimento continua. Non solo, ma non avrà
tregua. Più durerà il Regime e
più la coalizione dell'antifascismo
ricorrerà ai mezzi della disperazione.
La lotta fra i due mondi non ammette
compromessi, il nuovo ciclo che comincerà
con l'anno IX pone ancor più in risalto
la drammatica alternativa. O noi o loro. O le
nostre idee o le loro. O il nostro Stato o il
loro! Il nuovo ciclo è di maggiore
durezza! Chiunque lo abbia diversamente
interpretato, è caduto in un grave
errore d'incomprensione o di fede!
Camerati!
Ciò
vi spiega come la lotta si svolga ormai sopra
un terreno mondiale e come il Fascismo sia
all'ordine del giorno in tutti i paesi, qua
temuto, là implacabilmente odiato,
altrove ardentemente invocato. La frase che il
Fascismo non è merce d'esportazione,
non è mia. È troppo banale. Fu
adattata da qualcuno a lettori di giornali che
per capire hanno bisogno di espressioni della
pratica mercantile. Comunque va corretta. Oggi
io affermo che il Fascismo in quanto idea,
dottrina, realizzazione, è universale;
italiano nei suoi particolari istituti, esso
è universale nello spirito, né
potrebbe essere altrimenti. Lo spirito
è universale per la sua stessa natura.
Si può quindi prevedere una Europa
fascista, unì Europa che ispiri le sue
istituzioni alle dottrine e alla pratica del
Fascismo. Una Europa cioè che risolva,
in senso fascista, il problema dello Stato
moderno, dello Stato del XX secolo, ben
diverso dagli Stati che esistevano prima del
1789 o che si formarono dopo. Il Fascismo oggi
risponde ad esigenze di carattere universale.
Esso risolve infatti il triplice problema dei
rapporti fra Stato e individuo, fra Stato e
gruppi, fra gruppi e gruppi organizzati.
Per
questo noi sorridiamo quando dei profeti
funerei contano i nostri giorni. Di questi
profeti non si troverà più non
solo la polvere, ma nemmeno il ricordo, e il
Fascismo sarà vivo ancora. Del resto ci
occorre del tempo, moltissimo tempo, per
compiere l'opera nostra. Non parlo di quella
materiale, ma di quella morale. Noi dobbiamo
scrostare e polverizzare, nel carattere e
nella mentalità degli italiani, i
sedimenti depostivi da quei terribili secoli
di decadenza politica, militare, morale, che
vanno dal 1600 al sorgere di Napoleone.
È una fatica grandiosa. Il Risorgimento
non è stato che l'inizio, poiché fu
opera di troppo esigue minoranze; la guerra
mondiale fu invece profondamente educativa. Si
tratta ora di continuare, giorno per giorno,
in questa opera di rifacimento del carattere
degli italiani. Si deve, ad esempio, al
costume di quei due secoli la leggenda che gli
italiani non si battessero. Ci volle il
sacrificio e l'eroismo degli italiani, durante
le guerre di Napoleone, per dimostrare il
contrario. Gli italiani del primo
Rinascimento, infatti, gli italiani dei secoli
XI, XII e XIII, erano nature ferrigne, che nel
combattimento portavano tutto il loro
coraggio, il loro odio, il loro furore. Nessun
popolo ha, come l'italiano, il coraggio di
rischiare la vita. Ma l'eclissi dei secoli
della decadenza pesa ancora sul nostro
destino. Poichè ieri, come oggi il
prestigio delle nazioni è determinato
in linea quasi assoluta dalle loro glorie
militari, dalla loro potenza armata. Accanto a
quest'opera che è il mio tormento e la
mia meta e che potrebbe prendere a motto i
verbi: lavorare, odiare, tacere - procede
l'altra. Nel 1932, decimo annuale della
Rivoluzione, lavori di grande mole saranno
compiuti. Cinquanta Battaglioni di Camicie
Nere si aduneranno a Roma insieme con 50.000
giovani fascisti e i novemila gagliardetti dei
novemila Fasci di Combattimento. Roma vedrà
la più grande adunata di armati dei
suoi tre millenni di storia. Altre grandi
adunate saranno tenute a Milano, Perugia,
Napoli.
Ma
per il 1932, camerata Giuriati, voi mi avrete
aumentato ancora di più la forza morale
e materiale del Partito. L'opera di epurazione
deve continuare. A questo proposito, le
attenuanti devono essere sempre accordate alle
Camicie Nere della vigilia, ai camerati che
sono ancora pronti a rischiare la vita per il
Fascismo, non agli eroi della sesta giornata,
che sono venuti al Fascismo quando oramai le
ore di tempesta erano passate, capaci di
tagliare la corda se quelle ore tornassero!
Camerati!
Questo
è il consuntivo dell'anno VIII. Questo
è il viatico per l'anno IX. Viatico di
combattimento, come sempre. E il combattimento
esige la concordia, la disciplina, lo spirito
di sacrificio, la fraternità grande di
coloro che hanno la stessa fede e combattono
contro gli stessi nemici. Data l'ampiezza e la
durezza crescente della lotta fra Fascismo e
antifascismo, tutto ciò che può
appesantire o diminuire il Partito dev'essere
evitato. Non è più il momento
delle piccole cose: le questioni locali non
devono assorbire più tempo ed energie
di quanto non sia strettamente necessario. Chi
non intende o non si piegherà a questa
inderogabile esigenza, si pone automaticamente
al di fuori della mentalità e dei
ranghi del Fascismo.
L'anno
IX comincia con un atto di fede il cui
significato è imponente. I battaglioni
della M. V. S. N. - prima di conoscere le
decisioni del Gran Consiglio - hanno preso
l'impegno di servire per dieci anni e
praticamente per tutta la vita. Vi é oggi,
nel mondo, una gioventù che abbia una
fede più pura e più alta? V'è
nel mondo qualche cosa che rassomigli anche da
lontano a questa dedizione? Le avanguardie
dell'Italia di domani sono già pronte.
Recentemente uno scrittore straniero, dopo
aver assistito alle prove di una squadriglia
di nostri intrepidi aviatori, così ha
raffigurato l'Italia Fascista: «La
Penisola oggi è un immenso campo in cui
milioni di uomini si allenano silenziosamente
sulla terra, sul mare, nel cielo, nelle
scuole, negli stadii, nelle chiese, per il
grande sacrificio della vita, per la
rigenerazione della stirpe, per l'eternità
latina, per la grande battaglia che avrà
luogo o domani, o mai. Si ode un sordo rumore
simile ad una immensa legione che marcia».
Esatto.
L'Italia Fascista è una immensa legione
che marcia sotto i simboli del Littorio verso
un più grande domani. Nessuno può
fermarla. Nessuno la fermerà.
Questo
è il messaggio per l'anno che comincia
domani: IX dell'Era Fascista.
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