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Nessun nemico
interno od esterno può diminuire la vittoria d'Italia,
perché luminosa e decisiva, perché già suggellata coi
caratteri propri di storia mondiale.
Ma mi permetterete di intessere qui innanzi a voi l'elogio del
popolo italiano, non perché io cerchi i vostri applausi, ma
perché io penso che sia venuto il momento di dire anche dure
verità...
Noi siamo arrivati al culmine della nostra storia di popolo
italiano. Noi interventisti della prima ora, noi che nel
maggio del 1915 scendemmo in piazza e prendemmo questa Italia
che pareva intorpidita nella lusinga del "parecchio"
giolittiano, noi prendemmo questa Italia pei capelli e le
imponemmo questo grande dovere...
Oggi il popolo italiano è più grande. Se Wilson
ci diede l'attributo di "grande popolo italiano" gli
è perché ce lo siamo conquistato durante 4 anni di
guerra. Il popolo italiano si diceva non avrebbe resistito a 3
mesi di guerra, invece in 4 anni ha dato prova di tenacia e
valore ammirabili.
Oggi che la vittoria nostra è decisiva, si sente
qualcuno che va mormorando che non è dovuta al
sacrificio dei nostri soldati, ma bensì all'Austria
stessa. Ciò è falso. Il 24 ottobre avevamo
davanti un esercito formidabile, e ben precisò Diaz nel
suo ultimo bollettino di guerra, la proporzione delle forze.
La nostra vittoria ci è costata del sangue e noi non
dobbiamo limitarla al 24 ottobre soltanto, ma ai 4 anni di
guerra. Noi al momento buono abbiamo potuto dare il colpo
decisivo: non permettiamo a nessuno di menomare la vittoria
italiana o di diffamarla.
Siamo ora in un momento delicatissimo della nostra vita
nazionale. La nostra guerra aveva obbiettivi sacri. Noi li
abbiamo raggiunti: le nostre bandiere sono a Trento, Trieste,
Fiume, Zara, e ci rimarranno. Là ci sono italiani che
hanno spasimato di amore per noi, ci sono italiani che sono
per noi saliti sulla forca. Nazario Sauro è istriano.
Dove consacrazione più solenne del diritto italico in
questi paesi? L'Adriatico è necessario all'Italia, ora
la missione degli italiani è nel Mediterraneo.
Gli obbiettivi nazionali sono adunque raggiunti. Ma noi che
volemmo la guerra abbiamo altre ragioni da far valere. Coloro
che hanno avute le carni straziate parlano di guerra con
venerazione. Se noi scendiamo nel sacrario della nostra
coscienza possiamo dire che il nostro sacrificio non fu vano.
Sono crollati gli imperi; l'Austria non esiste più, non
si sa nemmeno più ove sia Carlo I. La macchina del
militarismo tedesco è spezzata. Il Kaiser è in
Olanda, ma gli inglesi non gli permettono di darsi alla pazza
gioia. I neutrali ci hanno già resi pessimi servigi e
ce ne darebbero altri più grandi se tenessero il Kaiser
sotto la loro protezione. Intanto negli imperi centrali
scoppiano troppo facilmente le repubbliche. Non dobbiamo
troppo illuderci sulle trasformazioni politiche che avvengono
in Germania. Non vorrei che gli italiani versassero lagrime
per gli assassini, perché essi sono ancora quelli del
Lusitania, del Belgio, ecc., e non si può facilmente
dimenticare ciò che essi hanno fatto anche negli ultimi
momenti. Un fatto solo è accertato: dove esisteva la
macchina più grande del militarismo umano, si parla ora
di repubblica.
Io credo che questo periodo di passaggio tra la guerra e la
pace non verrà contrastato da disordini. È
necessario essere soprattutto disciplinati e avere il senso
della responsabilità. La nostra situazione dal punto di
vista politico è buona come una grande Italia lo
richiede. Ma si è aperto il Parlamento e il popolo
italiano è ancora deluso. Tutte le volte che si apre,
un senso di disgusto si spande per tutta l'Italia perché i
deputati sono semplicemente preoccupati del loro collegio
elettorale.
Le classi lavoratrici hanno contribuito alla vittoria e hanno
diritto nella vittoria. L'enorme massa dei soldati è
costituita da lavoratori dei campi. Quelli che sono stati in
guerra, che hanno vissuto la guerra, che sono andati
all'assalto, rappresentano i migliori cittadini, gli eletti, e
sono quelli che hanno tutti i diritti di governare l'Italia.
Se qualche vile è rimasto e si è arricchito, il
soldato che torna dalla guerra lo deve disprezzare e odiare.
Le classi lavoratrici italiane hanno il merito della vittoria,
e allora se ne deducano nuovi doveri e nuovi diritti da
prendere in considerazione. Non c'è il proletariato,
anzi questa parola va sostituita con quella di
"produttori". Un conto è combattere un
partito e un conto è proletariato sano che lavora. Ci
sono produttori borghesi e proletari, come ci sono eroismi
collettivi ed individuali.
Tutte le volte che la massa operaia reclama il suo diritto
alla vita, ha ragione. Il lavoro sino ad oggi è stato
impregnato da questi attributi: fatica e miseria. Chi lavora
dieci ore al giorno deve per forza abbrutirsi. Cominciando a
diminuire la giornata di lavoro è, secondo alcuni, dare
mezzo e occasione per l'operaio di ubriacarsi. Ma se gli
darete in mano dei libri, allora non si assisterà al
fenomeno dell'abbrutimento. Dove vi sono orari eterni si
delinea il fenomeno dell'abbrutimento fisico e morale.
Tutti sono interessati a produrre. Sarebbe pazzesco voler
pretendere di raccogliere senza seminare. Il proletariato non
deve recidere la pianta per toglierle il frutto. La fama
turpissima di fannulloni ormai non esiste più per noi.
Quando i nostri meravigliosi italiani sono andati all'estero e
hanno fatto cose prodigiose lo hanno dimostrato. Quando avremo
prodotto sarà possibile dire alla borghesia di far
parte del proletariato. Anche le masse lavoratrici devono
partecipare al congresso della pace. Non si tratta soltanto di
sistemare e tutelare, si tratta soprattutto di costruire un
edificio che non abbia più a crollare e come ho detto,
non devono essere esclusi dal congresso i rappresentanti del
lavoro. Il lavoro deve essere rappresentato perché quelli che
erano in trincea erano lavoratori. Là si discuterà
di molte cose, e perché devono essere assenti quelli che
hanno dato il più vasto contributo di sangue?
Quattro sono i postulati che la classe operaia deve declamare.
La Patria non è una frase poetica: l'Italia è
una realtà, è qualche cosa che canta in noi. Non
possiamo e non dobbiamo essere antipatrioti. Bisogna amare la
Patria, amarla come si ama la madre. Se vi potessi leggere il
testamento dei nostri morti, che sono morti gridando:
"Viva l'Italia!", essi vi insegnerebbero questo
amore. Il nostro popolo non conosce questa grandezza romana.
Bisogna elevare la cultura delle masse lavoratrici.
Dell'Italia non si tratta di grandezza morale. I problemi
fondamentali della nostra vita nazionale sono dieci o dodici.
Bisogna eliminare sopra tutto due nemici: l'alcool e la
tubercolosi. Vi deve essere pure un rinnovamento interno. I
tre o quattro milioni di uomini che tornano dalle trincee
devono vedere l'Italia col suo Parlamento intero. Bisogna loro
presentare l'Italia nuova, e tutti quanti hanno sabotato la
guerra, devono essere spazzati via come un castello di carte.
Bisogna fare in modo che questa trasformazione debba essere
fatta con ordine e che l'Italia possa realizzare i frutti
della sua vittoria.
Il vostro giornale reca questa frase: "La Patria non si
nega, ma si conquista". La Patria è nella lingua,
nei costumi, e la Patria bisogna conquistarla col lavoro e
colla sobrietà. L'Italia di domani deve essere grande
soprattutto pel lavoro. Solo così sarà ricca,
forte, in pace col mondo civile. |