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Il
mio discorso si divide in tre parti: primo,
esame della situazione del popolo italiano dal
punto di vista della salute fisica e della
razza; secondo, esame dell'assetto
amministrativo della Nazione; terzo, direttive
politiche, generali, attuali e future dello
Stato.
Qualcuno,
in altri tempi, ha affermato che lo Stato non
doveva preoccuparsi della salute fisica del
popolo. Anche qui doveva valere il
manchesteriano «lascia fare, lascia
correre». Questa è una teoria
suicida. È evidente che, in uno Stato
bene ordinato, la cura della salute fisica del
popolo deve essere al primo posto. Come stiamo
a questo proposito? Quale è il quadro?
La razza italiana, cioè il popolo
italiano nella sua espressione fisica,
è in periodo di splendore, o vi sono
dei sintomi di decadenza? Se lo sviluppo
retrocede, quali sono le possibili prospettive
per il futuro? Questi interrogativi sono
importanti non solo per coloro che professano
le dottrine della sociologia.
Le
malattie cosiddette sociali segnano una
recrudescenza. Bisogna preoccuparsene, e
preoccuparsene in tempo. Intanto, che cosa ha
fatto la Direzione generale di Sanità?
Moltissime cose, che io vi leggo, non foss'altro
per la documentazione necessaria. Si è,
prima di tutto, intensificata la difesa
sanitaria alle frontiere marittime e terrestri
cella Nazione. Sotto la diretta sorveglianza
degli organi della Sanità pubblica si
sono derattizzati novemila bastimenti, cioè
si sono uccisi quei roditori che portano
dall'Oriente
malattie contagiose: quell'Oriente donde ci
vengono molte cose gentili, febbre gialla e
bolscevismo. Ci siamo occupati della
professione sanitaria, dell'assistenza
sanitaria, dell'igiene scolastica, dei servizi
antitubercolari, della lotta contro i tumori
maligni, della
vigilanza sugli alimenti e bevande, delle
opere igieniche, - acquedotti e fognature, -
delle sostanze stupefacenti, delle specialità
medicinali e finalmente dei consorzi
provinciali antitubercolari.
Tutto
questo, probabilmente, non vi dice gran che.
Ma passiamo alle cifre, che sono sempre
interessanti. Intanto si può oggi
annunciare che una malattia sociale, la quale
gravava sulla popolazione italiana da almeno
un quarantennio, è totalmente scomparsa
Parlo della pellagra. Nel Veneto, che era la
regione più colpita, si ha 1,3 morto
per ogni 100.000 abitanti; si può
quindi dire, oggi, che la Nazione italiana ha
vinto definitivamente questa battaglia.
Ma
non altrettanto può dirsi per la
tubercolosi. Questa miete ancora
abbondantemente.
Sono cifre terribili, che debbono far
riflettere. Vanno da un minimo di 52.293 nel
1922, a 59.000 nel 1925. La regione più
colpita è la Venezia Giulia; quella che
è meno colpita è la Basilicata.
Altrettanto
notevole è il numero di coloro che sono
colpiti dalle infermità dovuti ai
tumori maligni. Qui la regione più
colpita è la Toscana; la meno colpita,
fortunatamente è la Sardegna, la quale
Sardegna paga però un tributo
tristissimo e amplissimo alla malaria.
Le
cifre assolute dei morti per malaria non sono
gravi e segnano una diminuzione.Vanno da 4.085
nel 1922 a 3.588 nel 1925. Qui la Sardegna ha
il primato: 99 morti ogni 100.000 abitanti.
Un
altro fenomeno sul quale bisogna richiamare
l'attenzione dei cittadini consapevoli,
è quello della mortalità per
alcoolismo. Non vorrei, a questo punto, che
gli organizzatori del recente Congresso
antiproibizionista temessero alcunché dalle
mie parole. Io, non solo non credo
all'astinenza assoluta; penso, anzi, che, se
ragionevoli dosi di alcool avessero fatto
molto male al genere umano, a quest'ora
l'umanità sarebbe scomparsa o quasi,
perché liquidi fermentati si bevono fin dai
tempi preistorici. Però non vi è
dubbio che in Italia si comincia a bere troppo
egregiamente. Il Mortara, nelle sue «Prospettive
economiche» ci fa sapere che l'Italia ha
3 milioni di ettari dedicati a vigna; un
milione di più di quello che non ne
abbiano la Francia e la Spagna, che sono, come
sapete, paesi produttori mondiali di vino.
I
morti per alcolismo non sono una cifra
eccessiva; si va da 664 nel 1922 a 1.315 nel
1925; e i quozienti più alti sono nelle
Marche, nella Liguria, nel Veneto,
nell'Umbria, nel Piemonte, negli Abrizzi,
nell'Emilia.
Qui
si è affacciato il problema della
riduzione degli spacci, che erano moltissimi:
187.000 osterie in Italia! Ne abbiamo chiuse
25.000, e procederemo energicamente in questa
direzione anche perché noi lo possiamo fare.
Siccome noi, probabilmente, non avremo più
occasione di sollecitare voti dagli osti e dai
loro clienti, come accadeva durante il
Medio-Evo democratico-liberale, possiamo
permetterci il lusso di chiudere questi spacci
di rovinosa felicità a buon mercato.
Anche
la mortalità per pazzia è in
aumento, ed è in aumento il numero di
suicidi.
Voi
vedete da queste cifre che il quadro, pur
senza essere tetro e tragico, merita una
severa attenzione. Bisogna quindi vigilare il
destino della razza, bisogna curare la razza,
a cominciare dalla maternità e
dall'infanzia. A questo tende l'Opera
nazionale per la protezione della maternità
e dell'infanzia, voluta dall'onorevole
Federzoni (e non è questo uno dei suoi
ultimi meriti durante il suo passaggio al
ministero dell'Interno); Opera nazionale che
oggi è diretta, con un fervore che ha
dell'apostolato, dal nostro collega Blanc.
Fatta la legge, organizzata l'Opera per la
Maternità e l'Infanzia nel suo Comitato
centrale, - che era troppo numeroso, ragione
per cui venne sciolto, - e nei suoi Comitati
provinciali, bisogna finanziare quest'Opera.
Esistono
nel paese 5.700 istituzioni che si occupano
della maternità e dell'infanzia, ma non
hanno denaro sufficente.
Di
qui la tassa sui celibi, alla quale forse in
un lontano domani potrebbe fare seguito la
tassa sui matrimoni infecondi. Questa tassa dà
dai 40 ai 50 milioni; ma voi credete realmente
che io abbia voluto questa tassa soltanto a
questo scopo? Ho approfittato di questa tassa
per dare una frustata demografica alla
Nazione. Questo vi può sorprendere;
qualcuno di voi può dire: «Ma
come, ce n'era bisogno?» Ce n'è
bisogno. Qualche inintelligente dice: «Siamo
in troppi». Gli intelligenti rispondono:
«Siamo in pochi». Affermo che,
dato non fondamentale ma pregiudiziale della
potenza politica, e quindi economica e morale
delle Nazioni, è la loro potenza
demografica. Parliamoci chiaro: che cosa sono
40 milioni d'Italiani di fronte a 90 milioni
di Tedeschi e a 200 milioni di Slavi?
Volgiamoci a Occidente: che cosa sono 40
milioni di Italiani di fronte a 40 milioni di
Francesi, più i 90 milioni di abitanti
delle Colonie, o di fronte ai 46 milioni di
Inglesi, più i 450 milioni che stanno
nelle Colonie?
Signori,
l'Italia, per contare qualche cosa, deve
affacciarsi sulla soglia della seconda metà
di questo secolo con una popolazione non
inferiore ai 60 milioni di abitanti. Voi
direte: Come vivranno nel territorio? Lo
stesso ragionamento, molto probabilmente, si
faceva nel 1815, quando in Italia vivevano
soltanto 16 milioni di Italiani. Forse anche
allora si credeva impossibile che nello stesso
territorio avessero potuto trovare, con un
livello di vita infinitamente superiore,
alloggio e nutrimento i 40 milioni di Italiani
di oggidì. Da cinque anni noi andiamo
dicendo che la popolazione italiana straripa.
Non è vero! Il fiume non straripa più,
sta rientrando abbastanza rapidamente nel suo
alveo.
Tutte
le Nazioni e tutti gli imperi hanno sentito il
morso della loro decadenza, quando hanno visto
diminuire il numero delle loro nascite. Che
cosa è la pace romana di Augusto? La
pace romana di Augusto è una facciata
brillante, dietro la quale già
fermentavano i segni della decadenza. Ed in
tutto l'ultimo secolo della seconda
Repubblica, da Giulio Cesare, che mandò
i suoi legionari muniti di tre figli nelle
terre fertili del Mezzogiorno, alle leggi di
Augusto, agli ordines maritandi, l'angoscia
è evidente. Fino a Traiano tutta la
storia di Roma, nell'ultimo secolo della
Repubblica e dal primo al terzo secolo
dell'Impero è dominata da questa
angoscia: l'Impero non si teneva più,
perché doveva farsi difendere dai mercenari.
Problema:
queste leggi sono efficaci? Queste leggi sono
efficaci, se sono tempestive. Le leggi sono
come le medicine: date ad un organismo che
è ancora capace di qualche reazione,
giovano; date ad un organismo vicino alla
decomposizione, ne affrettano, per le loro
congestioni fatali, la fine. Non si può
discutere se le leggi di Augusto abbiano avuto
efficacia. Tacito diceva di no; Bertillon,
dopo 20 secoli, diceva di sì, in un suo
libro molto interessante, dedicato allo
spopolamento della Francia. Comunque, sta di
fatto che il destino delle Nazioni è
legato alla loro potenza demografica. Quand'è
che la Francia domina il mondo? Quando poche
famiglie di baroni normanni erano così
numerose che bastavano a comporre un esercito.
Quando, durante il periodo brillante della
Monarchia, la Francia aveva questa orgogliosa
divisa: «Égale à plusieurs»
e quando, accanto ai 25 o 30 milioni di
Francesi, non c'erano che pochi milioni di
Tedeschi, pochi milioni di Italiani, pochi
milioni di Spagnoli. Se vogliamo intendere
qualche cosa di quello che è successo
negli ultimi 50 anni di storia europea,
dobbiamo pensare che la Francia, dal '70 ad
oggi è aumentata di 2 milioni di
abitanti, la Germania di 24, l'Italia di 16.
Andiamo
ancora nel profondo di questo problema che mi
interessa. Qualcuno ritiene, - altro luogo
comune che oggi si demolisce, - che la Francia
sia la Nazione a più basso livello
demografico che vi sia in Europa. Non è
vero. La Francia si è stabilizzata sul
18 per mille di natalità da circa 15
anni. Non solo, ma in certi dipartimenti
francesi vi è un risveglio della
natalità. La nazione che tiene il
primato in questa triste faccenda è la
Svezia, che è al 17 per 1000, mentre la
Danimarca è al 21, la Norvegia al 19 e
la Germania è in piena decadenza
demografica; dal 35 per 1000, è discesa
al 20. Mancano due punti e sarà al
livello della Francia.
Anche
l'Inghilterra non è in condizioni
brillanti. Nel 1926 il suo livello di natalità
è stato il più basso d'Europa:
16,7 per 1000. Delle nazioni europee, quella
che tiene la palma è la Bulgaria, coi
40 per 1000, poi vengono altre nazioni con
livelli diversi, e finalmente vale la pena di
occuparsi d'Italia. Il quinquennio di massima
natalità fu tra il 1881 e il 1885, con
38 nati vivi su 1000; il massimo fu nel 1886,
con 39. Da allora siamo andati discendendo,
cioè dal 39 a 35 per 1000 siamo discesi
oggi al 27. È vero che di altrettanto
sono diminuite le morti; ma l'ideale sarebbe:
massimo di natalità, minimo di mortalità.
Molte regioni d'Italia sono già al
disotto del 27 per 1000. Le regioni che stanno
al disopra sono la Basilicata, ed io le
tributo il mio plauso sincero, perché essa
dimostra la sua virtù e la sua forza.
Evidentemente la Basilicata non è
ancora sufficientemente infetta da tutte le
correnti perniciose della civiltà
contemporanea. Vengono poi la Puglia, la
Sardegna, le Marche, l'Umbria, il Lazio. Ma le
regioni che si tengono sul 27 per 1000 sono
l'Emilia e la Sicilia; al disotto la
Lombardia, la Toscana, il Piemonte, la
Liguria, le Venezie Tridentina e Giulia.
Questo
ancora non basta. C'è un tipo di
urbanesimo che è distruttivo, che
isterilisce il popolo, ed è
l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre
delle grandi città, delle città
che si aggirano e superano il mezzo milione di
abitanti. Non sono brillanti, queste cifre:
Torino, nel 1926, è diminuita di 538
abitanti. Vediamo Milano: è aumentata
di 22 abitanti. Genova è aumentata di
158 abitanti. Queste sono tre città a
tipo prevalentemente industriale. Se tutte le
città italiane avessero di queste
cifre, tra poco saremmo percossi da quelle
angosce che percuotono altri popoli.
Fortunatamente non è così:
Palermo ha 4177 abitanti di più - parlo
di quelli che nascono, non di quelli che ci
vanno, perché questo è spostamento,
non aumento -; Napoli 6695 e Roma tiene il
primato con 7925. Ciò significa che,
mentre Milano, in 10 anni, crescerà di
220 abitanti, Roma crescerà di 80.000.
Ma
voi credete che, quando parlo della
ruralizzazione dell'Italia, io ne parli per
amore delle belle frasi, che detesto? Ma no!
Io sono il clinico che non trascura i sintomi,
e questi sono sintomi che ci devono far
seriamente riflettere. Ed a che cosa conducono
queste considerazioni? primo, che l'urbanesimo
industriale porta alla sterilità le
popolazioni; secondo che altrettanto fa la
piccola proprietà rurale. Aggiungete a
queste due cause d'ordine economico la
infinita vigliaccheria morale delle classi
cosiddette superiori della società.
Se
si diminuisce, signori, non si fa l'Impero, si
diventa una colonia! Era tempo di dirle queste
cose; se no, si vive nel regime delle
illusioni false e bugiarde, che preparano
delusioni atroci. Vi spiegherete quindi che io
aiuti l'agricoltura, che mi proclami rurale;
vi spiegherete quindi che io non voglia
industrie intorno a Roma; vi spiegherete
quindi come io non ammetta in Italia che le
industrie sane, le quali industrie sane sono
quelle che trovano da lavorare
nell'agricoltura e nel mare.
Da
questa digressione d'ordine demografico, che
mi farete il piacere di meditare e di
rileggere fra le righe, passo alla seconda
parte del mio discorso, quella che concerne
l'assetto amministrativo del Paese, che
è legato per una piccola passerella a
questo capitolo del mio discorso. Perché ho
creato 17 nuove provincie? Per meglio
ripartire la popolazione; perché questi
centri provinciali, abbandonati a se stessi,
producevano un'umanità che finiva per
annoiarsi, e correva verso le grandi città,
dove ci sono tutte quelle cose piacevoli e
stupide che incantano coloro che appaiono
nuovi alla vita. Abbiamo trovato, all'epoca
della Marcia su Roma, 69 provincie del Regno.
La popolazione era aumentata di 15 milioni, ma
nessuno aveva mai osato di toccare questo
problema, e di penetrare in questo terreno,
perché nel vecchio regime l'idea, l'ipotesi
di diminuire od aumentare una provincia, di
togliere una frazione ad un comune o,
putacaso, l'asilo infantile di una frazione
comunale, era tale problema da determinare
crisi ministeriali gravissime. Noi siamo più
liberi in questa materia, e allora, fin dal
nostro avvento, abbiamo modificato quelle che
erano le più assurde incongruenze
storiche e geografiche dell'assetto
amministrativo dello Stato italiano. È
allora che abbiamo creato la provincia di
Taranto e quella della Spezia, che abbiamo
restituito la Sabina a Roma, perché i Sabini
questo desideravano, e il circondario di Rocca
San Casciano alla provincia di Forlì,
per ragioni evidenti di geografia. Ci sono
state quattro provincie particolarmente
mutilate, che hanno accettato queste
mutilazioni con perfetta disciplina: Genova,
Firenze, Perugia e Lecce. C'è stata una
provincia soppressa, che ha dato spettacolo
superbo di composta disciplina: Caserta.
Caserta ha compreso che bisogna rassegnarsi ad
essere un quartiere di Napoli. La creazione di
queste provincie è stata senza
pressioni degli interessati; è stato
perfettamente logico che i segretari federali
siano stati festeggiati, ma non ne sapevano
nulla.
Abbiamo
creato delle provincie di confine. Le abbiamo
create adesso perché sono scomparse le
condizioni per cui noi non le creammo quattro
anni fa. Provincie di confine che non sono
comparabili l'una all'altra: Aosta,
italianissima, fierissima di patriottismo,
Aosta non ha niente a che fare con Bolzano o
Bolgiano, e lo vedremo tra poco. Di tutte le
provincie, delle quali non tesserò
l'elogio per non mortificare la modestia dei
deputati che le rappresentano qui, una
particolarmente m'interessa: quella di
Bolzano.
È
tempo di dire che Bolzano per molti secoli s'è
chiamata Bolgiano; è tempo di dire che
Bolgiano è stata sempre una città
italianissima, è tempo di dire che l'intedescamento
di Bolgiano è dell'ultima metà
del secolo scorso, e precisamente di dopo che
l'Austria, perduta Venezia, volle intedescare
ferocemente l'Alto Adige ed il Trentino, per
avere un cuneo sicuro da piantare fra due
regioni italiane. Tutto ciò non ha
niente a che vedere col confine del Brennero.
Anche se, per avventura, ci fossero nell'Alto
Adige centinaia di migliaia di tedeschi puri
al 100 per 100, il confine del Brennero
è sacro e inviolabile. E lo
difenderemmo, se fosse necessario, anche con
la guerra, anche domani.
Lassù
non c'è che una minoranza di italiani
che parlano un dialetto tedesco come lingua
d'uso, e lo parlano solo da mezzo secolo. Nel
resto il problema delle minoranze allogene
è irrisolubile. Lo si capovolge, ma non
lo si risolve. Da un archivio, che era tenuto
gelosamente segreto, risulta che tutti gli
atti del magistrato mercantile di Bolgiano,
che è stato per alcuni secoli l'autorità
più importante di quel paese, erano
scritti in lingua italiana. I privilegi, le
confirmazioni, decine e decine di codici
interessantissimi sono in lingua italiana. In
lingua italiana erano redatti atti di
commercio, registrazioni contabili, petizioni
giuridiche, ricorsi al magistrato mercantile,
bollettini commerciali, elencazioni nominative
di commercianti e persino suppliche alla maestà
dell'Imperatore.
Documentiamo.
Ecco una supplica alla Maestà
dell'Imperatore. Udite in Quale lingua fu
scritta: "Monarca, l'inalterabile meta
dell' ardentissimo nostro voto è di
collocare la statua dell'immortale nostro
Monarca in questo palazzo mercantile. L'aquila
imperiale, segno caratteristico del Dio de'
Dei, siede ai suoi piedi.
Avanti
al suo maestoso aspetto giace Mercurio sulle
ginocchia carico di catene e chino al quale
l'aquila scioglie i ceppi e l'ottimo nostro
Giove ridona il suo caduceo.
Sì,
clementissimo Monarca, questa è
l'immagine impressa dal più vivo
sentimento di gratitudine dei nostri animi.
Augustissimo
Monarca, mai e poi mai si avrà a
pentire la Maestà Vostra della
clementissima risoluzione notificatasi in data
del 20 passato agosto e della Sovrana grazia
mediante questo onore al nostro commercio
concesso.
Questa
è la voce, clementissimo Principe, dei
nostri cuori penetrati dal più efficace
spirito di gratitudine, di fedeltà e di
sommisione, col quale ci prostriamo ai piedi
della Maestà Vostra; fedelissimi e
ossequiosissimi consoli e consiglieri dello
Stato mercantile di Bolgiano, insieme ai
contrattanti e fieranti."
Raccomando
quel "fieranti", bellissimo, che sa
di buono, come il buon pane campagnolo che si
faceva prima dell'invenzione dei forni
elettrici.
Ebbene,
questi sono documenti di singolare valore
storico. Ne risulta che mal si apponevano
coloro, i quali pensavano che la posizione
della provincia di Bolgiano costituisse un
regalo o una concessione all'elemento tedesco,
specialmente a quello più turbolento di
oltre Brennero. Niente di ciò: si
è fatta la provincia di Bolgiano per più
rapidamente italianizzare quella regione.
Nessun'altra politica può essere
adottata. Questo non significa che si debbano
vessare gli abitanti dell'Alto Adige, che noi
consideriamo come cittadini italiani che si
sono ignorati e che devono ritrovarsi.
Non
appena fu pubblicato sui giornali l'elenco
delle nuove provincie, sorsero dei desideri.
Alcune città, che si ritenevano degne
di questo onore, lo sollecitarono. Ma io
risposi con un telegramma ai notabili di
caltagirone (si ride), dicendo che fino
al 1932 di ciò non si sarebbe parlato.
Perché nel 1932? Perchè nel 1932 sarà
finito il censimento che noi stiamo preparando
sin da questo istante. Mancano quattro anni,
ma io ho deciso che entro sei mesi si devono
conoscere i risultati del censimento del 1931.
Ed allora molto probabilmente ci sarà
una nuova sistemazione delle provincie
italiane, ci saranno città che
diventeranno provincie, se le popolazioni
saranno laboriose, disciplinate, prolifiche. (Applausi)
Intanto
abbiamo realizzato l'ordinamento podestarile
in tutti i Comuni del Regno. Quando si parlò
del podestà, non pochi furono coloro
che versarono delle lacrime sul vecchio
elezionismo che tramontava nelle competizioni
amministrative. Ebbene, la nomina dei podestà
si è svolta in tutta Italia senza
quegli incidenti, senza quei disordini che
taluni profetizzavano. Poche beghe, mediocri,
e limitate a piccoli paesi. E si capisce che,
trattandosi del primo magistrato cittadino,
del primo della serie, si potesse battagliare
per vedere quale dei pretendenti fosse dotato
delle superiori virtù. Questo è
umano, è naturale. Ma il fatto è
che tutti i podestà insediati, o quasi
tutti, amministrano col pieno, e spesso
entusiastico consenso delle popolazioni.
Devo
dire ai podestà d'Italia, da questa
tribuna, una parola: adagio con le spese! Io
comprendo perfettamente che il primo podestà
della serie voglia far qualche cosa per cui si
dica: Questo è il Colosseo, questa
è la fontana, la scuola, ecc. Ma,
adagio, bisogna che tutto sia adeguato alla
politica del Governo, perché altrimenti
avremo degli squilibri ed i Comuni andranno ad
indebitarsi. Non potranno pagare i debiti e
metteranno delle tasse, ricorreranno allo
Stato, che metterà delle altre tasse,
perché lo Stato fascista non vuole stampare
moneta. Adagio anche con le
municipalizzazioni. Questo è un residuo
del vecchio socialismo amministrativo. Adagio
anche con le cerimonie, i banchetti e le
manifestazioni e possibilmente anche con i
discorsi.
Intanto,
con tutta calma, procederemo al riordinamento
delle circoscrizioni municipali: novemila
Comuni in Italia sono troppi, vi sono dei
Comuni che hanno 200, 300, 400 abitanti. Non
possono vivere, devono rassegnarsi a
scomparire e fondersi in più grandi
centri.
Un
servizio ha dato risultati eccellenti:
è il servizio ispettivo. Come voi
sapete, vi sono nelle Prefetture dei
funzionari che hanno il compito di andare ad
ispezionare le gestioni amministrative
municipali. Vediamo i risultati: ispezioni che
hanno accertato delle irregolarità
gravi, le quali hanno portato alla adozione di
particolari provvedimenti, 238; ispezioni che
hanno rilevato piccole manchevolezze di ordine
contabile e senza nessuna conseguenza pratica,
2041; ispezioni che hanno accertato il
regolare funzionamento amministrativo, 176.
Totale delle ispezioni, 2455. Dal che vedete
che il servizio funziona ed è
assolutamente necessario.
Così
sarà necessario, ad un certo momento,
addivenire alla nomina delle consulte, e
questo rientrerà nel piano generale
dell'ordinamento corporativo.
Sempre
su questo argomento dovremo finalmente
delineare i confini giuridici, amministrativi
e morali della provincia. Affronteremo anche
la riforma del Consiglio di Stato, ma non
è urgente.
Il
Consiglio di Stato può essere riformato
anche nel 1928: abbiamo molto tempo innanzi a
noi.
Veniamo
alla Polizia. Fortunatamente, gli Italiani
stanno liberandosi dei residui lasciati nei
loro spiriti dai ricordi delle dominazioni
straniere: absburgiche, borboniche, del
granducato, per cui la Polizia rappresentava
una funzione odiosa, abominevole, da evitare.
Signori!
è tempo di dire che la Polizia
va, non soltanto rispettata, ma onorata.
Signori: è tempo di dire che l'uomo,
prima di sentire il bisogno della coltura, ha
sentito il bisogno dell'ordine. In un certo
senso si può dire che il poliziotto ha
preceduto, nella storia, il professore, perché
se non c'è un braccio armato di
salutari manette, le leggi restano lettera
morta e vile. Naturalmente ci vuole il
coraggio fascista per parlare in questi
termini.
L'onorevole Federzoni ha lasciato una legge di
Pubblica Sicurezza. Abbiamo in Italia 60.000
carabinieri, 15.000 agenti di polizia, 5.000
metropolitani, 10.000 appartenenti alle
Milizie, diremo così, tecniche: la
Milizia Ferroviaria, la Portuale, la
Postelegrafonica, la Stradale; tutte Milizie e
Polizie che compiono un servizio regolare,
perfetto ed utile. Poi abbiamo la Milizia
Confinaria e finalmente la Milizia Forestale.
Io calcolo che il regime ha un complesso di
100.000 uomini come forza di Polizia. È
un numero imponente.
Bisogna
epurare la Polizia, specie quella in borghese.
Io non ho voluto aumentare il numero delle
divise, non ho voluto cioè che i 15.000
agenti in borghese avessero la divisa.
Ma
quando la polizia è in borghese e non
controllabile attraverso l'uniforme, deve
essere scelta, cioè deve essere
composta di cittadini irreprensibili, zelanti
e silenziosi. Tutti coloro che non hanno
questi attributi, io li mando a spasso senza
pietà. Così, in questi mesi, ho
allontanato sette questori, quattro
vice-questori, venti commissari, sei
commissari aggiunti, cinque vice-commissari,
ed ho fatto una rapida pulizia, ho dato un
colpo di «ramazza» in quella
Questura di Milano che non mi è mai
piaciuta. Sono in corso altri 52 collocamenti
a riposo di funzionari e di 37 impiegati del
gruppo C.
Ma
questo è il principio dell'epurazione.
Dovrà essere continuata. Poi bisogna
dare i mezzi alla Polizia. La delinquenza
moderna è avanzatissima, come
progresso! Conosce la chimica, la fisica, la
balistica, adopera tutti i mezzi più
veloci. La Polizia italiana aveva ancora le
vecchie automobili, che col rumore della loro
incomposta ferraglia si annunziavano di
lontano al delinquente, che faceva in tempo a
fuggire. Abbiamo portato le autovetture della
Questura da 161 a 611. Tutti i comandi di
legione dei carabinieri hanno un'automobile.
Altrettanto dicasi di tutti i comandi di
legione della Milizia volontaria. La polizia
dispone oggi, quindi, di 774 autovetture, di
290 camions, di 198 motocicli, di 48 natanti e
motoscafi, e di 12.000 biciclette.
Da
una Polizia così epurata, così
organizzata, così attrezzata, io esigo
molte cose. E le sta facendo. Vi parlerò
di tre operazioni della Polizia italiana: la
lotta contro i falsi monetari, la lotta contro
la delinquenza dei Mazzoni, la lotta contro la
mafia.
La
lotta contro i falsi monetari è una
lotta contro il falso nummario, per il qual
falso nummario sono stati arrestati nell'anno
decorso 824 individui. È
pericoloso falsificare la valuta dello stato
Fascista!
Veniamo
ai Mazzoni. I Mazzoni sono una plaga che sta
tra la provincia di roma e quella di Napoli,
ex-Caserta: terreno paludoso, stepposo,
malarico, abitato da una popolazione che fin
dai tempi dei romani aveva una pessima
reputazione, ed era chiamata popolazione
di latrones.
Vi
do un'idea della delinquenza di questa plaga.
Nei cinque anni che vanno dal 1922 al 1926,
furono commessi i seguenti delitti principali,
trascurando i minori: oltraggi alla forza
pubblica 171; incendi 378; omicidi 169;
lesioni 918; furti e rapine 2.082;
danneggiamenti 404.
Questa
è una parte di quella plaga. Veniamo
all'altra parte, quella dell'Aversano:
oltraggi 81; incendi 161; omicidi 194; lesioni
410; furti e rapine 702; danneggiamenti 193.
Ho
mandato un maggiore dei Carabinieri con questa
consegna: Liberatemi da questa delinquenza con
ferro e fuoco! Questo maggiore ci si è
messo sul serio. Difatti, dal dicembre ad
oggi, sono stati arrestati, per delitti
consumati e per misure preventive, nella zona
dei Mazzoni 1.699 affiliati alla malavita, e
nella zona di Aversa 1.278.
I
podestà di quella regione sono
esultanti, i combattenti di quella regione
altrettanto. Io ho qui un plico di telegrammi,
di lettere, di ordini del giorno, documenti
con i quali la parte sana di quella
popolazione ringrazia le autorità
costituite, le autorità del regime
fascista per l'opera necessaria di igiene che
sarà continuata fino alla fine.
Vengo
alla mafia.
Signori
deputati!
Anche
qui parlerò chiaro: non m'importa nulla
se domani la stampa di tutto il mondo si
impadronirà delle mie cifre. La stampa
di tutto il mondo, però, dovrà
ammettere che la chirurgia fascista è
veramente coraggiosa, è veramente
tempestiva.
Di
quando in quando giungono fino al mio orecchio
delle voci dubitose, le quali vorrebbero dare
ad intendere che in Sicilia attualmente si
esageri, che si mortifica un intiera regione,
che si getta un'ombra sopra un'isola dalle
tradizioni nobilissime. Io respingo
sdegnosamente queste voci, che non possono
partire che da centri malfamati.
Signori!
È
tempo che io vi riveli la mafia. Ma prima di
tutto, io voglio spogliare questa associazione
brigantesca da tutta quella specie di fascino,
di poesia, che non merita minimamente. Non si
parli di nobiltà e di cavalleria della
mafia, se non si vuole veramente insultare
tutta la Sicilia!
Vediamo.
Poiché molti di voi non conoscono ancora
l'ampiezza del fenomeno, ve lo porto io come
sopra un tavolo clinico: ed il corpo è
già inciso dal mio bisturi.
Nei
comuni di Bolognetta, Marineo e Misilmeri
(Palermo), sin dal 1920 si era costituita
un'associazione a delinquere composta da circa
160 malfattori, che si erano resi responsabili
di 34 omicidi, 21 mancati omicidi, 25 rapine,
furti ecc.
A
Piana dei Greci - e molti di voi ricordano
quell'ineffabile sindaco che trovava modo di
farsi fotografare in tutte le occasioni
solenni, e che ora è dentro, e ci
resterà per un pezzo - , a Piana dei
Greci. Santa Cristina, Gelo e Parco venne
arrestata una comitiva di 43 malviventi che
avevano consumato 12 omicidi, 6 rapine ecc.
Nel
circondario di Termini Imerese, fra il 1° e
il 31 marzo, sono stati arrestati 278
delinquenti associati, che devono rispondere
di 50 omicidi, 9 mancati omicidi, 26 rapine,
trascuro la minutaglia minore.
Un'altra
vasta associazione a delinquere venne scoperta
nei circondari di Mistretta e Patti. Degli
associati, 40 vennero arrestati, e vennero
sequestrati grandi quantità di animali
e derrate per un valore di due milioni.
Un'altra
comitiva di malviventi, a Belmonte ed a
Mezzoluso, aveva commesso 5 omicidi, 7 rapine,
ecc. A Piana dei Colli un'altra comitiva di
gentiluomini, 37 omicidi; 31 mancati omicidi.
A
Bisacquino, Chiusa Sclafani, Contessa
Entellina, Corleone, Campofiorito, 72
delinquenti, 14 omicidi e reati minori. A
Casteldaccia, Baucina e Ventimiglia (Palermo)
si poté stabilire che 179 malfattori, in
epoche varie, si erano resi responsabili di 75
omicidi, 14 mancati omicidi, ecc.
Nei
comuni di Bagheria, Ficarazzi, Villabate,
Santaflavia (Palermo) si era composta
un'associazione di 330 individui, che, in
epoche diverse si sono resi responsabili di
111 omicidi, 31 mancati omicidi, 19 rapine,
ecc.
A
Santo Stefano Quisquina, provincia di Girgenti,
42 individui, 12 omicidi, ecc. A Roccamena
(Palermo), altra comitiva di 42 delinquenti,
con 7 omicidi, ecc.
A
quest'opera, che è stata fatta in gran
parte dai carabinieri, si è associata
anche la Milizia. In tutte le grandi battute
contro la delinquenza della mafia, la Milizia
è stata al suo posto.
Ma
non crediate che tutto ciò non abbia
costato qualche cosa. Ecco qui l'ordine del
giorno, che torna a onore dell'Arma fedele dei
Reali Carabinieri. Dopo un anno di lavoro,
l'Arma può fare questo rendiconto
morale: 10 militari uccisi in conflitto con
malviventi, 1 morto nel compimento del proprio
dovere, 350 feriti con lesioni guaribili oltre
i 10 giorni, 14 premiati con medaglia
d'argento al valor militare, 47 con medaglia
di bronzo al valor militare, 6 con medaglia al
valor civile, 10 attestati di pubblica
benemerenza, 50 encomi solenni. Bisogna che
tutti i fascisti sappiano che l'Arma dei Reali
Carabinieri è una delle colonne del
regime fascista.
Quali
sono i risultati di quest'opera contro la
delinquenza? Notevoli.
Ecco
un bollettino del prefetto Mori, al quale
mando il mio saluto cordiale.
Ecco
il suo bollettino: è il bollettino
complessivo per tutta la Sicilia.
Nel
1923, 696 abigeati, nel 1926, 126: le rapine,
da 1.216, sono discese a 298; le estorsioni,
da 238 a 121; i ricatti, da 16 a 2; gli
omicidi, da 675 a 299; i danneggiamenti, da
1327 a 815; gli incendi dolosi, da 739 a 469.
Questo
è il miglio elogio che si può
fare a quel prefetto e a un altro funzionario
che collabora con lui molto egregiamente:
parlo del magistrato Giampietro, il quale, in
Sicilia, ha il coraggio di condannare i
malviventi.
Qualcuno
mi domaderà: quando finirà la
lotta contro la mafia?
Finirà,
non solo quando non ci saranno più
mafiosi, ma quando il ricordo della mafia sarà
scomparso definitivamente dalla memoria dei
siciliani.
Parliamo
della Milizia Confinale.
Voi
sapete che il confine è vigilato dalle
camicie nere, dai carabinieri e dagli agenti e
dalle guardie di finanza in questa
proporzione: 55 funzionari, 224 agenti, 1.626
carabinieri, 2806 camicie nere e 4417 guardie
di finanza. Perché dico queste cifre? Per una
ragione molto semplice: per snebbiare i
cervelli di oltre frontiera.
Quando
le camicie nere sono arrivate alla frontiera
occidentale, qualcuno ha sentito il passo
delle legioni che andavano oltre il Colle
dell'Argentera e il Passo di tenda in terra
altrui. È
ridicolo. Su tutto il confine occidentale non
ci sono che 900 camicie nere, le quali camicie
nere si occupano, purtroppo, soltanto dei
cattivi italiani che vogliono uscire e dei
cattivi italiani che vorrebbero entrare.
Vengo
alla terza. parte del mio discorso. L'azione
politica dello Stato fascista. Voi ricordate
in quale circostanza io assunsi il Ministero
dell'Interno. Ricordate la grande giornata del
31 ottobre, a Bologna: uno spettacolo
incomparabile ed insuperabile, che non sarà
mai dimenticato da coloro che lo hanno visto e
vissuto.
Ricordate
il trascurabile incidente della sera. Ci fu
una emozione profonda in Italia, e bisognava
prendere delle misure. Bisognava che la
rivoluzione puntasse i piedi contro
l'antirivoluzione. Fu allora che su questo
foglio di carta scritto di mio pugno, a lapis,
come vedete, dettai le misure che si dovevano
prendere: ritiro e revisione di tutti i
passaporti per l'estero; ordine di far fuoco
senza preavviso su chiunque sia sorpreso in
procinto di valicare clandestinamente la
frontiera; soppressione di tutte le
pubblicazioni antifasciste quotidiane e
periodiche; scioglimento di tutte le
associazioni, organizzazioni e gruppi
antifascisti o sospetti di antifascismo;
deportazione di tutti coloro che siano
sospetti di antifascismo, o che esplichino una
qualsiasi attività
controrivoluzionaria, e di chiunque porti
abusivamente la camicia nera; creazione di una
polizia speciale in tutte le regioni, e
creazione di uffici di polizia e di
investigazione e di un tribunale speciale.
L'onorevole
Federzoni che è un soldato fedele alla
consegna, volle ritornare al ministero delle
Colonie; ma volle, prima di ritornare al
ministero delle Colonie, elaborare queste
misure e presentarle con la sua elaborazione
al Consiglio dei Ministri. Questo va notato e
ricordato. Queste misure sono state applicate.
Sono state applicate con intelligenza, perché
bisogna essere molto intelligenti nel fare
opera di repressione.
Tutti i giornali d'opposizione sono stati
soppressi; tutti i partiti antifascisti sono
stati sciolti, si è creata la Polizia
speciale per regioni, che rende già
segnalati servizi; si sono creati gli uffici
politici di investigazione; si è creato
il Tribunale speciale, che funziona
egregiamente e non ha dato luogo ad
inconvenienti, e meno ne darà,
specialmente se si adotterà la misura
di escludere dalle sue mura l'elemento
femminile, il quale spesso porta nelle cose
serie il segno incorreggibile della sua
frivolezza. È stata applicata la pena
del confino.
Perché
ho detto che in quest'opera bisogna essere
intelligenti? Perché la opposizione, in
Italia, non bisogna esagerarla, come è
forse stato fatto. È stata più
bagolistica che altro: ha versato molto
inchiostro; ma, in realtà, in questi
cinque anni di regime fascista non vi è
stata che la manifestazione collettiva del
cosiddetto «soldino», e bastò
l'apparire di poche autoblindate tra Messina e
Palermo per farla finire. Poi c'è stata
la grande carnevalata dell'Aventino, nella
seconda metà del 1924; ma gli
oppositori non sono usciti mai dalle trincee
giornalistiche e, del resto, io li avrei
aspettati nelle altre trincee. C'è
stata poi la serie fastidiosa degli attentati,
fastidiosa per voi.
Quanti
sono questi confinati? Sarà tempo di
dirlo, poiché all'estero si è parlato
di 200.000 confinati e nella sola Milano ne
sarebbero stati rastrellati 26.000. È
stupido, prima di essere vile. Distinguiamo
intanto i confinati nelle loro due categorie:
i confinati comuni e i confinati politici.
Spero che per i confinati comuni nessuno vorrà
impietosirsi. Si tratta, in generale, di
autentiche canaglie, ladri, sfruttatori di
donne, venditori di stupefacenti, che devono
essere tolti rapidamente dalla circolazione,
strozzini, ecc. Sono in tutto 1527.
Sono
appena cinque mesi che il confino funziona. (Si
ride. Commenti.)
Veniamo
ai politici. Sono stati diffidati 1541
individui; ne sono stati ammoniti 959; sono
alle isole 698. Sfido chiunque a smentire
l'attendibilità di queste cifre, che,
come vedete, sono modeste. Ma nessuno di
questi confinati vuol essere antifascista e
qualcuno ha l'aria di essere fascista.
Difatti,
al 21 maggio dell'anno in corso, su 698
confinati hanno dichiarato di non aver svolto
alcuna attività politica, 61; da aver
da tempo cessato ogni attività
politica, 286; di non aver svolto attività
sovversiva, 175; di aver da tempo cessato ogni
attività sovversiva, 182; di non aver
appartenuto a partiti politici, 69; hanno
fatto atto di sottomissione al regime, 29;
hanno confermato le proprie idee politiche,
21; non hanno fatto affermazione di carattere
politico, 52.
Ma
qui c'è un carteggio interessante dal
punto di vista umano. Non dirò il nome
di coloro che mi hanno mandato queste missive,
che sono interessanti. Il fatto che quasi
tutti i confinati si sono rivolti a me, deve
essere considerato come uno dei più
grandi successi del regime fascista; prima di
tutto, perché nessuno di costoro voleva avere
la taccia di essere antifascista, e, in
secondo luogo, perché tutti, nonostante i
loro precedenti, sapevano che potevano
rivolgersi a me se erano meritevoli di
giustizia.
«Io
credo - dice uno - che l'avere
professato idee massimaliste e l'avere
esercitato un mandato parlamentare nell'ambito
delle vigenti leggi non possa costituire una
legittima ragione di provvedimento verso di me».
«Ho
militato nel partito comunista fino a ieri
- dice un altro -; non essendo più
il Partito riconosciuto come organismo
politico del paese, mi dimetto».
Il
signor X dichiara di essere deciso a
rinunciare ad ogni attività politica.
Il
signor Y scrive che «l'aver seguito
idealità politiche non ortodosse, non
stabilisce " sic et simpliciter"
l'opportunità di adottare così
grave misura come quella decisa nei miei
confronti».
Un
altro promette «di lasciare ogni
forma di attività politica e di
ritirarmi a Santa Margherita Ligure».
È un bel posto! (Viva Ilarità)
«Io
predicai il marxismo - dice un altro - secondo
la legge della evoluzione intesa
dialetticalmente».
Il
signor Z si era adoperato, per quanto gli era
stato possibile, per ottenere che il partito
mutasse taattica. Non c'è riuscito. (Ilarità)
«Riaffermo
il mio patrimonio ideale; ma mi sono ritirato
da tempo a vita privata. Fu solo in questi
ultimi tempi che si delineò
l'ordinamento corporativo che mi ha chiarito
le idee».
Qui
c'è un altro che ama i sospensivi e
dice che sospenderà ogni attività
per tutto il tempo del regime fascista. (Viva
ilarità)
Questi
documenti hanno un interesse vivo dal punto di
vista dell'umanità.
Ora,
questi confinati non si trovano certamente in
una posizione brillante, ma non esageriamo.
Ricevono intanto 10 lire al giorno rivalutate;
sono stati divisi dai detenuti comuni; sono
stati concentrati in due isole. Taluno ha
parlato di amnistia. No, signori, niente
amnistia, non se ne parla di amnistia fino al
1932, e se ne parlerà nel 1932, se,
come mi auguro, non sarà necessario
prorogare le leggi speciali. Ma il diniego
dell'amnistia collettiva non impedisce di fare
i condoni individuali, sopra tutto quando sono
raccomandati dai fascisti, e qualche volta
anche da interi direttori fascisti. Con quali
criteri io procedo quando si tratta di
condonare? Tengo prima di tutto conto del
passato di guerra del confinato.
Evidentemente, se è un mutilato, un
decorato, un combattente, esso ha il titolo
superiore agli altri; poi delle condizioni di
famiglia e di salute; poi anche delle
dichiarazioni che il ricorrente fa. Terrore,
signori, questo? No, non é terrore, è
appena rigore. E forse nemmeno; è
igiene sociale, profilassi nazionale.
Si
levano questi individui dalla circolazione
come un medico toglie dalla circolazione un
infetto.
Ma
poi, chi sono coloro che rimproverano alla più
umana delle rivoluzioni il terrore? Ma qui non
si ha più l'idea di quello che sia
stato il Terrore? Il Terrore delle altre
rivoluzioni, il Terrore, ad esempio, della
rivoluzione dalla quale scaturirono i
cosiddetti immortali principi! Quale Terrore
era quello che ghigliottinava venti teste in
media ogni mattina in piazza della Maddalena?
Ma quale Terrore era quello che ha annegato
migliaia di persone nei fiumi, che ha scannato
migliaia di persone in prigione, che ha
mandato alla ghigliottina un chimico come
Lavoisier, un poeta come Chénier, decine di
giuristi, che ha distrutto regioni intere, che
ha seminato la devastazione e la morte
dovunque, che non ha rispettato né giovani, né
vecchi, né donne, né bambini, né civili, né
sacerdoti, che aveva per massima che per fare
una rivoluzione bisogna tagliare molte teste?
C'è bisogno che vi dia la bibliografia
del Terrore? No, voi la conoscete, ma io vi
consiglio di leggere un libro, che è un
«vient de paraître» ed è
intitolato: «Le suppliziate del Terrore».
È la storia delle 2000 ghigliottinate,
spesso la madre insieme con le figlie, spesso
l'intera famiglia, e spesso, quello che più
conta, non si trattava di aristocratici: si
trattava di povera gente sorpresa con un
Cristo sul petto. Sepolcri imbiancati!
Sepolcri pieni di fetido elemento, non parlate
di Terrore quando la rivoluzione fascista fa
semplicemente il suo dovere: si difende!
È
accaduto che si è devastato qualche
studio di avvocato, o qualche biblioteca di
professore. Lo deploro. Ma tra il 1789 e il
1793 - badate bene che non voglio fare un
ridicolo processo alla rivoluzione francese;
documento soltanto il periodo storico, perché
la storia si giustifica sempre in se stessa -
ci fu la caccia all'ingegno. Condorcet, nel
suo progetto di Costituzione, aveva detto che
i popoli liberi non conoscono altri meriti di
preferenza all'infuori dell'ingegno e della
virtù; d'Herbois, uno dei collaboratori
di Robespierre, rispondeva che solo gli
intriganti parlano ancora di ingegno. Garnier,
a Nantes, prometteva di uccidere tutti gli
uomini di ingegno. Nei clubs di Parigi si
diffidava di chiunque avesse scritto un libro!
Certo
è che, da allora, tutte le opposizioni
in Italia sono franate, sono disperse, sono
finite: polvere. Un gruppo importante come
quello dell'Azione cattolica ha fatto atto di
adesione al Regime.
Poi c'è stato il movimento dei
confederali. Parliamo anche di questo
episodio. Si è esagerata la portata di
questo fatto. Quando fu pubblicata la
circolare a firma Rigola, io pregai i giornali
di non stamburlarla, di accettarla come un
riconoscimento, perché non vogliamo
evidentemente impiccare tutti gli uomini al
loro passato. Ci sarebbero troppi uncini in
giro. Doveva essere interpretata come un segno
dei tempi, come un segno della forza adesiva
del regime. E così è in realtà.
Si può dubitare di qualcuno di coloro
che stanno intorno a Rigola; ma Rigola
è un galantuomo, per lo meno, ed
è certamente un uomo d'ingegno e di
cultura, e la dichiarazione conteneva cose
utili a sapersi, anche dal punto di vista
fascista.
Qui
sorge il problema: ma come fate a vivere senza
un'opposizione? L'opposizione ci vuole, perché
sta bene nel quadro. Noi respingiamo nella
maniera più perfetta e sdegnosa questo
ordine di ragionamento. L'opposizione non
è necessaria al funzionamento di un
sano regime politico. L'opposizione è
stolta, superflua in un regime totalitario
come è il regime fascista.
L'opposizione è utile in tempi facili,
di accademia, come avveniva prima della
guerra, quando si discuteva alla Camera, se,
come e quando si sarebbe realizzato il
socialismo, e si fece un contraddittorio, che
evidentemente non era serio, malgrado gli
uomini che vi partecipavano.
Ma
l'opposizione l'abbiamo in noi, cari signori;
noi non siamo dei vecchi ronzini che hanno
bisogno di essere pungolati. Noi controlliamo
severamente noi stessi. L'opposizione sopra
tutto la troviamo nelle cose, nelle difficoltà
obiettive, nella vita, la quale ci dà
una vasta montagna di opposizioni, che
potrebbe esaurire spiriti anche superiori al
mio. Quindi, nessuno speri che, dopo questo
discorso, si vedranno dei giornalisti
antifascisti, no: o che si permetterà
la resurrezione di gruppi antifascisti:
neppure. Si ritorna al mio discorso tenuto
prima della rivoluzione in un piccolo circolo
rionale di Milano, l’«Antonio
Sciesa»; in Italia non c'è posto
per gli antifascisti; c'è posto solo
per i fascisti e per gli afascisti, quando
siano dei cittadini probi ed esemplari.
Ora,
non si deve pensare che la rivoluzione
fascista, - poiché ormai anche i nostri più
feroci avversari sono convinti che noi stiamo
rimpastando l'Italia da cima a fondo, e siamo
appena all'inizio, - possa convivere con la
controrivoluzione. Che cosa succederà?
Succederà che gli antifascisti si
ridurranno al lumicino; vivranno di sante
memorie; non potranno fare altro. Sapete voi
che fino al 1914 ci fu a Napoli un gruppo
borbonico? Lo sapete che fino al 1914 si
stampava anche un giornale che si chiamava il
Neoguelfo? Chi erano? Erano dei vecchi
funzionari dell'epoca borbonica, i quali tutte
le volte che vedevano i crachats delle
decorazioni, o i papiri del loro Regime, si
commovevano. Finalmente venne la guerra, si
riunirono, collocarono una lapide sul Circolo
e non se ne parlò più. Così
sarà di tutti gli altri antifascisti;
ad un certo momento riconosceranno che
è veramente stupido cozzare contro i
macigni.
Vengo ad un altro punto: Regime, prefetti,
partito. Coloro che ricordano il Gran
Consiglio, il primo Gran Consiglio che si
tenne al Grand Hôtel in data 11 gennaio 1923,
e che fu importantissimo, perché creò
il Gran Consiglio e la Milizia, ricordano che
io dissi al Partito: datemi 76 prefetti
fascisti e 76 questori. Parve un'eresia fare
il prefetto e soprattutto fare il questore.
Pareva che avessi fatto una proposta oscena;
tuttavia ci furono degli eroi che accettarono
di fare il prefetto uscendo dal Partito, e due
di costoro hanno funzionato egregiamente.
Quindi non è vero che solo nel novembre
si siano presi dei prefetti dal Partito.
L'esperimento era stato fatto prima, solamente
con una aliquota ridotta. Devo dire che i
prefetti presi dal Partito funzionano
splendidamente. Aggiungo che quando mi deciderò
a fare un movimento di prefetti (e adesso
avete notato che i movimenti sono rari,
distanziati: i prefetti non devono viaggiare
continuamente nella tradotta del trasloco,
perché altrimenti finiscono col non capire più
nulla della situazione provinciale) quando mi
deciderò, dicevo, a fare un movimento
di prefetti, chiederò al partito
un'altra aliquota di prefetti fascisti,
possibilmente della prima ora.
La
Circolare ai Prefetti è un documento
fondamentale, perché ha stabilito la
posizione netta del Partito nel Regime, in
maniera che non tollera più equivoci.
Dico subito che dai colloqui che ho avuto con
ben 90 Prefetti, ho avvertito che solo in una
decina di provincie, o signori, la situazione
non era chiara, c'era cioè quello che
ho chiamato lo slittamento dell'autorità,
la mezzadria del potere. Ma in tutte le altre
provincie debbo dichiarare solennemente che
tutti i segretari federali erano, come devono
essere, degli organi subordinati al capo della
provincia. Così come al centro il
Segretario del Partito viene tutte le mattine
da me a prendere ordini, altrettanto è
logico, e non per semplice analogia formale,
che nelle provincie accada altrettanto.
Chiarita così la posizione, ci potranno
ancora essere delle frizioni, perché la
natura umana non è facilmente
addomesticabile; ma queste frizioni
diminuiranno e, ad ogni modo, io non darò
mai la testa di un prefetto a nessun
Segretario federale, soprattutto se questo
prefetto viene dal Partito nazionale fascista,
e se è, come deve essere, un probo
funzionario, servitore devoto del Regime.
Poi,
in quella circolare mi occupavo di un altro
fenomeno. Ormai questo discorso ha un valore
puramente retrospettivo, perché molti di quei
fenomeni sono in via di esaurimento o
definitivamente scomparsi. Mi occupavo dello
squadrismo, che è stato una grande
cosa, come strumento dell'attività
fascista, ma è semplicemente assurdo,
ridicolo e stupido di farne qualche cosa a sé.
Lo squadrismo deriva da squadra: così
noi potremmo fare anche il battaglionismo ed
il reggimentismo. Può una semplice
formazione tattica, di battaglia, dare motivo
ad un ordine, a qualche cosa? No. E poi, o
signori, lo squadrismo va da Torino a Trieste,
nella valle padana, nella Toscana e
nell'Umbria; più in giù non ce
n'è stato, salvo nelle Puglie o in
pochi altri centri. Poca roba. Quindi è
semplicemente assurdo lo squadrismo fatto in
ritardo. I fascisti devono essere tempisti. Io
non posso soffrire fisicamente coloro che sono
ammalati di nostalgia, che ad ogni minuto
traggono dai loro petti sospiri e respiri
profondi: «Come erano belli quei tempi!».
Tutto ciò è semplicemente
idiota! La vita passa, o signori, e
continuamente si ha di fronte la realtà
vivente. Lo squadrismo, quando porta il
grigio-verde, è esercito che deve
combattere.
E
vi è una distinzione profonda per
quello che concerne l'illegalismo. Anche qui
il discorso ha un valore retrospettivo. Io ho
fatto l'apologia della violenza per quasi
tutta la mia vita; io l'ho fatta quand'ero a
capo del socialismo italiano, e allora
spaventavo il ventre, talvolta esuberante, dei
miei compagni di tessera, con molte previsioni
guerriere: il "bagno di sangue", le
"giornate storiche".
Volevo
provare la capacità combattiva di
questa entità mitica, intangibile che
si appellava il proletariato italiano. Ma ho
sempre distinto la violenza dalla violenza,
sin dal congresso di Udine, sino ai discorsi
nei circoli rionali, e ho sempre detto che c'è
la violenza tempestiva, cavalleresca di uno
contro uno, nobile, migliore del compromesso e
della transazione. Ma le violenze che servono
agli interessi personali, quelle non sono
fascismo. E sono finite da quando il regime ha
riassunto in sé tutte le forze e in una sola
tutta l'autorità.
Altro punto, di carattere retrospettivo:
quando un regime, quando un partito ha assunto
la terribile e grave responsabilità del
potere, allora è responsabile in toto,
ed anche l'ultimo gregario dell'ultimo Fascio
d'Italia ha la sua parte di responsabilità.
Il Regime è giudicato da lui come
è giudicato da me, e il popolo ha
perfettamente il diritto di giudicare il
Regime dai campioni che esso gli offre. E se
quei campioni non sono all'altezza della
situazione, il popolo ha diritto di
manifestare il suo severo giudizio. Perché?
Perché siamo e ci vantiamo di essere un
regime autoritario e non si deve nemmeno
pensare, nemmeno dubitare che abbiamo adottato
questa severa disciplina semplicemente per
nascondere qualche cosa che non sia purissima
e cristallina.
Ma
poi c'era una distinzione piena di dottrina e
piena di vita in quella circolare: la
distinzione tra l'ordine morale e l'ordine
pubblico. Non è la stessa cosa. Ci può
essere un ordine pubblico perfetto, e ci può
essere un disordine morale profondo. Dobbiamo
preoccuparci dell'ordine morale, non
dell'ordine pubblico, perché per l'ordine
pubblico, nel senso poliziesco della parola,
abbiamo forze sufficienti; dobbiamo invece
preoccuparci dell'ordine morale e dobbiamo
volere, lavorando in profondo, che l'adesione
tra le masse ed il regime sia sempre più
vasta, sempre più sana, sempre più
vitale.
Ma
intanto quale è stato il risultato di
questa politica? Un senso di pace diffuso in
tutto il Paese; le piccole prepotenze locali
sono finite, gli illegalismi anche. Tutti gli
elementi di parte sono inquadrati: del resto,
quando non lo sono, li colpisco. Nessuno si
illuda di pensare che io non sappia quello che
succede nel Paese fino nell'ultimo villaggio
d'Italia. Lo saprò un po' tardi, ma
alla fine lo so. Ed allora arriva la mia
spada, come arrivò di recente in una
grande città, dove ho sceverato i
fascisti che lavorano e che dimostrano come
lavorano, da quelli che non possono fare
questa brillante, questa ardua dimostrazione.
Vi dirò che in questi primi quattro
mesi del 1927 gli incidenti seguiti da
ferimenti sono stati 11 in tutta Italia. In
quattro mesi, l'anno scorso, furono 99. Questo
dimostra che il senso della disciplina e
dell'ordine sono ormai diffusi in tutte le
classi di cittadini.
On.
Colleghi! Siamo ormai alla fine dell'anno V
del regime. Voi sapete che io sono sempre un
po' malcontento; però, se mi guardo
attorno, se guardo quello che abbiamo fatto in
questi cinque anni, ho qualche motivo di
soddisfazione. Vi dirò tra poco quale
è la ragione più profonda della
mia soddisfazione; voi forse non la intuite in
questo momento. Le forze del regime sono
compatte, salde, incrollabili. Quali sono
queste forze? In primo luogo, il Governo. Ci
sono ancora degli sfaccendati, i quali ad ogni
Consiglio di Ministri ricadono negli antichi
peccati, perché la forza dell'abitudine,
qualche volta, e pericolosissima, e parlano di
rimpasto, ed il mio orecchio deve essere
ferito da questa terminologia che mi ricorda
l'epoca di Carlo Magno. No, il Governo
è compatto, solido, affiatato. E dovete
considerare che nel Governo fascista tutti i
ministri e tutti i sottosegretari di Stato
sono dei soldati: essi vanno là dove il
loro capo indica che devono andare e stanno,
se io dico loro di stare. Non c'è nulla
di quelle che ricorda la vecchia cucina dei
vecchi tempi! C'è la rigida disciplina
militare del regime fascista!
Accanto
al Governo, il Partito. Il Partito ha
migliorato la sua compagine in questi ultimi
tempi. Intanto ha chiuso le porte; quelli che
sono stati fascisti nel 1925, 1924, 1923
benissimo; adesso non si diventa più
fascisti. Tanto peggio per i ritardatari. I
nostri treni non li aspettano! Ma come
nutriremo il Partito di linfe vitali? Con la
giovinezza. Io spero che voi avrete riflettuto
sul significato straordinariamente simbolico e
profondamente vitale della cerimonia del 28
marzo; questa leva in massa della gioventù,
che entra nel Partito e riceve una tessera,
che è qualche cosa come ricevere un
moschetto, che infinitamente è di più.
Accanto
al Partito, la Milizia: la Milizia che, in
questi ultimi tempi, è diventata un
organismo anche più importante di
quello che non fosse e che, intanto, ha avuto
la soddisfazione di avere la guardia ai
confini, di dare i suoi ufficiali al Tribunale
speciale, di costituire gli uffici politici di
investigazione, di ottenere, 6000 moschetti
ogni mese. Le legioni sono state dotate dei
mezzi necessari. Si sta studiando per
utilizzarle in caso di guerra, poiché il
problema della Milizia è un problema
organico. Intanto a quelli che hanno più
di 40 anni sarà data la difesa
antiaerea e la difesa costiera. Ma soprattutto
la Milizia ha avuto l'educazione premilitare,
che ha dato risultati superbi. Così si
forma l'esercito fascista: dal basso; così
si fanno le generazioni guerriere: non
soltanto di soldati che obbediscono, ma di
generazioni di soldati che si battono, perché
tale è il loro desiderio; perché
questa è la loro passione, perché
sentono di portare un'idea.
Gli
eserciti che hanno vinto erano eserciti che
portavano sulla loro bandiera un'idea. E noi,
oggi, portiamo l'idea dell'ordine, della
gerarchia, dell'autorità dello Stato
contro la teoria suicida dei disordine, della
indisciplina, della irresponsabilità.
I
Sindacati vanno bene. Non bisogna però
farsi illusioni eccessive per quello che
concerne il cosiddetto proletariato urbano:
è in gran parte ancora lontano, e, se
non più contrario come una volta,
assente. È evidente che noi dovremo
essere aiutati anche dalle leggi fatali della
vita. La generazione degli irriducibili, di
quelli che non hanno capito la guerra e non
hanno capito il fascismo, ad un certo momento
si eliminerà per legge naturale.
Verranno su i giovani, verranno su gli operai
ed i contadini che noi stiamo reclutando nei
Balilla e negli Avanguardisti. Potenti
istituzioni, potenti organismi, che ci danno
modo di controllare la vita della Nazione dai
6 ai 60 anni, che creano l'Italiano nuovo,
l'Italiano fascista.
Poi,
accanto ai Sindacati, abbiamo oggi tutte le
forze vive della coltura, dello spirito,
dell'economia, delle banche. Il regime
è totalitario, ma è il regime
che ha il più vasto consenso. L'hanno
gli altri regimi? Come si forma il loro
Governo? Attraverso un voto di maggioranza. Ma
come è creata la maggioranza?
Attraverso una consultazione elettorale.
Parlerò tra poco delle consultazioni
elettorali. Questo regime, invece, è
regime che si appoggia sopra un partito di un
milione di individui, su un altro milione di
giovani, su milioni e milioni d’Italiani
che vanno perfezionandosi, raffinandosi,
organizzandosi. Nessun altro Governo, di
nessun'altra parte del mondo ha una base più
vasta e più profonda di quella del
Governo italiano.
Un
problema. Il consenso del popolo c'è.
Difatti l'opposizione si riduce a qualche
conato vociferatorio, ma così
fantastico e pacchiano, che lo stesso popolo
ne fa giustizia. La classe dirigente comincia
ad esserci. Ci sono, infatti, 9000 podestà,
2000 ufficiali della Milizia, migliaia di
organizzatori fascisti, che domani possono
assumere una funzione di comando. Cinque anni
fa io credevo che dopo cinque anni, non dico
che avrei potuto prendermi un riposo, - queste
sono parole che repugnano profondamente al mio
spirito, - ma ritenevo di aver compiuto gran
parte della mia fatica. Signori, mi accorgo
che non è così. Lo constato,
come constato che questo è un libro:
non ci metto nessuna simpatia e nessuna
antipatia. Mi sono convinto, che, malgrado ci
sia una classe dirigente in formazione,
malgrado ci sia una disciplina di popolo
sempre più consapevole, io debbo
assumermi il compito di governare la Nazione
italiana ancora da 10 a 15 anni. È
necessario. Non è ancora nato il mio
successore.
Perché?
È dunque una libidine di potere che mi
tiene? No. Credo, in coscienza, che nessun
italiano pensi questo. Nemmeno il mio peggiore
avversario. È un dovere preciso verso
la rivoluzione e verso l'Italia. E poi abbiamo
ancora dei grandi compiti, dei grandissimi
compiti. Ve ne cito tre. Sono fondamentali: la
messa a punto di tutte le forze armate dello
Stato; la battaglia economico-finanziaria; la
riforma costituzionale.
Voi
ricordate che io andai a Locarno. Locarno
è un paese che sta sul Lago Maggiore.
Andai perché si trattava di compiere un atto
politico e diplomatico d'importanza
fondamentale. Notate che io non voglio fare
una digressione di politica estera; parlerò
di politica estera al Senato, ma fra qualche
tempo, perché mi riterrei disonorato per
sempre se infliggessi due discorsi alla
Nazione nello stesso periodo di tempo.
L'architettura di Locarno è la
seguente: Francia e Germania prendono
l'impegno di non aggredirsi reciprocamente. E
ci sono, a lato, un paio di carabinieri che
vigilano perché questo impegno non sia
violato: l'Inghilterra e l'Italia. Era
importante che l'Italia, in quel momento, si
mettesse sullo stesso piano dell'Inghilterra e
si rendesse garante di quella pace sul Reno,
che, in realtà, è la pace
dell'Europa. Ma a Locarno si fece qualche cosa
di più e di meglio: si fece
un'operazione di chimica pura, di
distillazione; si fabbricò lo «spirito
di Locarno». Signori, lo «spirito
di Locarno », oggi, a due anni appena di
distanza, è straordinariamente
decolorato. Lo constato qui, senza nessuna
intenzione di polemica; mi dà
l'impressione del rapporto che può
intercedere tra il murmure che si sente in una
conchiglia messa vicino all'orecchio ed il
rombo dell'Oceano. Non è la stessa
cosa, evidentemente. Che cosa è
accaduto? È accaduto che le Nazioni,
diremo così locarniste, si armano
furiosamente per terra e per mare; è
accaduto che in alcune di queste Nazioni si
è osato perfino parlare di una guerra
di dottrine che doveva essere mossa dalla
democrazia degli immortali principi contro
questa irriducibile Italia fascista,
antidemocratica, antiliberale, antisocialista
ed antimassonica.
Poi
ci sono state delle manifestazioni davanti
alle quali sarebbe criminoso chiudere gli
occhi, poiché quello che io rimprovero alla
democrazia è questo: di foggiarsi un
tipo di uomo e credere realmente che questo
uomo esista. Di qui gli atroci disinganni, le
tragedie ed i macelli della storia. Signori,
è dell'altro giorno la grande parata
berlinese degli elmi a chiodo. Erano 120.000,
e questo ci potrebbe interessare
mediocremente, ma una delle loro tabelle aveva
questa dicitura: «Da Trieste a Riga».
Pazzesca, paradossale, gaffeuse, se volete: ma
è un fatto.
Allora?
Allora il dovere preciso, fondamentale e
pregiudiziale dell'Italia fascista è
quello di mettere a punto tutte le sue forze
armate della terra, del mare e del cielo.
Bisogna potere, ad un certo momento,
mobilitare cinque milioni di uomini, e bisogna
poterli armare: bisogna rafforzare la nostra
Marina e bisogna che l'aviazione, nella quale
credo sempre di più, sia così
numerosa e così potente che l'urlio dei
suoi motori copra qualunque altro rumore nella
penisola e la superficie delle sue ali oscuri
il sole sulla nostra terra. Noi potremo
allora, domani, quando tra il 1935 e il 1940
saremo a un punto che direi cruciale della
storia europea, potremo far sentire la nostra
voce e vedere finalmente riconosciuti i nostri
diritti.
Questa
preparazione richiede ancora alcuni anni. E c'è,
poi la battaglia economica e finanziaria. Io
non voglio anticipare il discorso che il
Ministro delle Finanze pronuncerà
giovedì prossimo in quest'assemblea; ma
tuttavia è necessario che qualche cosa
dica. E qui la mia polemica diventerà
pungente e qui suonerà con sei chiavi,
di violino, naturalmente.
Voi
ricordate che l'estate scorsa, quando la
sterlina, - parliamo della sterlina a parità
col dollaro, perché ciò volle
l'Inghilterra, come fanno i popoli forti,
- andava a 140 ed a 150, c'erano dei risolini
in giro. Tutti gli antifascisti pareva che
avessero una parola d'ordine comune: «Bella
cosa il Fascismo, grand'uomo il Duce, però,
non si sa come, guardate i cambi: la sterlina
è a 140. Ci vuol altro, signori! I
banchieri di Wall Street e della City non sono
«ricinati ». Il manganello non fa
salire il termometro dei cambi!».
Ebbene,
venne il mio discorso di Pesaro: il mio
discorso di Pesaro che fu improvvisato,
naturalmente. Bisognerà però che
dica che lo avevo meditato da tre mesi e che
in data 8 agosto scrissi una lettera di ben 16
pagine al ministro delle Finanze. Le mie
improvvisazioni sono di questo genere! Che
cosa dicevo? Che il regime fascista non
ammette la sconfitta sul terreno finanziario.
La può subire se domani le forze
saranno inferiori alla sua volontà, ma
certo non può accettarla. Allora, dopo
il mio discorso di Pesaro - che pronunciai a
Pesaro semplicemente perché vi ero di
passaggio nel pomeriggio, perché è una
bella città che mi è simpatica,
ma che potevo pronunciare anche a Sassoferrato,
perché non ho mai creduto che per fare un
discorso interessante ci sia bisogno di salire
su una bigoncia brillante - i risolini ironici
e sarcastici sono scomparsi.
Ma
adesso, che cosa succede? Quando l'altro
giorno la sterlina andò ad 85, pareva
che ci fosse in vista una catastrofe
nazionale: si vedevano in giro delle facce
ancor più grigie, come se si trattasse
di impiantare delle succursali di Raveggi.
«Ma è una rovina; ma è una
catastrofe nazionale», dicevano i
manipolatori dei titoli e dei cambi. Costoro
io li stimo abbastanza, ma qualche volta,
quando li vedo col distintivo all'occhiello,
mi danno la nausea. E non è facile,
dato il mio regime dietetico. Ma dove poi
è questa catastrofe, signori? Ma non
piangete prima del tempo! Non fasciatevi la
testa prima di averla scassata! Adagio! Calma,
signori disfattisti del rialzo, che prima
eravate disfattisti del ribasso. Per me la
storia comincia nell'ottobre 1922. Se voi
prendete il punto culminante della sterlina,
allora sì, abbiamo un miglioramento di
60 punti; ma se prendete la quotazione media
di 120, il miglioramento si riduce a 30 punti,
e se tornate alla quotazione della marcia su
Roma, il miglioramento si riduce a 15, perché
all'epoca della marcia su Roma la sterlina era
a 105 e 110. Ma allora, o signori, avevamo un
bilancio in deficit, avevamo i debiti
esteri non pagati, un Regime che cominciava e
che quindi poteva anche supporsi non duraturo;
avevamo una bilancia dei pagamenti passiva. Ed
allora che cosa è questo miglioramento
di 15 punti, oggi che abbiamo sistemalo il
debito interno e il debito estero, che abbiamo
il bilancio in pareggio ed in avanzo, che
abbiamo contenuto la circolazione? È il
premio, il modesto premio che il popolo
italiano si merita dopo cinque anni in cui ha
lavorato come un negro o, se volete, come un
eroe e come un santo.
D'altra
parte, si plachino queste preoccupazioni: non
abbiamo conquistato nulla; abbiamo ripreso le
posizioni che avevamo nel 1922. Le chiameremo
«la quota 90» e su questa quota
aspettiamo tutto il grosso dell'esercito. Ci
staremo il tempo sufficiente e necessario
perché tutte le forze dell'economia a questa
quota si adeguino; le quali forze però
si adeguavano rapidamente, volonterosamente,
quando i cambi, scendendo in giù,
facevano i salti del canguro. Oggi trovano
difficoltà insormontabili perché
procediamo col passo del grillo verso il
miglioramento. Tutto ciò è
miserabile.
Abbiamo
creato lo Stato corporativo. Questo Stato
corporativo ci pone dinanzi il problema
istituzionale del Parlamento. Che cosa succede
di questa Camera? Intanto, questa Camera, che
ha egregiamente, nobilmente e costantemente
servito la causa del regime, durerà per
tutta intera la Legislatura. Tutti coloro che
volevano liquidarla e sopprimerla, quasi per
punirla, saranno certamente delusi. Ma
è evidente che la Camera di domani non
può rassomigliare a quella d'oggi.
Oggi, 26 maggio, noi seppelliamo solennemente
la menzogna del suffragio universale
democratico. Ma che cosa è questo
suffragio universale? Noi l'abbiamo visto alla
prova. Sopra 11 milioni di cittadini che
avevano il diritto di votare, ce n'erano 6
milioni che periodicamente se ne
infischiavano. E gli altri, che valore
potevano avere, quando il voto è dato
al cittadino semplicemente perché ha compiuto
i 21 anni, e quindi il criterio discriminativo
della capacità del cittadino è
legato a una questione di cronologia o di
stato civile? Ci sarà anche domani una
Camera, ma questa Camera sarà eletta
attraverso le organizzazioni corporative dello
Stato. Molti di voi ritorneranno in questa
Camera, molti di voi troveranno il seggio
naturale nel Senato, alcuni nel Consiglio di
Stato, alcuni nelle Prefetture, nella carriera
diplomatica e consolare, dove si può
servire egregiamente il Regime, qualche altro
si ritirerà a vita privata. Non si può
pensare che tutti siano gerarchi. Ci vogliono
anche i gregari.
Del
resto, la Nazione sente forse il bisogno
elettorale? Lo ha dimenticato, ed è
proprio necessario per noi di avere,
attraverso un bollettino di voto,
l'attestazione del consenso del popolo?
Lasciatemi pensare che questo non è
assolutamente necessario. Verso la fine di
quest'anno, nell'anno prossimo, noi
stabiliremo le forme con cui sarà
eletta la Camera corporativa dello Stato
italiano.
Ma
intanto vengo ad un punto essenziale del mio
discorso: forse al più importante. Che
cosa abbiamo fatto, o fascisti, in questi
cinque anni? Abbiamo fatto una cosa enorme,
secolare, monumentale. Quale? Abbiamo creato
lo Stato unitario italiano. Pensate che
dall'Impero in poi, l'Italia non fu più
uno Stato unitario. Noi qui riaffermiamo
solennemente la nostra dottrina concernente lo
Stato; qui riaffermo non meno energicamente la
mia formula del discorso alla Scala di Milano,
«tutto nello Stato, niente contro lo
Stato, nulla al di fuori dello Stato».
Non
so nemmeno pensare nel secolo XX uno che possa
vivere fuori dello Stato, se non allo stato di
barbarie, allo stato selvaggio. È solo
lo Stato che dà l'ossatura ai popoli.
Se il popolo è organizzato, il popolo
è uno Stato, altrimenti è una
popolazione che sarà alla mercé del
primo gruppo di avventurieri interni o di
qualsiasi orda di invasori che venga
dall'estero. Perché, o signori, solo la Stato
con la sua organizzazione giuridica, con la
sua forza militare, preparata in tempo utile,
può difendere la collettività
nazionale se la collettività umana si
è ridotta al nucleo familiare,
basteranno cento normanni per conquistare la
Puglia.
Che
cosa era lo Stato, quello Stato che abbiamo
preso boccheggiante, roso dalla crisi
costituzionale, avvilito dalla sua impotenza
organica? Lo Stato che abbiamo conquistato
all'indomani della Marcia su Roma era quello
che c'è stato trasmesso dal '60 in poi.
Non era uno Stato; ma un sistema di Prefetture
malamente organizzate, nel quale il prefetto
non aveva che una preoccupazione, di essere un
efficace galoppino elettorale. In questo
Stato, fino al 1922 il proletariato - che
dico?! - il popolo intero, era assente,
refrattario, ostile. Oggi preannunziamo al
mondo la creazione del potente Stato unitario
italiano, dall'Alpi alla Sicilia, e questo
Stato si esprime in una democrazia accentrata,
organizzata, unitaria, nella quale democrazia
il popolo circola a suo agio, perché, o
signori, o voi immettete il popolo nella
cittadella dello Stato, ed egli la difenderà,
o sarà al di fuori, ed egli l'assalterà.
Un
discorso come questo non tollera perorazioni.
Solo io vi dico che, tra dieci anni, l'Italia,
la nostra Italia sarà irriconoscibile a
se stessa ed agli stranieri, perché noi
l'avremo trasformata radicalmente nel suo
volto, ma soprattutto nella sua anima.
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