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Le parole, in
determinati momenti, possono essere dei fatti. Supponiamo
dunque e facciamo sì che tutte le parole pronunziate
qui oggi siano delle azioni potenziali dell'oggi e reali del
domani. Cinque anni fa in questi giorni l'entusiasmo popolare
prorompeva in tutte le piazze e le strade d'Italia. Ed in
questi giorni, rivedendo i documenti dell'epoca, posso
affermare, a tanta distanza di tempo, con sicura e pura
coscienza, che la causa dell'intervento, nelle settimane del
Maggio, non fu sposata dalla cosiddetta borghesia, ma dalla
parte più sana e migliore del popolo italiano. E quando
dico popolo intendo parlare anche del proletariato, perché
nessuno può pensare che le migliaia di cittadini che
nelle giornate di Maggio seguivano Corridoni, fossero tutti
dei borghesi. Ricordo che una Camera del lavoro agricola,
quella di Parma, a grande maggioranza, si dichiarò
favorevole all'intervento dell'Italia. Anche ammesso che la
guerra sia stata un errore, ed io non lo ammetto, di animo
spregevole è colui che sputa su questo sacrificio. Se
si vuole ritornare ad un esame critico io sono disposto ad
affrontare in contraddittorio chiunque ed a dimostrare:
1°) che la
guerra fu voluta dagli Imperi centrali come è stato
confessato dagli uomini politici della repubblica tedesca e
come hanno confermato gli archivi dell'impero;
2°) che
l'Italia non poteva rimanere neutrale;
3°) che se
fosse rimasta neutrale oggi si troverebbe in una condizione
peggiore di quella in cui si trova.
D'altra parte
noi interventisti non dobbiamo stupirci se il mare è in
tempesta. Sarebbe assurdo pretendere che un popolo uscente da
una crisi così grave si rimetta a posto nelle 24 ore
successive. E quando voi pensate che a due anni di distanza
non abbiamo ancora la nostra pace, quando voi pensate al
trattamento fattoci dagli alleati, alla deficienza dei nostri
governanti, voi dovete comprendere certe crisi di dubbio. Ma
la guerra ha dato quello che doveva dare: la vittoria.
Fischiando poco fa la evocazione della falce e del martello,
voi non avete certamente voluto spregiare questi che sono due
strumenti del lavoro umano, niente di più bello e di più
nobile della falce che ci dà il pane e del martello che
forge i metalli. Non dunque spregio al lavoro manuale.
Dobbiamo comprendere che questa sopravvalutazione odierna del
lavoro manuale è data dal fatto che la umanità
soffre della mancanza dei beni materiali ed è naturale
che coloro che producono questi elementi necessari abbiano una
sopravvalutazione eccessiva. Noi non rappresentiamo un punto
di reazione. Diciamo alle masse di non andare troppo oltre e
di non pretendere di trasformare la società attraverso
un figurino che poi non conoscono. Se trasformazioni devono
verificarsi, devono avvenire tenendo conto degli elementi
storici e psicologici della nostra civiltà. Non
intendiamo osteggiare il movimento delle masse lavoratrici, ma
intendiamo smascherare la ignobile turlupinatura che ai danni
delle masse lavoratrici fa una accozzaglia di borghesi, semi
borghesi e pseudo borghesi, che per il solo fatto di avere la
tessera credono di essere diventati salvatori dell'umanità.
Non contro il proletariato, ma contro il partito socialista,
fino a quando continuerà ad essere anti-italiano. Il
partito socialista ha continuato, dopo la vittoria, a
svalutare la guerra, a fare la guerra all'intervento ed agli
interventisti, minacciando rappresaglie e scomuniche. Ebbene,
io, per mio conto, non credo. Delle scomuniche me ne rido, ma
davanti alle rappresaglie risponderemo con le nostre
sacrosante rappresaglie. Noi non possiamo però andare
contro il popolo, perché il popolo è quello che ha
fatto la guerra. I contadini che oggi si agitano per risolvere
il problema terriero non possono essere guardati da noi con
antipatia. Commetteranno degli eccessi, ma vi prego di
considerare che il nerbo delle fanterie era composto di
contadini, che chi ha fatto la guerra sono stati i contadini.
Noi non ci illudiamo di riuscire a silurare completamente la
ormai naufragante nave bolscevica. Ma io noto già dei
segni di resipiscenza. Credo che ad un dato momento la massa
operaia, stanca di lasciarsi mistificare, tornerà verso
di noi, riconoscendo che non l'abbiamo mai adulata, ma abbiamo
sempre detta la parola della brutale verità, facendo
realmente il suo interesse. Se oggi l'Italia non è
precipitata nel baratro ungherese lo si deve anche a noi che
ci siamo nessi di traverso con la nostra azione e con la
nostra vita. Un solo dovere abbiamo dunque: comprendere i
fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi,
combattere i mistificatori del popolo ed avere una fede sicura
e assoluta nell'avvenire della nazione. All'indomani di tutte
le grandi crisi storiche c'è sempre stato un periodo di
lassitudine. Ma poi a poco a poco i muscoli stanchi
riprendono. Tutto ciò che fu ieri trascurato e vilipeso
ritorna ad essere onorato ed ammirato.Oggi non si vuole più
sentire parlare di guerra ed è naturale. Ma fra qualche
tempo la psicologia del popolo sarà mutata e tutto o
gran parte del popolo italiano riconoscerà il valore
morale e materiale della vittoria; tutto il popolo onorerà
i suoi combattenti e combatterà quei governi che non
volessero garantire l'avvenire della nazione. Tutto il popolo
onorerà gli arditi. Sono gli arditi che andavano alle
trincee cantando e se siamo ritornati dal Piave all'Isonzo
è merito degli arditi; se teniamo ancora Fiume è
merito degli arditi; se siamo ancora nella Dalmazia lo
dobbiamo agli arditi. Tre martiri fra i mille che hanno
consacrato la guerra italiana hanno voluto fissare i destini
della nazione: Battisti ci dice che il Brennero dev'essere il
confine d'Italia; Sauro ci dice che l'Adriatico deve essere un
mare italiano e commercialmente italo-slavo; Rismondo ci dice
che la Dalmazia è italiana. Ebbene, giuriamo davanti al
vessillo che porta le insegne della morte che infutura la
vita, e della vita che non teme la morte, di tener fede al
sacrifico di questi martiri. |