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Fascisti!
Cittadini!
Può
darsi, anzi è quasi certo, che il mio
genere di eloquenza determini in voi un
senso di delusione, in voi che siete
abituati alla foga immaginosa e ricca della
vostra oratoria. Ma io, da quando mi sono
accorto che era impossibile torcere il collo
alla eloquenza, mi sono detto che era
necessario ridurla alle sue linee
schematiche ed essenziali.
Siamo venuti a Napoli da ogni parte d'Italia
a compiere un rito di fraternità e di
amore. Sono qui con noi i fratelli della
sponda dalmatica tradita, ma che non intende
arrendersi (applausi; grida di: «Viva
la Dalmazia italiana!»);
sono qui i fascisti di Trieste,
dell'Istria, della Venezia Tridentina, di
tutta l'Italia settentrionale; sono qui
anche i fascisti delle isole, della Sicilia
e della Sardegna, tutti qui ad affermare
serenamente, categoricamente, la nostra
indistruttibile fede unitaria che intende
respingere ogni più o meno larvato
tentativo di autonomismo e di separatismo.
Quattro
anni fa le fanterie d'Italia, maturata a
grandezza in un ventennio di travaglio
faticoso, le fanterie d'Italia, fra le quali
erano vastamente rappresentati i figli delle
vostre terre, scattavano dal Piave e dopo
avere battuto gli austriaci, con l'ausilio
assolutamente irrisorio di altre forze (Applausi),
si slanciavano verso l'Isonzo; e solo la
concezione assurdamente e falsamente
democratica della guerra poté impedire che
i nostri battaglioni vittoriosi sfilassero
sul ring di Vienna e per le arterie
di Budapest! (Applausi).
Un
anno fa, a Roma, ci siamo trovati in un
momento avviluppati da un'ostilità
sorda e sotterranea, che traeva le sue
origini dagli equivoci e dalle infamie che
caratterizzano l'indeterminato mondo
politico della capitale. Noi non abbiamo
dimenticato tutto ciò. Oggi siamo
lieti che tutta Napoli, questa città
che io chiamo la grande riserva di salvezza
della nazione (Applausi), ci accolga
con un entusiasmo fresco, schietto, sincero,
che fa bene al nostro cuore di uomini e di
italiani; ragione per cui esigo che nessun
incidente, neppure minimo, turbi la nostra
adunata, poiché, oltre che delittuoso,
sarebbe anche enormemente stupido: esigo
che, ad adunata finita, tutti i fascisti che
non sono di Napoli abbandonino in ordine
perfetto la città. L'Italia intera
guarda a questo nostro convegno perché -
lasciatemelo dire senza quella vana modestia
che qualche volta è il paravento
degli imbecilli - non c'è nel
dopoguerra europeo e mondiale un fenomeno più
interessante, più originale, più
potente del fascismo italiano.
Voi
certamente non potete pretendere da me
quello che si costuma chiamare il grande
discorso politico. Ne ho fatto uno a Udine,
un altro a Cremona, un terzo a Milano. Ho
quasi vergogna di parlare ancora.
Ma
data la situazione straordinariamente grave
in cui ci troviamo, ritengo opportuno
fissare con la massima precisione i termini
del problema perché siano altrettanto
nettamente chiarite le singole responsabilità.
Insomma
noi siamo al punto in cui la freccia si
parte dall'arco, o la corda troppo tesa
dell'arco si spezza! (Applausi).
Voi
ricordate che alla Camera italiana il mio
amico Lupi ed io ponemmo i termini del
dilemma, che non è soltanto fascista,
ma italiano: legalità o illegalità?
Conquiste parlamentari o insurrezione?
Attraverso quali strade il Fascismo diventerà
Stato? Perché noi vogliamo diventare Stato!
Ebbene, il giorno 3 ottobre io avevo già
risolto il dilemma.
Quando
io chiedo le elezioni, quando le chiedo a
breve scadenza, quando le chiedo con una
legge elettorale riformata, è
evidente a chiunque che io ho già
scelta una strada. La stessa urgenza della
mia richiesta denota che il travaglio del
mio spirito è giunto al suo estremo
possibile. Avere capito questo, significava
avere o non avere la chiave in mano per
risolvere tutta la crisi politica italiana.
La
richiesta partiva da me, ma partiva anche da
un Partito che ha masse organizzate in modo
formidabile e che raccoglie tutte le
generazioni nuove dell'Italia, tutti i
giovani più belli fisicamente e
spiritualmente, che ha un vasto seguito
nella vaga ed indeterminata opinione
pubblica.
Ma
c'è di più, o signori. Questa
richiesta avveniva all'indomani dei fatti di
Bolzano e di Trento, che avevano svelato ad
oculos la paralisi completa dello Stato
italiano, e che avevano rivelato, d'altra
parte, la efficenza non meno completa dello
Stato fascista. Occorreva, o signori,
affrettarsi verso di me, perché io non
fossi più ancora agitato dal dilemma
interno.
Ebbene:
con tutto ciò il deficente Governo
che siede a Roma, ove accanto al
galantomismo bonario ed inutile dell'on.
Facta stanno tre anime nere della reazione
antifascista (applausi prolungati) - alludo
ai signori Taddei, Amendola ed Alessio
(urla prolungate di tutto il pubblico; da
numerose parti si grida: «Pfui! Pfui!
Vergogna! Vergogna») - questo
Governo mette il problema sul terreno della
pubblica sicurezza e dell'ordine, pubblico!
L'impostazione
del problema è fatalmente errata.
Degli uomini politici domandano che cosa
desideriamo. Noi non siamo degli spiriti
tortuosi e concitati. Noi parliamo
schiettamente: facciamo del bene a chi ci fa
del bene, del male a chi ci fa del male. Che
cosa volete, o fascisti? Noi abbiamo
risposto molto.
Abbiamo
chiesto al Governo semplicemente lo
scioglimento di questa Camera, la riforma
elettorale, le elezioni a breve scadenza.
Abbiamo chiesto che lo Stato esca dalla sua
neutralità grottesca, conservata tra
le forze della nazione e le forze
dell'antinazione. Abbiamo chiesto dei severi
provvedimenti di indole finanziaria, abbiamo
chiesto un rinvio dello sgombero della zona
dalmata ed abbiamo chiesto cinque portafogli
più il Commissariato dell'aviazione.
Abbiamo
chiesto precisamente il ministero degli
Esteri, quello della Guerra, quello della
Marina, quello del Lavoro e quello dei
Lavori Pubblici. Io sono sicuro che nessuno
di voi troverà eccessive queste
nostre richieste. Ed a completarvi il quadro
aggiungerò che in questa soluzione
legalitaria era esclusa la mia diretta
partecipazione al Governo; e dirò
anche le ragioni che sono chiare alla mente
quando pensiate che per mantenere ancora nel
pugno il Fascismo io debbo avere una vasta
elasticità di movimenti anche ai
fini, dirò così, giornalistici
e polemici.
Che
cosa si è risposto? Nulla! Peggio
ancora, si è risposto in un modo
ridicolo. Malgrado tutto, nessuno degli
uomini politici d'Italia ha saputo varcare
le soglie di Montecitorio per vedere il
problema del Paese. Si è fatto un
computo meschino delle nostre forze, si
è parlato di ministri senza
portafogli, come se ciò, dopo le
prove più o meno miserevoli della
guerra, non fosse il colmo di ogni umano e
politico assurdo. Si è parlato di
sottoportafogli
: ma tutto ciò è
irrisorio.
Noi
fascisti non intendiamo andare al potere per
la porta di servizio; noi fascisti non
intendiamo di rinunciare alla nostra
formidabile primogenitura ideale per un
piatto miserevole di lenticchie
ministeriali! (Applausi vivissimi e
prolungata). Perché noi abbiamo la
visione, che si può chiamare storica,
del problema, di fronte all'altra visione,
che si può chiamare politica e
parlamentare.
Non
si tratta di combinare ancora un Governo
purchessia, più o meno vitale: si
tratta di immettere nello Stato liberale
– che ha assolti i suoi compiti che
sono stati grandiosi e che noi non
dimentichiamo - di immettere nello Stato
liberale tutta la forza delle nuove
generazioni italiane che sono uscite dalla
guerra e dalla vittoria.
Questo
è essenziale ai fini dello Stato, non
solo, ma ai fini della
storia della nazione. Ed allora?
Allora,
o signori, il problema, non compreso nei
suoi termini storici, si imposta e diventa
un problema di forza. Del resto, tutte le
volte che nella storia si determinano dei
forti contrasti di interessi e d'idee,
è la forza che all'ultimo decide.
Ecco perché noi abbiamo raccolte e
potentemente inquadrate e ferreamente
disciplinate le nostre legioni:
perché se l'urto dovesse
decidersi sul terreno della forza, la
vittoria tocchi a noi. Noi ne siamo degni (applausi);
tocca al popolo italiano,che ne ha il
diritto, che ne ha il dovere, di liberare la
sua vita politica e spirituale da tutte
quelle incrostazioni parassitarie del
passato, che non può prolungarsi
perennemente nel presente perché
ucciderebbe l'avvenire. (Applausi).
E
allora si comprende perfettamente che i
governanti di Roma cerchino di creare degli
equivoci e dei diversivi; che cerchino di
turbare la compagine del fascismo e cerchino
di formare una soluzione di continuità
tra l'anima del fascismo e l'anima
nazionale; che ci pongano di fronte a dei
problemi. Questi problemi hanno il nome di
monarchia, di esercito, di pacificazione.
Credetemi,
non è per rendere un omaggio al
lealismo assai quadrato del popolo
meridionale, se io torno a precisare ancora
una volta la posizione storica e politica
del fascismo nei confronti della monarchia.
Ho
già detto che discutere sulla bontà
o sulla malvagità in assoluto ed in
astratto, è perfettamente assurdo.
Ogni popolo, in ogni epoca della sua storia,
in determinate condizioni di tempo, di luogo
e di ambiente, ha il suo regime.
Nessun
dubbio che il regime unitario della vita
italiana si appoggia saldamente alla
monarchia di Savoia.(Applausi prolungati).
Nessun dubbio, anche, che la monarchia
Italiana, per le sue origini, per gli
sviluppi della sua storia, non può
opporsi a quelle che sono le tendenze della
nuova forza nazionale. Non si oppose quando
concesse lo Statuto, non si oppose quando il
popolo italiano - sia pure in minoranza, una
minoranza intelligente e volitiva –
chiese e volle la guerra. Avrebbe ragione di
opporsi oggi che il Fascismo non intende di
attaccare il regime nelle sue manifestazioni
immanenti, ma piuttosto intende liberarlo da
tutte le superstrutture che aduggiano la
posizione storica di questo istituto e nello
stesso tempo comprimono tutte le tendenze
del nostro animo?
Inutilmente
i nostri avversari cercano di perpetuare
l'equivoco.
Il
Parlamento, o signori, e tutto
l'armamentario della democrazia, non hanno
niente a che vedere con l'istituto
monarchico. Non solo, ma si aggiunga che noi
non vogliamo togliere al popolo il suo
giocattolo (il Parlamento). Diciamo «giocattolo»
perché gran parte del popolo Italiano lo
stima per tale. Mi sapete voi dire, per
esempio, perché su undici milioni di
elettori ce ne sono sei che se ne
infischiano di votare? Potrebbe darsi, però,
che se domani si strappasse loro il
giocattolo, se ne mostrassero dispiacenti.
Ma noi non lo strapperemo. In fondo ciò
che ci divide dalla democrazia è la
nostra mentalità, è il nostro
metodo. La democrazia crede che i principii
siano immutabili in quanto siano applicabili
in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni
evenienza.
Noi
non crediamo che la storia si ripeta, noi
non crediamo che la storia sia un itinerario
obbligato, noi non crediamo che dopo la
democrazia debba venire la superdemocrazia!
Se
la democrazia è stata utile ed
efficace per la Nazione nel secolo XIX, può
darsi che nel secolo XX sia qualche altra
forma politica che potenzii di più la
comunione della società nazionale.
Nemmeno, adunque, lo spauracchio della
nostra antidemocrazia può giovare a
determinare quella soluzione di continuità,
di cui vi parlavo dianzi.
Quanto
poi alle altre istituzioni in cui si
impersona il regime, in cui si esalta la
nazione - parlo dell'esercito - l'esercito
sappia che noi, manipolo di pochi e di
audaci, lo abbiamo difeso quando i ministri
consigliavano gli ufficiali di andare in
borghese per evitare conflitti! (Applausi
prolungati).
Noi
abbiamo creato il nostro mito. Il mito
è una fede, è una passione.
Non è necessario che sia una realtà.
È una realtà nel fatto che
è un pungolo, che è una
speranza, che è fede, che è
coraggio. Il nostro mito è la
Nazione, il nostro mito è
la grandezza della Nazione! E a
questo mito, a questa grandezza, che noi
vogliamo tradurre in una realtà
completa, noi subordiniamo tutto il resto.
Per
noi la Nazione è soprattutto spirito
e non è soltanto territorio. Ci sono
Stati che hanno avuto immensi territorii e
che non lasciarono traccia alcuna
nella storia umana. Non è soltanto
numero, perché si ebbero nella storia degli
Stati piccolissimi, microscopici, che hanno
lasciato documenti memorabili, imperituri
nell'arte e nella filosofia.
La
grandezza della Nazione è il
complesso di tutte queste virtù, di
tutte queste condizioni. Una Nazione
è grande quando traduce nella realtà
la forza del suo spirito. Roma è
grande quando da piccola democrazia rurale a
poco a poco imbeve del ritmo del suo spirito
tutta l'Italia, poi s'incontra con i
guerrieri di Cartagine e deve battersi
contro di loro. È la prima guerra
della storia, una delle prime. Poi, a poco a
poco, porta le aquile agli estremi confini
della terra, ma ancora e sempre l'Impero
Romano è una creazione dello spirito,
poiché le armi, prima che dalle braccia,
erano puntate dallo spirito dei legionari
romani.
Ora,
dunque, noi vogliamo la grandezza della
Nazione nel senso materiale e spirituale.
Ecco perché noi facciamo del sindacalismo.
Noi
non lo facciamo perché crediamo che la
massa, in quanto numero, in quanto quantità,
possa creare qualche cosa di duraturo nella
storia. Questa mitologia della bassa
letteratura socialista noi la respingiamo.
Ma le masse laboriose esistono nella
nazione. Sono gran parte della nazione, sono
necessarie alla vita della nazione ed in
pace ed in guerra. Respingerle non si può
e non si deve. Educarle si può e si
deve; proteggere i loro giusti interessi si
può e si deve! (Applausi).
Si
dice: «Volete dunque perpetuare questo
stato di guerriglia civile che travaglia la
nazione?». No. In fondo, i primi a
soffrire di questo stillicidio rissoso,
domenicale, con morti e feriti, siamo noi.
Io sono stato il primo a tentare di buttare
delle passerelle pacificatrici tra noi ed il
cosiddetto mondo sovversivo italiano.
Anzi,
ultimamente ho firmato un concordato con
lieto animo: prima di tutto, perché mi
veniva richiesto da Gabriele d'Annunzio; in
secondo luogo, perché era un'altra tappa, o
ritengo che sia un'altra tappa, verso la
pacificazione nazionale.
Ma
noi non siamo, d'altra parte, delle piccole
femmine isteriche che sogliono ad ogni
minuto allarmarsi di quello che succede.
Noi
non abbiamo una visione apocalittica,
catastrofica della storia. Il problema
finanziario dello Stato, di cui molto si
parla, è un problema di volontà
politica. I milioni e i miliardi li
risparmierete se avrete al Governo degli
uomini che abbiano il coraggio di dire no ad
ogni richiesta. Ma finché non porterete sul
terreno politico anche il problema
finanziario, il problema non potrà
essere risolto.
Così
per la pacificazione. Noi siamo per la
pacificazione, noi vorremmo vedere tutti gli
italiani adottare il minimo comune
denominatore che rende possibile la
convivenza civile; ma d'altra parte non
possiamo sacrificare i nostri diritti, gli
interessi della Nazione, l'avvenire della
Nazione a dei criterii soltanto di
pacificazione che noi proponiamo con lealtà,
ma che non sono accettati con altrettanta
lealtà dalla parte avversa. Pace con
coloro che vogliono veramente pace; ma con
coloro che insidiano noi, e, soprattutto,
insidiano la Nazione, non ci può
essere pace se non dopo la vittoria!
Ed
ora, fascisti e cittadini di Napoli, io vi
ringrazio dell'attenzione con la quale avete
seguito questo mio discorso. Napoli dà
un bello e forte spettacolo di forza, di
disciplina, di austerità. E bene che
siamo venuti da tutte le parti a conoscervi,
a vedervi come siete, a vedere il vostro
popolo, il popolo coraggioso che affronta
romanamente la lotta per la vita, che non
crea un argine per il fiume, ed il fiume per
un argine, ma vuole rifarsi la vita per
conquistare la ricchezza lavorando e
sudando, e portando sempre nell'animo
accorato la potente nostalgia di questa
vostra meravigliosa terra, che è
destinata ad un grande avvenire,
specialmente se il fascismo non tralignerà.
Né
dicano i democratici che il fascismo non ha
ragione di essere qui, perché non c'è
stato il bolscevismo. Qui vi sono altri
fenomeni di tristizia politica che non sono
meno pericolosi del bolscevismo, meno nocivi
allo sviluppo della coscienza politica della
nazione.
Io
vedo la grandissima Napoli futura, la vera
metropoli del Mediterraneo nostro - il
Mediterraneo ai mediterranei - e la vedo
insieme con Bari (che aveva sedicimila
abitanti nel 1805 e ne ha centocinquantamila
attualmente) e con Palermo costituire un
triangolo potente di forza, di energia, di
capacità; e vedo il fascismo che
raccoglie e coordina tutte queste energie,
che disinfetta certi ambienti, che toglie
dalla circolazione certi uomini, che ne
raccoglie altri sotto i suoi gagliardetti.
Ebbene,
o alfieri di tutti i Fasci d'Italia, alzate
i vostri gagliardetti e salutate Napoli,
metropoli del Mezzogiorno, regina del
Mediterraneo!
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