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La
voce ardente che mi giunge da questa piazza
è la stessa che udii nell'inobliabile
maggio fiorentino presente sempre nella nostra
memoria. Mi pare di essere ancora al balcone
di Palazzo Vecchio. Con la vostra adunata, che
supera per imponenza e per ardore tutte le
precedenti, si chiude magnificamente l'Anno XI
e si apre il XII. Voi vedrete nella Mostra
della Rivoluzione Fascista ampiamente e
solennemente documentato l'eroismo e il
sacrificio fiorentino, che le Camicie nere di
tutta Italia non dimenticheranno mai.
Voglio
anticipare a voi - Camicie nere di Firenze -
la notizia che la Mostra non si chiuderà
nemmeno il 21 aprile, perché diventerà
permanente, come il tempio sacro, al quale le
generazioni che salgono alla ribalta della
vita e della storia trarranno nei decenni
venturi, per conoscere quello che è
stata la Rivoluzione delle Camicie nere. Vi
troveranno inoltre motivi di meditazione
quanti fossero ancora proclivi ai facili
oblii.
Dinanzi
a voi, in questa impetuosa rassegna di forze,
intendo rivendicare, nella maniera più
perentoria, la priorità storica del
movimento fascista e non meno perentoriamente
la originalità inconfondibile della
nostra dottrina.
Siamo
sorti nel marzo 1919, il primo Congresso fu
tenuto a Firenze nell'autunno del 1919, non
eravamo ancora Partito. Eravamo movimento. Non
facciamo confusioni. Siamo ancora movimento.
La Rivoluzione non è conclusa. Non può
concludersi, poiché essa - e qui è un
elemento della sua originalità -
è e deve restare una creazione continua
del nostro spirito e della nostra ansia di
combattimento.
La
pace con onore e con giustizia è la
pace romana, quella che dominò nei
secoli dell'Impero, di cui vedete qui attorno
le formidabili vestigia. Pace conforme al
carattere e al temperamento della nostra razza
latina e mediterranea, che voglio esaltare
dinanzi a voi, perché è la razza che
ha dato al mondo, fra i mille altri, Cesare,
Dante, Michelangelo, Napoleone. Razza antica e
forte di creatori e di costruttori,
determinata ed universale ad un tempo, che ha
dato tre volte nei secoli e darà ancora
le parole che il mondo inquieto e confuso
attende.
Con
la vostra adunata in massa a Roma, voi mi
avete rivolto un invito. Lo raccolgo.
Nell'Anno XII, inaugurandosi una grande opera
destinata a sempre meglio riavvicinare gli
italiani, verrò tra voi, a farvi
riudire la mia non cambiabile voce.
Levate,
o Camicie nere fiorentine, verso il sole di
Roma i vostri gagliardetti e le vostre armi e
salutate la marcia fascista che dall'Italia
continua sulle strade dell'Europa e del mondo.
Il
grido col quale avete accolto queste mie
parole dimostra che in voi nulla vi è
di cambiato e che la vostra tempra è
sempre la stessa. Perché una generazione come
la nostra che ha avuto la somma e drammatica
ventura di vivere una guerra vittoriosa e una
Rivoluzione trionfante non può
invecchiare, è perennemente giovane, la
sua anima è salda e lucente come
l'acciaio delle vostre baionette.
Nostra
è la dottrina dello Stato, nostro
è il concetto di popolo, che diventa
arbitro del suo destino e soggetto della sua
storia. Non dunque rivoluzione di piccole
classi, o di piccoli circoli, non rivoluzione
di conventicole intellettualoidi senza
carattere, ma rivoluzione di popolo perché
siete popolo, voi Camicie nere, autentico
solido popolo, della città, dei paesi e
dei villaggi, popolo pronto ad ogni
sacrificio, popolo cui quattro anni di trincea
e quindici di rivoluzione permettono di
guardare negli occhi a qualsiasi forza nemica.
Quello
che è stato durante gli undici primi
anni del Regime, è il tempo delle
«opere», della gagliarda e
quotidiana costruzione. Sarà anche il
tempo della pace? Non dipende più e
soltanto da noi. Noi abbiamo dimostrato nella
maniera più ferma, più schietta
e più reale che desideriamo la pace, ma
con onore e giustizia per tutti.
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